GLOSSARIO

a cura di lacasadargilla

“Chiamate lingue morte le lingue dei greci e dei latini. Da esse, però, si origina ciò che nelle nostre sopravvive”
Schiller

Glossario dello spazio teatrale

Nei primi del Novecento, l’espressione sistema americano o luce all’americana indica l’innovativa tecnica di illuminazione, che va a sostituire i vecchi sistemi fissi per posizionare le luci. Così con americane si definiscono ancora oggi le strutture modulari e reticolari, in alluminio, che si trovano sopra il palcoscenico – e che a volte arrivano fino alle prime file di platea – dove sono posizionate le luci, i videoproiettori, le casse audio o anche fondali ed elementi scenografici (questi ultimi, anche su tubi indipendenti, chiamati stangoni).

Le americane sono posizionate longitudinalmente e hanno una lunghezza media di 10 metri, ma possono arrivare fino a 15 metri per coprire tutta la larghezza del palco. La sezione delle americane può essere triangolare o quadrata che oggi è la più comune: ci appaiono dunque come lo scheletro, l’ossatura di una trave in alluminio.

Le americane sono mobili, si possono spostare sia orizzontalmente a seconda dei teatri, sia calare fino a terra in modo da poter montare più agevolmente le luci. Nella maggior parte dei teatri moderni le americane si muovono grazie a sistemi motorizzati o meccanici tramite catene (come allo Spazio Rossellini). In alcuni teatri è possibile calare a terra i singoli elementi, ciò permette di modificare una linea di proiettori nel caso siano necessarie variazioni del disegno luci durante le prove. Il reticolato di americane si chiama ring. Altro termine per definire americana è truss.

In greco antico anfiteatron voleva dire letteralmente teatro tutto intorno, da amphi intorno e theatron edificio fatto per vedere – theatron in greco deriva da theaomai vedo, osservo. L’anfiteatro è allora quel teatro particolare dove gli spettatori siedono (e guardano) tutt’intorno alla scena, dalla caratteristica forma ovale, e che si differenzia dal teatro greco o romano che era invece semicircolare con davanti una scena rettilinea. Lo spettacolo avveniva al centro in un’area chiamata arena. L’anfiteatro era soprattutto dedicato ai combattimenti con i gladiatori o ai giochi venatori. Il Colosseo è uno dei più famosi al mondo. L’anfiteatro è l’antenato dello stadio moderno.

Oggi, in senso lato, la definizione di anfiteatro si riferisce alla disposizione a ordini semicircolari concentrici e degradanti, analoga a quella delle gradinate degli antichi teatri greci e romani.

Il boccascena è un elemento architettonico che incornicia la scena. Viene introdotto nel teatro all’italiana e indica una separazione fra lo spazio del pubblico e il palcoscenico, come una bocca spalancata al di fuori della quale siedono gli spettatori e al cui interno avviene lo spettacolo. Come se gli attori fossero isolati nelle scenografie che li accolgono e il pubblico non esistesse.

Può coincidere con l’apertura strutturale del palcoscenico, chiamato arco scenico, ma può anche rimpicciolirlo creando una cornice che nasconde le pareti laterali del palco limitando la visuale del pubblico. Oggi non ci facciamo quasi più caso, e in alcuni spazi teatrali non esiste più.

Termine dall’origine incerta, forse derivante da canto, angolo, indica un’asta sottile di legno dolce, di norma d’abete, a sezione rettangolare di 2-3 centimetri, o 5-6, e lunga fino a 4 metri, usata specialmente nella scenotecnica, per formare telai di legno che sostengano le scene dipinte, quinte o fondali per non farli deformare. Ha lo stesso nome anche la stanga di legno munita di lampadine e sistemata dietro le quinte per illuminare il retropalco.

La cantinella è in qualche modo l’unità minima di quasi tutte le costruzioni scenografiche e fa parte della dotazione imprescindibile di un teatro, come le corde.

Assemblando le cantinelle con un metodo di giuntura chiamato abbiettatura, si possono costruire lunghe aste – in gergo teatrale stangoni – per arrivare a coprire tutta la larghezza del palco e sostenere grandi fondali o quinte o cieli.

