Intervento di Roberta Scaglione (PAV)
Simposio di Roma: Spazio Rossellini – 16 marzo 2026
Il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale
In assenza di un edificio o festival, l’esperienza di PAV diventa foriera di ancora attuali stimoli per comprendere come lo spazio pubblico sia innanzitutto uno spazio che costruisce relazione intercettando le esigenze della comunità e dialogando responsabilmente con le istituzioni. Il teatro non è più solo un luogo ma una pratica per produrre luoghi diversi che favoriscano la conoscenza teatrale e tutelino la ricerca, la formazione e i processi creativi.
Prima di entrare nel merito, vorrei dire da dove nasce questa riflessione. Ne abbiamo discusso tra noi, ci siamo fatte accompagnare da alcuni filosofi che da un po’ di tempo ci stanno accanto e ci vengono in soccorso nei momenti di smarrimento, e sì, anche da ChatGPT. ChatGPT aiuta, non smentisce: ordina, elenca, appunta, prova a disegnare una mappa. Ma i filosofi — e ci mancherebbe altro, soprattutto oggi che ci incontriamo in un simposio, quasi a rendergli omaggio — fanno ancora un’altra cosa: ci sorprendono, ci spostano, ci meravigliano, e proprio per questo ci soccorrono davvero. Forse anche questo intervento nasce da qui: da un intreccio tra il bisogno di orientarsi e quello di continuare a farsi disorientare.
La domanda su cui ci avete invitato a riflettere — qual è il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale?— per noi di PAV è molto concreta, quasi biografica. E lo è per una ragione semplice: PAV non ha mai avuto né un proprio spazio teatrale stabile da abitare, presidiare, programmare né un’attività specifica stabilizzata e definita come, ad esempio, un festival. E questa condizione, nel tempo, si è trasformata per noi in un metodo, in una postura, quasi in una visione poetica e politica del lavoro culturale.
Noi siamo state “costrette”, fin dall’inizio, a porci una domanda radicale: se non abbiamo uno spazio, dove accade il nostro teatro? Dove si produce il nostro spazio pubblico? Dove si costruisce la relazione tra pratica artistica, cittadinanza, territorio, istituzioni?
La risposta che ci siamo date, in venticinque anni di lavoro, è che per noi lo spazio pubblico culturale non coincide necessariamente con un edificio. Non coincide solo con una sala, con una platea, con un palcoscenico. Lo spazio pubblico culturale, per noi, coincide innanzitutto con una possibilità di relazione. È un campo da tracciare ogni volta. È una geografia da negoziare. È una responsabilità da assumersi.
Per questo propongo e condivido con tutte e tutti voi che il punto da cui partire oggi non è tanto il teatro come luogo, ma il teatro come pratica capace di produrre luogo.
PAV negli anni ha dovuto imparare a costruire spazio pubblico in forma diffusa, mobile, porosa, temporanea, attraversando comunità artistiche, territori, istituzioni, centri e periferie, relazioni.
In questo senso, la nostra progettazione è lo spazio pubblico. Non semplicemente avviene nello spazio pubblico: lo costruisce.
Lo costruisce quando attiva residenze. Lo costruisce quando organizza workshop. Lo costruisce quando apre hub temporanei o duraturi. Lo costruisce quando fa incontrare artiste, artisti, cittadine, cittadini, operatori, amministrazioni, visioni diverse e anche conflittuali. Lo costruisce quando immagina dispositivi in cui le persone non siano soltanto pubblico di un esito, ma parte di un processo.
Per noi, dunque, la prima ridefinizione dello spazio pubblico culturale passa da qui: dalla capacità di smontare un’idea proprietaria dello spazio teatrale e di sostituirla con un’idea relazionale, processuale, diffusa dello spazio culturale.
Fin dalla fondazione di PAV, la mancanza di un nostro spazio per la creazione artistica è diventata l’occasione per cercare il nostro spazio altrove. Nelle comunità di artiste e artisti con cui volevamo lavorare. Nei territori che non coincidevano con i centri consolidati. In spazi anche non convenzionali. In forme di progettazione smarginate, come accadeva già agli inizi con Per Antiche Vie, che per noi è stato un modo molto chiaro di intuire che il teatro poteva essere un gesto di attraversamento, una costellazione, un progetto diffuso dentro la regione, più che un presidio unico e centralizzato.
Questa genealogia per noi è importante, perché ci dice che la mancanza di uno spazio non produce automaticamente marginalità. Può produrre, invece, un altro sguardo sullo spazio. Può costringerci a non dare nulla per scontato. Può insegnarci che ogni progetto deve prima di tutto domandarsi: chi convoca? chi include? chi raggiunge? chi lascia fuori?
E qui tocchiamo, credo, un punto cruciale del tema di oggi.
