Generazioni in movimento: pratiche coreografiche e reti culturali per ridefinire lo spazio pubblico

Sungani

Intervento di Mvula Sungani (consigliere per la danza del Ministero della Cultura)

Simposio di Roma: Spazio Rossellini – 16 marzo 2026

Il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale

La danza può avere un ruolo decisivo nel ripensare lo spazio pubblico e nel dialogo con le nuove generazioni. La danza può essere un vettore di rigenerazione culturale dello spazio pubblico del teatro per la sua qualità di mettere in relazione, idee, corpi e istanze. Attraverso di essa, il teatro non può più essere pensato come un contenitore di spettacoli programmati solo in determinate fasce orarie ma deve essere riconsiderato come uno spazio sempre aperto, tutti i giorni, ventiquattro ore, gestito da addetti ai lavori consapevoli delle potenzialità delle nuove tecnologie e delle nuove forme di comunicazione.

Il titolo del mio intervento, Generazioni in movimento: pratiche coreografiche e reti culturali per ridefinire lo spazio pubblico, nasce da una convinzione profonda: il teatro non può più essere pensato soltanto come un contenitore di spettacoli, né esclusivamente come il luogo della rappresentazione serale. 

Il teatro deve tornare ad essere, e forse in molti casi deve finalmente diventare pienamente, luogo delle culture e casa della collettività

Quando dico “casa della collettività” non sto usando una formula poetica o retorica. Sto affermando una visione politica, culturale e civile precisa. Significa riconoscere che il teatro è uno dei pochi spazi capaci di tenere insieme arte, educazione, socialità, cittadinanza, memoria e futuro.

Significa considerarlo un presidio vivo, quotidiano, aperto, accessibile, capace di dialogare con la città e con i territori, con le scuole, con le famiglie, con gli artisti, con i giovani, con le fragilità e con le nuove comunità. 

Per troppo tempo abbiamo accettato l’idea del teatro come luogo che si accende solo in determinate fasce orarie, quasi sempre la sera, e che per il resto del tempo rimane sospeso, sottoutilizzato, chiuso o percepito come distante dalla vita reale delle persone. 

Io credo invece che oggi siamo chiamati a un cambio di paradigma. 

Il teatro deve essere abitato tutti i giorni

Deve vivere tutto il giorno. 

Deve essere attraversato da bambini e adolescenti, da studenti, insegnanti, operatori culturali, artisti, tecnici, cittadini, ricercatori, associazioni. 

Deve essere uno spazio in cui la comunità non entra solo per assistere, ma anche per partecipare, per formarsi, per confrontarsi, per immaginare, per produrre senso. 

Questo significa ripensare il teatro come un organismo complesso e dinamico. 

Un luogo nel quale, dalla mattina alla sera, possano convivere attività diverse ma coerenti: laboratori permanenti con la cittadinanza e con le scuole, percorsi di educazione al linguaggio scenico, prove aperte, workshop, masterclass, incontri collettivi e con gli artisti, momenti di studio, residenze creative, iniziative sociali, formazione tecnica, progettazione culturale, e naturalmente spettacoli, restituzioni e performance.

In questa prospettiva, il teatro non è più soltanto il luogo dove si consuma un prodotto culturale

È il luogo nel quale si costruisce una relazione. 

E questa relazione, se è vera, produce appartenenza. 

Produce familiarità. 

Produce partecipazione. 

Produce cittadinanza culturale.

Ecco perché parlare oggi di ridefinizione dello spazio pubblico attraverso il teatro, significa parlare anche di una nuova idea di accesso. Non soltanto accesso fisico, ma accesso simbolico, generazionale, sociale, linguistico. Dobbiamo chiederci: chi si sente autorizzato a entrare in un teatro? Chi lo percepisce come un luogo proprio? Chi invece lo vive come uno spazio distante, selettivo, talvolta perfino intimidatorio? 

La sfida vera è fare in modo che il teatro torni ad essere riconosciuto da tutti come un bene comune. Non banalizzandolo, ma aprendolo. Non impoverendolo, ma moltiplicandone le funzioni. Non snaturandolo, ma restituendogli pienamente la sua missione pubblica.

