Il luogo naturale come spazio scenico

Sista Bramini

Intervento di Sista Bramini (O Thiasos TeatroNatura)

Simposio di Frosinone: Accademia di Belle Arti – 30 marzo 2026

Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani.

Il teatro nel luogo naturale è quella dimensione in cui la presenza dell’essere umano deve necessariamente uscire dal suo isolamento specista e confrontarsi con gli altri essere viventi. In un presente digitalizzato e attraversato dalle guerre, il TeatroNatura di Sista Bramini che si fa nella natura, quindi nei parchi, in ascolto sensibile del mondo circostante, diventa un’esperienza olistica di messa in discussione della dicotomia cultura/natura, donna/uomo.

Nel progetto della compagnia O Thiasos TeatroNatura il teatro incontra i luoghi naturali. Per luogo naturale intendiamo luoghi dove la presenza dell’umano è in netta minoranza rispetto a quella degli altri viventi. Come in ogni incontro si tratta di instaurare una relazione, uno scambio: noi non alteriamo il luogo se non con la nostra presenza in ascolto, la voce, il canto, la danza, e il luogo vivo – con le sue caratteristiche morfologiche e acustiche e le sue incursioni imprevedibili – contribuisce a modificare il modo di emettere la voce, di muoverci, di guardare.

Come accade tutto ciò? 

La nostra avventura artistica può sembrare distante da un’idea sociale del teatro ma in realtà si tratta di una prospettiva che intende cogliere lo stato di salute della nostra società e civiltà in modo forse ancor più radicale.

Per anni ho coltivato un’idiosincrasia per le foto e i video del nostro lavoro che considero, in certo senso, il contrario di qualcosa che può essere restituito dentro una visione delimitata da un’inquadratura. Anche se sarebbe ingenuo pensare che queste delimitazioni ormai non siano culturalmente e inconsapevolmente già nei nostri sguardi. Si tratta di sperimentare una relazione diversa dalla scatola teatrale, dall’inquadratura fotografica e cinematografica. La domanda parte dalla parola “paesaggio” che rimanda subito ad un’idea pittorica, al quadro, a qualcosa da guardare da fuori, per così dire, al riparo. Il quadro: un meraviglioso dispositivo per proiettarci in un paesaggio senza starci. Ricordo Mary Poppins che ho visto da bambina: una scena che mi entusiasmò e che non riuscivo a dimenticare era quando lei, i bambini e lo spazzacamino saltano su una pittura dipinta in terra e si ritrovano dentro un magnifico paesaggio. Allora non sapevo che quel film non è solo per bambini ma anche per i loro genitori, che la sua autrice seguiva gli insegnamenti di Gurdjieff e che quel paesaggio fantastico non è altro che la realtà esperita davvero.

Per me che amo e racconto il mito antico come un modo per narrare la vita, guardare da fuori il mondo coincide con la visione apollinea della realtà, la visione del dio arciere che colpisce da lontano, noi umani siamo l’unico animale che uccide da lontano. Anche il nostro modo di conoscere è distanziandoci dalla realtà. Se pensiamo a come, ad esempio, con i droni e gli altri dispositivi tecnologici si conducono ormai le guerre, non ci sono dubbi che questa mancanza di empatia, non solo sentimentale ma sensoriale e mentale, stia caratterizzando la criminosa disumanizzazione in cui siamo precipitati. Ma sembra che per gli antichi la visione apollinea non fosse mai disgiunta da quella dionisiaca. Nei culti dionisiaci, che avvenivano lontani dalla polis, nei boschi, non ci sono spettatori ma solo partecipanti che vedono manifestarsi la realtà mentre sono immersi nel suo fluire, hanno immagini mentre sono nel processo vitale, e non a caso Dioniso è il dio del teatro a ricordo del suo essere vita fluente e indistruttibile. Le due divinità sono entrambe molto altro ma quello che volevo evocare è che, secondo alcuni studiosi, Apollo e Dioniso sono due facce di uno stesso dio che la nostra cultura ha separato mutilando l’aspetto vitale originario dell’esistenza, la sua sacralità, che poi è ciò su cui si fonda originariamente il desiderio umano di conoscenza. Senza un corpo vivo in contatto con tutto ciò che è vivo non ci sarebbe nulla, nessuna vita, nessuna arte, nessuna scienza, nessuna tecnologia.… la parte apollinea senza la dionisiaca ci rende guardoni e narcisisti e ci disumanizza mentre la parte dionisiaca oppressa si ribella in forme di violenza brutale. L’aspetto voyeuristico della nostra cultura è diventato talmente pervasivo da averci ormai precipitato tutti nel display dello smartphone dove l’aspetto virtuale si confonde con quello reale.