Quando parliamo di ridefinizione dello spazio pubblico culturale, dobbiamo chiederci se stiamo parlando semplicemente di una diversa collocazione delle attività, oppure di una diversa idea di pubblico. Perché spostare uno spettacolo fuori da un teatro non basta, di per sé, a ridefinire lo spazio pubblico. Non basta decentrarsi geograficamente. Non basta occupare uno spazio urbano o un luogo inconsueto. La domanda vera è: che tipo di relazione stiamo costruendo? Che tipo di accesso stiamo producendo? Che tipo di ascolto stiamo praticando? Che tipo di immaginario stiamo rendendo possibile?
Per noi, a PAV, il teatro ha senso quando riesce a intercettare domande. Non quando si limita a confermare un’offerta. Intercettare domande significa prestare attenzione anche a ciò che non è già visibile, già codificato, già legittimato. Significa immaginare proposte che raccolgano e rispondano alle richieste non solo di chi sta al centro delle direttrici urbane, di chi è già abituato a frequentare i luoghi della cultura, di chi possiede già gli strumenti simbolici e materiali per sentirsi autorizzato a entrare.
Significa, al contrario, avere la pazienza e il coraggio di lavorare anche laddove le domande non arrivano già in forma ordinata. Dove non esiste ancora un pubblico costituito. Dove le persone forse non usano il linguaggio delle istituzioni culturali, ma esprimono bisogni, tensioni, desideri, fragilità, conflitti che il teatro può e deve saper ascoltare.
Da questo punto di vista, credo che il ruolo del teatro oggi non sia soltanto rappresentare il presente, ma costruire le condizioni per cui il presente possa essere detto, condiviso, persino contraddetto.
Ecco perché, per noi, il teatro è un incubatore di pratiche. Non solo uno spazio di programmazione, ma un laboratorio in cui si sperimentano forme di convivenza, di ascolto, di prossimità, di immaginazione politica. Pratiche che poi, se funzionano, possono aiutare a ridefinire anche le politiche culturali e ad essere strumento di coesione, inclusione, cura.
Il ricambio generazionale, l’inclusione sociale, lo sguardo sul pubblico, la formazione altro non sono già che assi portanti dell’agire artistico, del creare una tensione che non riguarda solo il prodotto finale ma invade l’intero processo creativo.
E questo vale ancora di più se proviamo a guardare con lucidità al tempo in cui viviamo. Non è la sede di un’analisi estesa, e forse non è nemmeno il tema diretto del nostro intervento, ma non possiamo non tenerne conto. L’epoca che attraversiamo è segnata da una condizione diffusa di instabilità e di fatica: a livello geopolitico, da un mondo attraversato dalle guerre; a livello sociale, da un aumento sempre più evidente dei disturbi psicologici, dell’ansia, della depressione, soprattutto tra le generazioni più giovani; a livello demografico, da trasformazioni profonde che riguardano lo spopolamento delle aree rurali, la massiccia urbanizzazione, l’aumento della popolazione over 65. Tutto questo incide sul modo in cui le persone abitano il presente, costruiscono relazioni, cercano senso, attraversano i luoghi. E dunque incide anche sul modo in cui pensiamo oggi lo spazio pubblico culturale e la responsabilità del teatro al suo interno.
Riflettere su questo per noi è decisivo. Perché troppo spesso si pensa che le politiche culturali scendano dall’alto e che gli operatori debbano soltanto applicarle o, nel migliore dei casi, adattarvisi. La nostra esperienza ci ha insegnato, invece, che il teatro può produrre conoscenza politica. Può produrre sapere situato. Può produrre modelli. Può mettere alla prova dispositivi che, una volta riconosciuti, possono trasformarsi in orientamenti, in criteri, in lessici condivisi, persino in domande nuove da rivolgere alle istituzioni.
Questo vale soprattutto per chi, come noi, gestisce processi. Perché lavorare per processi ti costringe a interrogare continuamente le condizioni del fare: come si lavora insieme? Quali tempi servono? Quali spazi sono davvero accessibili? Quali forme di cura rendono sostenibile il lavoro? Come si protegge il rischio artistico? Come si fa spazio a chi non ha ancora piena legittimazione? Come si rende possibile l’errore, il tentativo, la ricerca?
Sono domande artistiche, ma sono anche politiche.
Ed è qui che entra in gioco un’altra parola chiave: responsabilità.
Per noi spazio pubblico significa anche questo: la relazione che ci dobbiamo conquistare con l’amministrazione pubblica. Uso volutamente il verbo conquistare, perché non è mai una relazione data una volta per tutte, ma che va continuamente costruita, negoziata, resa fertile. E questo implica una postura.
Che postura deve assumere il teatro, oggi, rispetto alle amministrazioni pubbliche? Per noi, non una postura puramente rivendicativa e neppure una postura puramente esecutiva. Non soltanto la postura di chi chiede risorse. E nemmeno quella di chi esegue una funzione delegata.