Il termine cavea deriva dal latino cavea da cavus, cavo, e ha forse la stessa origine della parola gabbia. Indica la parte di un teatro o di un anfiteatro romano riservata al pubblico. Solitamente costruita a gradoni, la cavea può essere scavata nella pendenza naturale di una collina o sostenuta da complesse arcate e volte in muratura. La Cavea dell’Auditorium di Roma (progettata per essere un luogo di incontro o un anfiteatro all’aperto) prende da qui il suo nome.

Con il termine cielo (spesso detto anche aria o soffitto) si intende l’elemento scenico orizzontale, solitamente di tela dipinta o di panno nero, sospeso sopra il palcoscenico per incorniciare l’intero spazio scenico. Insieme alle quinte e al fondale, completa la scatola scenica nascondendo alla vista del pubblico tutte le strutture sospese sopra gli attori. Solitamente si appende alla graticcia o a un sistema di stangoni. Il cielo permette di avere una scena pulita e senza sfori – cioè una scatola nera – senza cielo la scena diventa a vista: americane, luci, tiri, i muri stessi del teatro.

Il termine consolle deriva dall’adattamento dell’omonimo francese e indica principalmente un mobile da parete. Nell’informatica e nell’elettronica, una console (o consolle) è l’interfaccia, solitamente composta da monitor e tastiera o da un pannello di controllo, utilizzata da un tecnico per gestire un sistema informatico o un’apparecchiatura complessa. La consolle teatrale assomiglia a una grande macchina da scrivere fatta di tasti, indicatori luminosi, e cursori (fader) e consente all’operatore di azionare le luci, con un sistema di canali che comunica direttamente con i proiettori appesi alle americane. Nelle consolle ogni canale controlla singoli proiettori o gruppi di e, a seconda del numero di canali, il disegno luci può essere più o meno elaborato. Tramite la consolle si abbassa la luminosità e si decidono le dinamiche di entrata e uscita delle luci. Oggi la consolle può essere sostituita da sistemi computerizzati attraverso i quali il tecnico gestisce le luci con memorie programmate e non più manualmente.

Per il suono si usa più comunemente la parola mixer (o console di missaggio). Il mixer è un’apparecchiatura elettronica complessa con la funzione di ricevere diversi segnali audio in ingresso (provenienti da microfoni, strumenti musicali e computer in scena). Permette di regolarne il volume, equalizzare le frequenze (alti, medi, bassi), aggiungere effetti (come per esempio il riverbero) e miscelarli insieme per creare l’audio finale amplificato dalle casse.

Anche il video ha la sua piccola console generalmente un software sul computer gestibile interamente dal laptop che può essere gestito con l’aiuto di un piccolo dispositivo (controller). Alcuni software ragionano con un sistema di canali dove ogni video o immagine può essere modificata live con diversi effetti.

Il termine fondale deriva dal sostantivo fondo, dal latino fundus, che significa suolo, base o terreno. In origine il termine serviva a designare la profondità di uno specchio d’acqua, il fondale marino o lacustre. Poi è passato a indicare il grande pannello o telo dipinto posto nella parte posteriore del palcoscenico.

Un tempo, i fondali erano dipinti per rappresentare un ambiente. Questa tecnica è viva ancora oggi se pensiamo alle scenografie ai fondali del Flauto magico di William Kentridge o, per fare un esempio a noi più vicino, il muro-fondale dello spettacolo When the Rain Stops Falling, dipinto a mano dal decoratore Rinaldo Rinaldi su progetto dello scenografo Carlo Sala. Quest’ultimo era un fondale in PVC con strati di intonaco applicati pennellata per pennellata, più spessi in alcuni punti meno in altri, in modo che potesse trasparire in controluce il cambio di luminosità dei proiettori.

I fondali possono essere di natura e materiali più diversi a seconda del loro uso: dal panno nero alla tela dipinta, dal tulle al PVC se usati anche come superfici per la proiezione di immagini e video.