Il progetto della compagnia O Thiasos TeatroNatura nasce dall’incontro – che mi impressionò fortemente mentre ero all’università – con il “Teatro delle sorgenti” di Jerzy Grotowski che fuggito dal colpo di stato in Polonia, era il 1982, fu per alcuni mesi professore alla Sapienza. In quel progetto alcuni giovani collaboratori di culture diverse da lui selezionati erano stati portati ad assistere a delle forme di ritualità ancora vive, dove gli elementi performativi del canto, della danza e del racconto, del gesto e dell’azione erano ancora immersi in una “visione sacrale” dove il mondo dei viventi era considerato un’unità. Queste forme non si erano ancora svuotate a causa del turismo e della loro destinazione commerciale e folkloristica. Lo scopo dei viaggi di questi giovani “esploratori” non era assolutamente quello di arrivare a scimmiottare le forme di altre culture, (Grotowski ci metteva fermamente in guardia verso quella che chiamava “zuppa culturale”) ma quello di esporre dei giovani attori a quel modo sacrale di agire, esporli a una sorta di contagio cellulare di quella qualità vitale dell’azione rituale. Alla fase teorica all’università seguì una fase pratica che noi studenti sperimentammo con Grotowski e i suoi collaboratori in tre giorni di ritiro in silenzio nella campagna umbra della casa laboratorio di Cenci. Sarebbe complicato raccontare quell’esperienza decisiva, anche per il tempo a disposizione, ma posso dire che noi fummo in certo senso contagiati da qualcosa che apparteneva a quella qualità immersiva e che scardinava il nostro consueto modo di vedere la realtà. Io stessa, dopo poco, feci un viaggio a Bali e soggiornai presso la casa di un danzatore sciamano in un villaggio immerso nella tradizione, ancora non contaminato in modo irrecuperabile dal turismo, e potei assistere a quella realtà performativa che oggi non esiste più. Naturalmente fotografare quelle realtà era vietato, come fosse un attentato irreparabile alla loro stessa efficacia rituale.

All’inizio con le mie compagne di sperimentazione, un po’ come gli impressionisti che uscivano a dipingere nella natura, volevamo “saltare nel quadro”. Spinte dall’urgenza di un desiderio artistico, volevamo sperimentare cosa significasse concretamente agire teatralmente nella e con la natura

Alcuni elementi fondanti l’arte teatrale restavano imprescindibili, ma altri erano stravolti. O Thiasos TeatroNatura, dopo vari esperimenti, nasce ufficialmente nel ’92 in occasione della partecipazione al festival di Santarcangelo dei teatri con un Aspettando Godot al femminile interpretato all’aperto nella campagna sotto un albero vero. Nessuno aveva mai fatto né immaginato una cosa del genere. Il teatro, l’arte più antropocentrica, era pronta, così pensavo, a compiere il passo: grazie alla sua vocazione relazionale poteva allargare il suo campo d’azione includendo finalmente il resto del mondo dei viventi. Che il nostro sia stato, e continua ad essere, un progetto sostenuto e praticato soprattutto da donne non è stata una scelta, tanto meno ideologica, ma certamente neppure un caso. In quel nostro Aspettando Godot il testo di Samuel Beckett era integrale, i nomi delle protagoniste, due clochard donne, erano solo declinate con i loro diminutivi anch’essi beckettiani: al posto di Vladimiro ed Estragone si chiamavano Didì e Gogò, tutto il resto era identico. La mia intenzione era sperimentare un testo sulla condizione umana che fosse agito da donne, per cui due personaggi femminili diventassero emblematici di una condizione universale e non solo parzialmente “femminile”, cosa che non accadeva nei personaggi teatrali. Benché il testo funzionasse lo stesso benissimo, gli eredi di Beckett non ci diedero i diritti proprio per quel motivo. Se avessimo fatto il testo con attrici ma en travesti sarebbe andato bene, ma non era possibile trasformare i personaggi maschili in personaggi femminili. Forse oggi non sarebbero così “fiscali” ma capite come la questione sia culturalmente più profonda.