Il teatro deve assumersi la responsabilità di dialogare con le amministrazioni come un interlocutore capace di portare esperienza, complessità, lettura dei territori, capacità di visione.
Viviamo in un tempo in cui molte forme di spazio pubblico rischiano di essere erose, svuotate, privatizzate, o semplicemente rese innocue. Rischiano di diventare spazi di passaggio senza vera cittadinanza, spazi di consumo, spazi di esposizione, spazi che mantengono un’apparenza pubblica ma perdono profondità relazionale e capacità critica. In questo senso il teatro può svolgere una funzione essenziale: ricostruire spessore. Restituire complessità. Tenere aperte domande.
Per noi, dunque, lo spazio pubblico non è solo il luogo in cui programmare un’attività. È anche la trama istituzionale dentro cui quella attività acquista senso, continuità, riconoscimento, possibilità di trasformazione.
La ridefinizione dello spazio pubblico culturale non può essere solo un esercizio di innovazione formale. Non può limitarsi a cambiare i contenitori, i format, i linguaggi della comunicazione. Deve incidere sulle condizioni reali dell’accesso, della partecipazione, del lavoro.
Se oggi parliamo di spazio pubblico culturale, dobbiamo avere il coraggio di dire che questo spazio, per essere davvero pubblico, deve essere equo, accessibile, sostenibile, inclusivo. Deve essere un luogo protetto e sicuro. Un luogo in cui sia possibile crescere artisticamente senza essere immediatamente schiacciati dalla prestazione, dal risultato, dalla produttività, dalla selezione permanente. Un luogo in cui si possa esplorare senza dover già dimostrare tutto. Un luogo in cui sia ancora legittimo non smettere di porsi domande.
Per chi lavora nella creazione contemporanea, e soprattutto per le nuove generazioni, questo è un tema enorme. Perché lo spazio pubblico culturale non è davvero pubblico se non tutela il diritto alla ricerca. Se non protegge la fragilità delle fasi iniziali. Se non riconosce che il lavoro artistico ha bisogno di tempi non sempre efficienti, non sempre immediatamente monetizzabili, non sempre traducibili in indicatori semplici.
In questo senso, le residenze, i workshop, i percorsi di accompagnamento, per noi, non sono format accessori. Sono dispositivi politici. Sono modi concreti di dare forma a uno spazio pubblico culturale che non si limita a mostrare, ma che permette di elaborare, di sostare, di confrontarsi, di mettersi in discussione.
E c’è un altro aspetto che vorremmo sottolineare.
In una fase storica come questa, in cui molti dei riti collettivi si stanno sfilacciando, il teatro ha ancora una responsabilità profondissima: contribuire a ricostruire forme di ritualità condivisa per le comunità. Non parlo, naturalmente, di un ritorno nostalgico a forme del passato. Parlo della necessità di immaginare occasioni in cui una comunità possa riconoscersi, esporsi, ascoltarsi, attraversare insieme una soglia di senso.
Il rito, però, ci interessa soprattutto se non lo leggiamo in senso nostalgico — una prospettiva che può avere il suo valore, ma che qui ci è sembrata meno fertile rispetto al tema del simposio. Ci interessa, piuttosto, come figura di contrasto, come una lente capace di rendere più nitidi i contorni del presente. In questo senso, il rito non è semplicemente qualcosa che manca: è anche ciò che ci aiuta a vedere meglio che cosa oggi si è trasformato nelle nostre forme di presenza, di relazione, di attenzione. Come accennavo all’inizio, in questi giorni ci siamo confrontate molto sul tema proposto, e in questo percorso ci è venuto in aiuto Byung-Chul Han, con alcuni saggi che già nei titoli sembrano evocare, in filigrana, le domande che attraversano il nostro incontro di oggi, uno su tutti, La scomparsa dei riti. Una topologia del presente. Più che offrirci risposte definitive, questi testi ci hanno aiutato a mettere a fuoco il paesaggio del contemporaneo dentro cui anche il teatro è chiamato a ridefinire la propria funzione pubblica.
In particolare, le sue riflessioni sulla scomparsa del rito ci accompagnano proprio dentro il teatro. Se i riti sono anche quelle forme che danno durata, intensità e significato all’essere insieme, allora il teatro può ancora essere uno dei pochi spazi in cui questa possibilità si esercita concretamente. Uno spazio in cui il tempo non è solo consumo. In cui la presenza non è solo simultaneità. In cui lo stare insieme non è soltanto coesistenza, ma attraversamento comune di un’esperienza.
Ecco perché per noi il teatro è necessario. Non perché custodisca una tradizione da difendere in modo identitario, ma perché possa offrire una pratica di attenzione in un tempo distratto, una pratica di relazione in un tempo frammentato, una pratica di immaginazione in un tempo saturo di reazione.
