Radici, Relazioni, Natura, Comunità

Natalia Biarese

Intervento di Natalia Biarese (Jobel Teatro)

Simposio di Rieti: Teatro Flavio Vespasiano – 15 aprile 2026

Sostenibilità ambientale e accessibilità. Le nuove figure professionali necessarie per l’innovazione ecologica e l’inclusione sociale dello spettacolo dal vivo

Attraverso quattro parole che corrispondono ad altrettante dimensioni, Teatro Jobel ci insegna ad essere degli artigiani della relazione. Questa è la pratica svolta da oltre venticinque anni in Sabina, volta a generare valore in un ecosistema naturale. Radici, Relazioni, Natura e Comunità sono le parole guida. In questo modo è possibile imparare che il lavoro in provincia non è un limite ma un hub di sperimentazione sfidante e propositivo per ripensare il futuro dei luoghi.


Buongiorno a tutte e a tutti.
Ringrazio ATCL per darci l’occasione di riflettere e di ritrovarci insieme. Penso che il progetto TIR sia un’occasione preziosa, perché mette al centro quello che per noi è il cuore del lavoro culturale: il passaggio di testimone, la formazione e la costruzione di un mercato del lavoro che sia sostenibile economicamente e anche umanamente.

È molto stimolante quindi essere qui per parlare di futuro insieme a tanti colleghi e, soprattutto, insieme ai giovani che hanno scelto di investire le proprie energie nel settore dello spettacolo dal vivo, anche nel difficile tempo attuale. Oggi rappresento Jobel e vorrei ragionare con voi a partire dalla nostra esperienza. Ci piace definirci un ecosistema culturale, siamo una residenza artistica, una compagnia e da qualche mese un polo culturale nella città di Rieti e da oltre venticinque anni lavoriamo sulla narrazione di tematiche contemporanee attraverso le arti dello spettacolo dal vivo.

Vorrei parlarvi della nostra pratica quotidiana che si muove costantemente tra due poli: il silenzio del bosco della Sabina, dove ha sede la nostra Residenza Artistica e il rumore vitale delle piazze, dei borghi del nostro territorio che è poi proprio quello della provincia di Rieti. Vorrei accompagnarvi in questo viaggio attraverso quattro parole come quattro bussole per navigare la complessità del nostro tempo, cercando di riflettere insieme sulla domanda centrale di questo simposio: quali sono le nuove figure professionali necessarie oggi al settore dello spettacolo dal vivo?

La prima parola è RADICI. 

La nostra storia inizia con una scelta radicale, quasi una fuga, ma una fuga “verso” qualcosa di nuovo. Nel 2003, il nostro gruppo, nato a Roma nel 2000 in una zona semiperiferica, grazie all’intuizione del nostro fondatore e direttore Lorenzo Cognatti, che ha sentito l’esigenza profonda di lasciare la città. Cercavamo uno spazio fuori, un luogo che potesse essere dedicato allo sviluppo creativo tutti i giorni, tutto il giorno. Un luogo dove ospitare artisti, giovani e appassionati in una dimensione di immersione totale. Venticinque anni fa era una scelta estremamente radicale.

Siamo capitati quasi per caso nel Comune di Torricella in Sabina. Nessuno di noi era di questo territorio. Ma, anno dopo anno, lo abbiamo scelto. Lo abbiamo scelto per radicarci, per integrarlo nella nostra visione, fino a viverci e lavorarci stabilmente ormai da oltre vent’anni. All’inizio, il nostro modello era molto semplice: tutto quello che guadagnavamo da uno spettacolo, da un laboratorio, lo investivamo nella crescita di questo spazio, che ora si chiama Centro Jobel, la nostra residenza artistica, dove ancora adesso ospita un gruppo di artisti che vive lì stabilmente, tutto l’anno.

Se non era facile spiegare la nostra scelta ad amici e parenti, a Roma, è stato altrettanto difficile interagire con il territorio. Non è stato facile far capire a una comunità rurale che c’era un gruppo di artisti che facevano questo nella vita, di lavoro, che ricercavano attraverso l’arte nuove forme di comunicazione, poteva essere per loro una sovrastimolazione culturale o un rifiuto. Non lo è stata di fatto perché abbiamo sempre cercato di “abitare” questo territorio senza consumarlo, generando, pensiamo dei valori duraturi per le comunità locali con le quali abbiamo impattato. Per noi di Jobel, la sostenibilità economica non può essere separata da quella territoriale. Il nostro modello di impresa si fonda sull’idea che il valore economico nasca dal valore sociale che generiamo.