Tornando alle foto, oggi nel mondo dei social non possiamo fare a meno di foto e video per farci conoscere in modo più ampio ma all’epoca non era così. Eppure, nonostante la mia ritrosia, avemmo la fortuna che il nostro progetto, così nuovo, attirasse fotografi professionisti che pur di fotografarci rinunciavano a essere pagati. Il loro sguardo sensibile e competente mi attraeva e così oggi mi ritrovo delle foto utili per un archivio e per mostrarvele. Il rischio dell’ambiguità di uno “sguardo pornografico da voyeur” su delle belle ragazze giovani nella natura fu un tema sul quale riflettere allora con gli stessi fotografi e fotografe e che si presta ancora oggi (come sta accadendo adesso) a poter riflettere sulla nostra poetica e la cultura in cui viviamo. Tutto si tiene insieme. Entrare nella natura col teatro significa mettere in discussione la dicotomia cultura/natura e con quella l’altra dicotomia donna natura/uomo cultura. Si tratta di rinarrare la storia dell’umanità da un punto di vista diverso. Ho riassunto questa nuova narrazione in una formula.

L’essere umano è un animale naturalmente destinato alla cultura ma per evolversi pienamente deve destinarsi culturalmente alla Natura. La Natura è per noi origine e destino (destinazione evolutiva). Il nostro TeatroNatura si muove su questa linea e forse non è un caso che sia composto da donne. Una superstizione radicata e direi imputridita della nostra cultura, da svelare e poi superare, è che la società umana sia l’unica società esistente, l’unica forma di realtà viva. Dovremmo cominciare ad accorgerci della miserabile solitudine specista in cui viviamo; trovare il modo di svegliarci e comprendere come tornare dall’esilio che ci siamo autoinflitti, come tornare nella nostra casa originaria oikos, viventi tra altri viventi. Sappiamo scientificamente, razionalmente, che gli alberi sono vivi, ma non sappiamo percepirlo, per noi sono oggetti e non soggetti. Tutto ciò che non è umano (come anche una parte degli umani stessi) sono per noi oggetti e non soggetti. Noi rimuoviamo, ad esempio, che è grazie agli alberi che esistiamo, cioè che possiamo vivere, ragionare, fare il teatro, mangiare, sognare, amare.. noi lo dimentichiamo o releghiamo questa evidenza fondante ad una faccenda fisica, biologica meramente chimica, ma la fotosintesi clorofilliana è metafisica, è un’azione straordinaria di esseri viventi geniali molto più evoluti di noi. C’è una frase nel diario del filosofo indiano Krishnamurti che mi ha colpito e che per me resta una indicazione concreta di lavoro: “… Camminavano nel bosco chiacchierando inconsapevoli della magnificenza e della dignità̀ degli alberi intorno, dunque con molta probabilità̀ non c’era tra loro nessuna reale relazione.” da J. Krishnamurti, Diario. La Bellezza della vita