Introdotto per la prima volta nel 1784 nel teatro di Besançon, il golfo mistico o buca dell’orchestra è quello spazio davanti al palcoscenico dove sta l’orchestra che eseguiva le musiche dal vivo. Quest’innovazione permetteva una migliore propagazione del suono e al tempo stesso nascondeva i musicisti alla vista del pubblico per non distogliere l’attenzione dalla rappresentazione scenica. Fu Richard Wagner a definirlo golfo mistico – mystischer Abgrund – e fu il grande compositore tedesco nel 1876 a imporre il buio in sala per immergere gli spettatori in un’esperienza percettiva totale.

Struttura sovrastante il palcoscenico fatta a grate, con doghe di legno o di metallo equidistanti, per lasciare spazio all’applicazione di tiri e rocchetti. In molti teatri la graticcia è praticabile ovvero ci si può camminare sopra con l’aiuto di speciali passerelle, semplificando in questo modo il lavoro dei macchinisti. La graticcia, essendo un elemento fisso e stabile, permette il posizionamento degli elementi scenici su tiri diversi da quelli occupati dalle americane garantendo così una maggiore stabilità.

I loggioni – parola derivata dal francese loge, probabilmente tettoia o galleria – sono la parte più alta dei teatri, situata sopra i palchi. I posti dei loggioni sono i più economici, ma offrono una scarsa visibilità. Nei teatri d’opera ospitano spesso gli spettatori più appassionati di musica, a volte chiamati loggionisti.

Il termine deriva dal greco orchéomai, danzare, e indica nel teatro greco lo spazio posto tra la scena e le gradinate, in terra battuta, spazio di forma semicircolare. È uno dei primi elementi dello spazio teatrale destinato alle danze del coro in onore del dio Dioniso, durante le feste Dionisie che ospitavano le gare di componimenti drammatici.

Nel teatro romano venuta meno l’azione del coro, questo spazio viene occupato da posti destinati a senatori e ad alte cariche ufficiali. Nel teatro moderno, l’orchestra definisce la parte anteriore della platea, sotto il palcoscenico, riservata ai musicisti e viene definita buca d’orchestra detta anche golfo mistico.

Parola dall’etimologia incerta, forse deriva dal fatto che in origine le quinte erano a cinque facce girevoli, oppure cosa forse più convincente dal fatto che la scena veniva suddivisa in cinque piani di profondità, delimitati da elementi verticali per dare un effetto prospettico e la sensazione di uno spazio molto più ampio di quello reale.

La quinta è essenziale all’architettura teatrale e indica elementi verticali di stoffa o tela, semplici o armati, inchiodati direttamente sul palcoscenico o fermati con pesi a terra. Le quinte possono anche essere munite di ruote che scorrono lungo binari. Le quinte costituiscono la delimitazione della scena, essendo quasi sempre disposte in più file, a sinistra e a destra del palcoscenico in modo da dare l’illusione di una chiusura. Hanno così la funzione di nascondere il retroscena agli spettatori ed evitare gli sfori delle luci. Gli spazi tra una quinta e l’altra vengono usati dalle attrici per entrare e uscire di scena.

L’espressione “stare dietro le quinte” è riferita a tutto ciò che avviene fuori scena ma è indispensabile per la riuscita dello spettacolo. Il termine indica anche tutte quelle professionalità e maestranze del teatro che, anche se non sono in primo piano, sono fondamentali alla messa in scena e alla costruzione dell’intero processo creativo e produttivo.

Il termine palco deriva dal longobardo balk (o dall’alto tedesco palcho / balcho), che significa letteralmente trave o impalcatura, struttura in legno rialzata. Nei teatri all’italiana, indica gli scomparti sopraelevati e aperti sulla scena riservati agli spettatori. Assomigliano a tanti balconcini che si affacciano sulla platea e sulla scena e sono disposti lungo le pareti ellittiche – a ferro di cavallo – della sala. Di numero variabile a seconda della grandezza del teatro, il palchetto come una piccola stanza raccolta, ospita quattro o cinque spettatori seduti su poltroncine. In passato erano riservati alla nobiltà che li acquistava e arredava a suo piacimento.

I palchi sono disposti su più piani e ogni piano è chiamato ordine e viene numerato partendo dal basso: dai palchi di platea o di prim’ordine fino al terzo o quarto ordine e al loggione. Più si sale di ordine più i prezzi dei biglietti scendono.