Si tratta di costruire un valore che si rigenera nel tempo, proprio come un ecosistema naturale. Quando ci prendiamo cura del luogo in cui viviamo e lavoriamo, apriamo opportunità reali per tutti: per noi artisti, per gli artisti che ospitiamo da tutto il mondo e per i giovani locali che vogliono costruire qui il loro futuro.

La seconda parola è RELAZIONI. 

Se le radici ci tengono fermi e solidi, le relazioni sono ciò che ci permette di viaggiare e di respirare. Jobel ha la sua residenza artistica nel bosco della Sabina ma parallelamente in tutti questi anni abbiamo cercato di creare un ecosistema di relazioni, attraverso scambi, progetti europei, residenze. Dal 2019 inoltre lavoriamo in maniera continuativa in Canada, dove abbiamo una sede stabile a Montreal, e abbiamo realizzato progetti in luoghi di alto prestigio come essere ospitati dall’’ONU a New York nella loro Assemblea Annuale. Questo legame internazionale è fondamentale per la nostra identità e per la nostra professionalità. Portiamo la bellezza dei nostri borghi medievali e del nostro paesaggio sabino nel mondo e, allo stesso tempo, nutriamo il nostro territorio con visioni e artisti internazionali che ospitiamo nella nostra residenza. Quando questi artisti arrivano da noi, rimangono affascinati dall’architettura, dal cibo, dal paesaggio. Ma soprattutto rimangono colpiti dalla qualità delle relazioni umane che si creano in un contesto di lavoro così concentrato. Cosa significa “Relazione” per noi dal punto di vista professionale per chi vuole lavorare nello spettacolo oggi? Significa saper creare connessioni. Progettare un evento a Montreal o la restituzione pubblica di una Residenza in un piccolo borgo di 300 abitanti richiede una competenza specifica nel far dialogare culture, linguaggi e partner diversi. La “Relazione” per noi è questo scambio continuo tra il locale e il globale.

Trasmettere a un giovane che oggi si affaccia a questo mestiere che la provincia non è un limite da superare, ma un hub di sperimentazione, è per noi la vera sfida. Non si tratta semplicemente di “lavorare da remoto”, un concetto che nel 2026 è ormai la norma, ma di trasformare l’isolamento geografico in un osservatorio privilegiato. La relazione, per noi, significa che non portiamo nel mondo solo uno spettacolo ‘finito’, ma il metodo e l’energia di un territorio dove noi l’abbiamo costruito.

Non sentirsi isolati perché si è lontani dalle grandi città, ma capire che proprio questa distanza ci regala una qualità del tempo e una profondità di ricerca che molte metropoli, ormai sature e frenetiche, non possono più offrire. Lavorare qui ci permette di coltivare relazioni umane autentiche, creando uno spazio di confronto senza giudizio dove l’arte torna a essere un linguaggio universale, capace di parlare a Montreal come a Torricella in Sabina.

La terza parola è NATURA, intesa come il tema centrale del nostro impegno civile. 

Un esempio concreto di come con Jobel affrontiamo questo tema è il progetto “Art for Earth” (Arte per la Terra), nato con il sostegno del Ministero dell’Ambiente e della Sicurezza Energetica che ci ha permesso di esplorare nuove frontiere nella comunicazione ambientale attraverso l’arte. L’idea di questo progetto è ambiziosa: creare occasioni di scambio e confronto tra cultura, scienza e comunità sui temi ambientali più urgenti. Negli ultimi anni abbiamo realizzato due differenti eventi: uno tra Rieti e Terni un paio di anni fa e lo scorso novembre a Roma, in collaborazione con il Municipio VI zona di Tor Bella Monaca per chi conosce Roma e con l’Università di Tor Vergata. È un progetto in itinere che cerca di utilizzare il mezzo artistico come tramite per far arrivare messaggi complessi —in modo diretto ed emozionante. Spesso le tematiche globali, difficili e articolate, rimangono staccate dalla quotidianità delle persone. L’arte ha il potere straordinario di accorciare questa distanza. Il mezzo artistico — che sia uno spettacolo, un’installazione narrativa o un laboratorio creativo — può essere un tramite potentissimo per far nascere una riflessione collettiva. La natura, in questo senso, diventa il nostro interlocutore principale. Per noi è fondamentale trovare linguaggi nuovi per raccontare il nostro patrimonio naturale. Quando un cittadino si emoziona davanti a una performance ispirata al suo fiume, come ci è capitato in una installazione da noi realizzata a Montreal, nei corridoi sotterranei di collegamento tra una metro e l’altra, dove abbiamo ricreato con strumenti digitali il fiume Saint-Laurent della città di Montreal, allora quel fiume smette di essere solo acqua e diventa parte dell’identità di quel cittadino. E quindi proteggerlo diventa un atto naturale, istintivo.