Ma perché questo accada, il teatro deve conservare un atteggiamento speculativo. Deve continuare a fare ipotesi. Deve provare a intercettare il cambiamento prima che sia completamente leggibile. Deve stare dove le forme stanno ancora cercando il proprio nome. Deve accettare il rischio di non avere subito tutte le risposte.
Per noi, questo atteggiamento speculativo è fondamentale. Speculativo non nel senso astratto del termine, ma nel senso di chi osserva il presente cercando di intravedere ciò che sta emergendo: nuove soggettività, nuove urgenze, nuovi conflitti, nuove forme di vulnerabilità, nuove domande di linguaggio, nuove possibilità di alleanza.
Il teatro, se vuole ridefinire lo spazio pubblico culturale, non può limitarsi a occupare uno spazio già dato. Deve saperlo anticipare. Deve saperlo immaginare. Deve saperlo rendere desiderabile.
E qui torno a PAV.
Forse la nostra esperienza può essere importante in questo contesto proprio perché nasce da una condizione di non coincidenza: non coincidenza con un edificio, non coincidenza con un centro unico, non coincidenza con una comunità già data. Abbiamo dovuto, ogni volta, rintracciare il luogo. Abbiamo dovuto domandarci con chi lavorare, dove posizionarci, come entrare in relazione con i territori, come costruire un equilibrio tra autonomia artistica e responsabilità pubblica.
Abbiamo imparato che lo spazio pubblico culturale non si eredita: si costruisce. E si costruisce ogni volta di nuovo. Si costruisce con le artiste e gli artisti. Si costruisce con le cittadine e i cittadini. Si costruisce nel dialogo con le amministrazioni. Si costruisce nei margini, nei passaggi, nelle alleanze, nelle soglie. Si costruisce anche accettando che non tutto sia immediatamente definito, nominato, stabilizzato.
Per questo, se oggi mi chiedete quale sia il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale, la risposta che sento di dare è questa:
- il teatro deve continuare a pensarsi come pratica capace di generare spazio pubblico
- deve assumersi la responsabilità di ascoltare domande che non arrivano solo dal centro
- deve produrre condizioni di equità, accessibilità, sostenibilità e sicurezza per chi crea e per chi partecipa
- deve dialogare con le amministrazioni pubbliche non come soggetto subalterno, ma come interlocutore capace di portare visione e conoscenza
- deve ricostruire occasioni di ritualità condivisa
- deve restare un incubatore di nuove pratiche, capace di incidere anche sulle politiche culturali
E aggiungerei: deve farlo senza paura della propria trasformazione.
Perché forse la domanda non è solo come i teatri ridefiniscono lo spazio pubblico culturale, ma è anche: quanto siamo disposti, come istituzioni culturali, a lasciarci ridefinire dallo spazio pubblico che incontriamo?
Per noi di PAV, da sempre, la risposta sta qui: nel non separare mai la progettazione dalla responsabilità pubblica. Nel considerare ogni progetto come un modo di disegnare uno spazio comune. Nel sapere che, anche quando non possediamo un luogo, possiamo contribuire a costruire un campo di esperienza, di relazione, di ricerca, di cittadinanza.
In fondo, è questo che abbiamo provato a fare in questi venticinque anni: trasformare una mancanza in una pratica, una pratica in una postura, e una postura in una visione di spazio pubblico culturale.
E forse c’è anche questo, in filigrana, dentro la nostra storia. Quando, quasi trent’anni fa, poco più che studentesse di Lettere, abbiamo iniziato a gettare le fondamenta di quella che sarebbe diventata la nostra impresa, attraverso esperienze professionali per noi decisive, non sapevamo ancora che avremmo attraversato l’epoca dei non-luoghi. La rete è un non-luogo, la connessione digitale è un non-luogo, in parte lo è anche il mercato globale. Noi, invece, abbiamo cercato un luogo. E lo abbiamo trovato nel teatro. O meglio: in una certa idea di teatro, capace non solo di abitare i luoghi, ma di generarli.
Oggi, con più esperienza e forse anche con maggiore consapevolezza, ci piace pensare che il nostro compito sia anche questo: leggere il presente per riconoscere ciò che oggi appare irrituale, marginale, ancora senza nome, e provare a comprendere come proprio da lì possano emergere nuovi modelli di ritualità. Modelli dentro cui comunità profondamente mutate possano ritrovare forme inedite dello stare insieme, del confronto, della vita comune; luoghi in cui le radici di appartenenza non si conservino come qualcosa di fisso, ma possano intrecciarsi, mescolarsi e trasformarsi. Forse è anche da qui che passeranno i riti futuri: quelli che sapremo consegnare alle generazioni che verranno.