Dentro questa riflessione, la danza ha un ruolo decisivo

La danza, forse più di altri linguaggi, ha una capacità straordinaria di ridefinire lo spazio

Lo fa da sempre. 

Lo fa con il corpo. 

Lo fa con il gesto. 

Lo fa attraverso una presenza che modifica la percezione dei luoghi, li risignifica, li attraversa, li apre, li mette in tensione, li rende vivi. 

La danza non occupa soltanto uno spazio: lo trasforma in esperienza collettiva

Per questo, essa, è uno strumento potentissimo per ripensare il teatro non come architettura fissa, ma come ambiente relazionale, come paesaggio umano, come spazio pubblico sensibile. 

Inoltre la danza ha una qualità ulteriore: parla alle diverse generazioni in modo diretto

Ai giovani parla perché il corpo è il loro primo territorio di identità, di crisi, di desiderio, di affermazione, di linguaggio. 

Agli adulti parla perché restituisce una dimensione profonda di contatto, ascolto e di presenza. 

Alle comunità parla perché mette in connessione differenze, memorie, discipline, culture. 

La danza è contemporaneamente disciplina ed energia, rigore e libertà, forma e relazione. 

Ed è forse proprio per questo che oggi può diventare una chiave strategica per rimettere il teatro al centro della vita culturale collettiva quotidiana

Quando parlo di danza, non parlo soltanto dello spettacolo finito. 

Parlo di filiera. 

Parlo di formazione, di ricerca, di creazione, di accompagnamento, di incontro con il pubblico, di pratiche partecipative, di contaminazione con altri linguaggi, parlo di danza sociale, che coinvolge dai bambini agli anziani. 

Parlo di un ecosistema nel quale la danza non è un episodio, ma una presenza continua e generativa.

E qui arrivo a un punto per me fondamentale: la danza ha sempre avuto una vocazione naturale al dialogo, al contatto ed allo scambio. Dialoga con la musica, con il teatro, con il circo, con le arti visive, con l’architettura, con i nuovi media, con lo spazio urbano, con il patrimonio culturale. 

Questo è un tema su cui credo si debba tornare con forza. 

Perché la relazione tra danza, musica dal vivo e le arti performative non è un ornamento, non è un lusso, non è una concessione. 

È una relazione strutturale, profonda, quasi originaria. 

Quando un danzatore incontra un musicista o un altro artista, accade qualcosa che nessun supporto pre registrato può restituire fino in fondo. 

Si genera un ascolto reciproco. 

Si crea una tensione organica del tempo. 

Il respiro del movimento incontra il respiro del suono. 

La scena diventa un luogo di reciprocità viva. 

L’imprevisto, il dettaglio, l’intensità del momento diventano materia creativa. 

La danza, quando dialoga con le altre arti, acquista una dimensione ulteriore di verità. E la musica, ad esempio, quando incontra il corpo danzante, esce da una condizione puramente sonora per farsi spazio, gesto, drammaturgia incarnata. 

Per questo, in una visione contemporanea del teatro come luogo delle arti, dobbiamo favorire sempre più l’incontro tra coreografi, danzatori, drammaturghi, autori, attori, compositori, musicisti, sound artist e performer.

Non per sommare linguaggi in modo superficiale, ma per costruire dispositivi artistici realmente interdisciplinari.

Accanto a questo, la danza ha dimostrato negli ultimi anni una straordinaria capacità di confrontarsi con le nuove tecnologie

Anche qui, però, è necessario essere chiari. 

La tecnologia non deve essere usata come effetto decorativo o come semplice seduzione visiva. 

Deve essere integrata in una visione drammaturgica. 

Deve ampliare la scena, non sostituire il pensiero. 

Deve potenziare la relazione tra corpo, spazio e immaginario. 

Penso, per esempio, al video mapping, che oggi offre possibilità molto interessanti per ridefinire la scena teatrale e il rapporto con l’architettura.

Il video mapping consente di trasformare superfici, volumi, fondali, pareti, elementi scenici in paesaggi dinamici. 