La quarta parola, è COMUNITÀ.

L’esempio più significativo che posso portarvi è il lavoro svolto nei comuni del Cratere sismico del 2016. Grazie a programmi della Regione Lazio che hanno garantito continuità per diversi anni, abbiamo lavorato intensamente in comuni come Posta, come Borbona, comuni che sono stati toccati in maniera significativa dal terremoto del 2016, vicino ad Amatrice. Lì abbiamo toccato con mano come una comunità ferita, frammentata dal trauma e dalla perdita, possa riunirsi intorno a un progetto artistico per ritrovare un senso di appartenenza.

A Borbona, con il progetto “Terra Nostra”, abbiamo realizzato qualcosa che va oltre lo spettacolo. Abbiamo riunito l’intera città intorno a una messa in scena che raccontasse le loro tradizioni più profonde. In scena c’erano circa 100 persone per un paese di circa 300, più qualche artista professionista di Jobel. Cittadini di ogni età, dai bambini agli anziani, che hanno lavorato insieme per mesi sia in scena che dietro le quinte realizzando costumi e scene. Ricordo ancora i volti degli anziani di Borbona durante le prove di ‘Terra Nostra’ che ritrovavano la voglia di stare insieme, cucire un costume o di intonare un Canto a Braccio. In quel momento, il teatro era un rito di riparazione collettiva. Abbiamo visto persone che non si parlavano da anni collaborare per la riuscita di una scena. Abbiamo raccontato la loro storia con le loro voci. E quando quello spettacolo ha girato altri comuni, non si muovevano solo gli attori, si muoveva l’intera comunità di Borbona che andava fiera a raccontare la propria identità. Questa per noi è stato un grandissimo esempio di accessibilità: rendere lo spettacolo dal vivo quello che viene chiamato “dispositivo di comunità” dove ognuno, indipendentemente dalle proprie fragilità, dalle proprie competenze o dalla propria età, ha avuto un ruolo essenziale e riconosciuto. Un’accessibilità che include le persone nel processo creativo, rendendole protagoniste della propria rinascita, della propria narrazione.

In conclusione, vorrei tornare al tema centrale del simposio: le nuove figure professionali. Non c’è bisogno solo di nuove figure professionali ma a volte di rinnovare alcuni modi di fare organizzazione.

Una parola che vorrei usare è Artigiano della Relazione. So che sembra qualcosa di molto poetico ma nella pratica significa saper passare con naturalezza da una riunione per un budget di un progetto internazionale a cercare di capire come non far volare una scenografia nella piazza di un comune in montagna ascoltando i consigli che ci tengono a darti gli anziani del posto. Una professionalità ibrida, qualcuno che usa la creatività non come fine estetico ultimo, ma come uno strumento per leggere i bisogni di un territorio e trovare soluzioni originali.

Saper coltivare contemporaneamente le quattro dimensioni: curare le Radici (il legame profondo con i territori), saper alimentare le Relazioni (il capitale umano e la rete internazionale), saper rispettare e raccontare la Natura (l’ecosistema ambientale) saper costruire Comunità (generando impatto sociale e inclusione). La nostra esperienza di venticinque anni ci insegna che, quando ci si prende cura del luogo in cui si vive e si lavora, quando si mette l’arte al servizio della società, si aprono innumerevoli opportunità per tutti. Lo spettacolo dal vivo sarà sempre fatto, oltre che di mezzi e strumenti digitali, di effetti speciali, anche di “affetti umani”.

Auguro a tutti noi di continuare a sporcarci le mani con il territorio, a cercare le vostre radici e a costruire relazioni che superino i confini.