Il TeatroNatura si fa senza palchi né luci, a contatto diretto con i luoghi naturali (ma non solo), le attrici fanno una formazione di anni per poter danzare, cantare, recitare in ascolto del luogo così che la voce e il corpo possano ritrovare un equilibrio della presenza, possano plasmarsi immersi nella sinfonia dei viventi. Il pubblico quando l’azione funziona, ne è contagiato ed entra in un’esperienza olistica

Gli elementi di lavoro sono: 

1. Pratiche pre espressive di attraversamento silenzioso del paesaggio che si sviluppano da forme di meditazione in movimento sperimentate e sviluppate negli anni 

2. Allenamento fisico costituito da varie tecniche adatte a formare un corpo duttile, sensibile e creativo nei vari luoghi naturali in cui creare o ricreare le azioni performative 

3. Canto polifonico a cappella della tradizione orale, canti nati all’aperto, sacri o profani, un allenamento della voce a partir dal canto radicato in un corpo vivo danzante. Tale allenamento diventa materia drammaturgica nelle creazioni teatrali 

4. La parola teatrale radicata nell’azione e in particolare il racconto orale- spesso ispirato al mito antico e ai suoi archetipi- vive dei micro-impulsi di un corpo e comunque danza. Il processo creativo e quello formativo vanno insieme perché si tratta di lavorare ad una nuova cultura che parte da una trasformazione percettiva, psicofisica. O Thiasos TeatroNatura è una ricerca aperta verso la rigenerazione della presenza viva in un luogo di interazioni vive di viventi. Questo nuovo corpo si costruisce attraverso pratiche performative in ascolto. Dal punto di vista economico siamo sopravvissute con una forma di economia essenziale che si è sviluppata in base alle esigenze della ricerca stessa anche se sempre in grandi difficoltà. I luoghi istituzionali deputati al TeatroNatura non possono che essere soprattutto i Parchi naturali e i siti archeologici in natura che spesso diventano per noi appuntamenti annuali regolari perché si è creato un pubblico che torna a vederci. Così abbiamo un vasto repertorio di spettacoli che vengono proposti in base alle caratteristiche dei luoghi, al budget a disposizione, a ciò che abbiamo già presentato in quel luogo, alle tematiche adatte a quel festival. Veniamo inserite in progetti che sostanzialmente vogliono valorizzare aree naturali o siti archeologici particolari. Gli spettacoli vengono ricreati per i luoghi specifici e, in base a quanto lavoro c’è da fare (se sono fermi o itineranti nel paesaggio, con quante tappe ecc) dobbiamo essere ospitate più o meno a lungo. Il mio spirito imprenditoriale non è ma stato un granché ma siamo sopravvissute. Nella mia visione che credevo imminente, il teatro natura, nostro ma anche quello di altri, avrebbe dovuto prendere presto piede aiutato dalla creazione di circuiti nei parchi che potevano essere oltre che a luoghi di residenza (cosa che un po’, dopo trent’anni, sta accadendo), centri di produzione e di circuitazione di azioni teatrali in ascolto della natura in grado di favorire una cultura della natura non solo scientifica o di sfruttamento economico. 

Questo sogno in questi anni non si è esaudito. A volte penso che forse sia meglio così, perché si sarebbe snaturato. Si sa che l’artista a volte vede vicino quasi a toccarla una realtà che si manifesterà magari molti anni dopo. Ma l’idea resta valida. Forse, chissà, con la catastrofe di civiltà, umana e energetica, dovuta a queste terribili guerre, le energie rinnovabili avranno un incremento e con loro anche una cultura ecologica che sembra continuamente emergere per inabissarsi ogni volta, e che dovrà installarsi nelle nostre coscienze se vogliamo salvarci come specie. Dopo trent’anni la nostra ricerca è in grado di trasmettere principi e pratiche selezionate e messe a punto nel tempo, per questo negli ultimi anni ci stiamo dedicando a progetti di formazione frequentati soprattutto da giovani appassionate/i dai 20 ai 35 anni in cerca di una formazione particolare rispetto al teatro ma anche bisognose/i di una formazione umana ad un nuovo mondo che altrove non trovano.