Può creare ambienti immersivi, dialogare con il gesto coreografico, moltiplicare i livelli di lettura, rendere la scena più permeabile tra reale e virtuale. Ma soprattutto può aiutare a ripensare il teatro come spazio mutante, come luogo capace di cambiare forma, atmosfera, significato nel corso della giornata e delle diverse attività. 

Pensiamo a cosa può significare un teatro vissuto tutto il giorno: 

al mattino può accogliere percorsi didattici interattivi per le scuole, dove i ragazzi non siano solo spettatori passivi ma protagonisti di esperienze di avvicinamento al linguaggio del corpo, della musica, dell’immagine; 

nel pomeriggio può ospitare laboratori, prove, incontri tra professionisti e giovani artisti, momenti di formazione tecnica e digitale; 

la sera può trasformarsi in luogo di performance, di restituzione, di confronto con il pubblico e di attività sociale; 

In tutto questo, le tecnologie – se ben governate – possono diventare un ponte tra generazioni, tra arti, tra competenze. 

Ma perché questo accada davvero, è necessario un altro passaggio decisivo: 

il teatro ha bisogno di nuove competenze e di nuove figure professionali. 

Non basta più avere una buona programmazione artistica. 

Non basta nemmeno avere un contenitore bello o storicamente importante.

Serve una visione gestionale all’altezza della complessità contemporanea.

Servono figure amministrative, organizzative, tecniche e manageriali capaci di stare dentro i processi del presente, in grado di dialogare con le nuove tecnologie. 

Oggi un teatro che voglia essere realmente luogo delle arti e casa della collettività deve saper tenere insieme almeno cinque dimensioni. 

La prima è quella artistica, naturalmente: qualità, identità, coraggio curatoriale, capacità di leggere il presente, il passato e il futuro. 

La seconda è quella educativa e sociale: rapporto con le scuole, con i territori, con le fragilità, con le comunità. 

La terza è quella organizzativa e amministrativa: capacità di progettare, rendicontare, fare rete, attrarre risorse pubbliche e private, dialogare con le istituzioni e con i partner per trovare nuove forme di sostenibilità. 

La quarta è quella tecnica e tecnologica: utilizzo consapevole di strumenti digitali, intelligenze artificiali, ambienti immersivi, sistemi audio-video, archivi, comunicazione multicanale, gestione dati, accessibilità. 

La quinta è quella relazionale e strategica: costruzione di reti, alleanze, percorsi condivisi, visioni territoriali integrate. 

Non possiamo continuare a pensare che i teatri possano affrontare il presente con modelli organizzativi fermi nel recente passato. 

La trasformazione culturale richiede una trasformazione delle competenze. 

Servono direttori tecnici aggiornati sulle nuove tecnologie di scena e le nuove tendenze artistiche. 

Servono organizzatori capaci di connettere produzione, formazione e territorio. 

Servono amministrativi che conoscano la complessità dei bandi, delle coproduzioni, dei partenariati, delle reti e delle normative. 

Servono comunicatori culturali che sappiano parlare linguaggi diversi a pubblici diversi e che sappiano comunicare sulle nuove piattaforme digitali. 

Servono figure ibride, solide, preparate, capaci di unire visione e operatività.

In questo senso, parlare di teatro come luogo del futuro significa anche parlare di formazione delle professionalità del futuro

E qui il tema generazionale torna centrale. 

Perché se vogliamo generazioni in movimento, non dobbiamo pensare solo ai giovani artisti, ma anche ai giovani tecnici, ai giovani organizzatori, ai giovani progettisti culturali, ai giovani amministratori della cultura. 

Il sistema ha bisogno di ricambio, ma un ricambio accompagnato, formato, responsabilizzato

Dentro questa visione si colloca anche l’esperienza di MetaDanze, che considero un esempio concreto di come si possa costruire una rete culturale capace di ridefinire spazi, funzioni e relazioni. MetaDanze nasce dall’idea che la danza non debba vivere in modo isolato, episodico o marginale, ma debba entrare stabilmente in un ecosistema diffuso, condiviso, capace di tenere insieme luoghi, spazi, soggetti pubblici, progettualità e territori. 

MetaDanze, in questa prospettiva, non è soltanto un cartellone, o una somma di eventi. 

È una piattaforma di relazione. 

È un’idea di sistema. 

È un modo di pensare la danza come motore di connessione tra spazi culturali, artisti, istituzioni, scuole, operatori e comunità. 

Ed è anche un tentativo di superare la logica della frammentazione, che troppo spesso indebolisce il nostro settore. 

La rete, infatti, non è un fatto burocratico. 

È una scelta culturale consapevole.

Fare rete significa condividere visioni, mettere in comune competenze, evitare sovrapposizioni sterili, costruire percorsi di crescita collettiva.

Significa riconoscere che oggi nessun luogo culturale può bastare a sé stesso, e che la forza di un teatro o di uno spazio dipende anche dalla sua capacità di essere nodo di una costellazione più ampia. 

In questo quadro, il teatro può tornare a essere spazio pubblico proprio se smette di percepirsi come luogo chiuso e autosufficiente.

Deve diventare interfaccia.

Deve diventare crocevia. 

Deve diventare laboratorio permanente di relazioni artistiche e civiche. 

La danza, con la sua natura transdisciplinare e relazionale, può offrire a questa trasformazione un contributo prezioso. 

Può attivare il dialogo con la musica dal vivo, con la parola, con il video mapping, con i nuovi linguaggi digitali, con le arti visive, con la formazione, con le comunità.

Può portare nel teatro un’energia capace di mettere in movimento non solo i corpi, ma anche i modelli organizzativi e i paradigmi culturali. 

E allora la domanda non è più soltanto: quali spettacoli ospita un teatro? 

La domanda diventa: quale vita culturale genera un teatro? 

Quali incontri produce?

Quali competenze forma? 

Quali pubblici accompagna? 

Quali giovani intercetta? 

Quali linguaggi mette in relazione? 

Quale senso di appartenenza restituisce al territorio? 

Io credo che, oggi più che mai, il futuro del teatro passi da qui. 

Dalla sua capacità di essere luogo della qualità artistica ma anche dell’ascolto e dell’incontro. 

Della produzione ma anche della formazione. 

Della memoria ma anche dell’innovazione. 

Della rappresentazione, ma anche della presenza quotidiana. 

Della scena ma anche della comunità. 

Se sapremo fare questo, il teatro tornerà ad essere davvero uno dei grandi spazi pubblici del nostro tempo. 

Non in concorrenza con altri luoghi, ma in dialogo con la città, con la scuola, con il sociale, con la tecnologia, con le arti, con le nuove generazioni. 

E la danza, con la sua capacità di abitare il presente e di immaginare il futuro attraverso il corpo, potrà essere uno dei linguaggi guida di questa trasformazione.

Vorrei allora chiudere con un’immagine semplice. 

Un teatro aperto dal mattino, vissuto da studenti e insegnanti. 

Un foyer che diventa luogo di incontro, pensiero e di comunità, dove le persone possono svolgere attività, assistere ad eventi performativi e mostre. 

Spazi aperti alla collettività per consultazione, lettura, studio e lavoro. 

Bistrot o bar interni di concezione moderna, pensati come luoghi di richiamo e di incontro per la collettività. 

Spazi in cui i giovani artisti e tecnici lavorano per la loro opera prima, assistiti magari da operatori più esperti. 

Corsi di formazione e tirocini curriculari costanti. 

Spazi del teatro concessi per attività rivolte alla comunità, come ad esempio: corsi di yoga, ginnastica posturale, danze sociali e tanto altro. 

Un’organizzazione capace di sostenere tutto questo con competenza e visione. 

Una comunità che riconosce quel luogo come proprio. 

E la sera, in quello stesso spazio, una performance che non arriva come un fatto isolato, ma come il culmine di un percorso di vita culturale condivisa. 

Ecco, per me il teatro del presente e del futuro potrebbe essere questo. 

Un luogo delle arti. 

Una casa della collettività. 

Uno spazio pubblico fortemente percepito e vivo. 

Uno spazio nel quale le generazioni possano davvero incontrarsi e mettersi in movimento, insieme. Grazie.