In teatro, si chiama palcoscenico lo spazio sul quale si muovono gli attori e su cui sono posizionate le scenografie. Il palcoscenico segue le trasformazioni del teatro stesso e muta di forma e natura a seconda dell’architettura: dal palcoscenico in terra battuta, orchestra, come nel teatro greco, al tavolato di legno rialzato che caratterizza i nostri teatri all’italiana – come La Pergola di Firenze o il teatro Valle di Roma –, fino ai moderni teatri a pianta unica, con il palcoscenico al livello degli spettatori come il teatro Vascello di Roma o alcune grandi sale di teatri europei.

Nei teatri all’italiana il palcoscenico è costruito in leggera pendenza per favorire la visuale della scena. La pendenza del palcoscenico – chiamata tecnicamente declivio – varia da teatro a teatro ed è generalmente compresa fra il 2% e il 5%. Ciò richiede accorgimenti tecnici da parte dello scenografo nella costruzione della scenografia. Storica è la pendenza del palcoscenico del Teatro Valle a cui persino gli attori sono costretti a fare l’abitudine.

Il palcoscenico tradizionale è spesso attrezzato di ribalta, buca del suggeritore, sottopalco, graticcia, ballatoi, scale, botole da cui far uscire gli attori o elementi scenici.

Platea, dal latino platēa strada larga, piazza, e dal greco plateia, aggettivo sostantivato derivato da platus largo, spazioso. Spazio centrale di teatri, cinema e altre sale per lo spettacolo dal vivo, situato di fronte al palcoscenico a un livello leggermente inferiore a questo, in piano o in leggera pendenza, e dotato di poltrone fisse disposte a file. La platea, nel caso di teatri con il palcoscenico al livello degli spettatori, è costruita sul modello di una gradinata seguendo un sofisticato calcolo della pendenza in modo da permettere la visibilità da ogni fila.

La platea può anche essere mobile e modulare come nei teatri all’aperto o in alcuni teatri che ne aumentano o riducono le dimensioni a seconda del numero di spettatori previsto come nello Spazio Rossellini di Roma. La struttura mobile e modulare si chiama tribuna.

Dal greco pro-skené davanti alla scena. La natura del proscenio varia nei secoli: nei teatri classici, è la pedana davanti al fondale su cui recitano gli attori. Quando le pedane cominciano a essere sostituite dai palchi rialzati (sia in legno che in muratura) il proscenio diventa quella porzione del palco che sporge verso la sala, davanti al sipario. In alcuni teatri il proscenio è una struttura variabile che permette il restringimento o l’allungamento del palco stesso.

Il proscenio è chiamato anche ribalta: un bordo dove si nascondono i proiettori posti a terra e rivolti verso il palcoscenico. Una definizione usata soprattutto nel teatro di varietà e nell’avanspettacolo: le luci della ribalta possono avere protezioni a conchiglia bene in vista, che hanno lo scopo di schermare il pubblico dalla luce e dirottare il fascio luminoso verso la scena. Il film Luci della ribalta di Charlie Chaplin ci ricorda la funzione di questa porzione di palco.

Dal latino siparium tenda che nascondeva, negli intervalli, parte della scena. Il sipario è una struttura mobile, posta all’altezza del proscenio, che serve a separare il palcoscenico dalla sala. È costituito spesso da un telone colorato, talora dipinto, o generalmente in velluto pesante. Il sipario viene alzato o abbassato, o anche fatto scorrere lateralmente, all’inizio e/o alla fine dello spettacolo. Il sipario chiuso caratterizza quel particolare momento d’attesa prima dell’inizio di uno spettacolo: l’artista Mimmo Paladino chiamò Sipario d’attesa un sipario fatto di riquadri appositamente costruito per il teatro Argentina di Roma nel 2009. Non sempre, però, il sipario viene usato e in molti lavori il pubblico entra a scena aperta, come se lo spettacolo fosse attivo ancor prima di cominciare.

Parete in metallo che in caso di incendio separa il palco dalla platea così da proteggere gli spettatori. È un elemento affascinante ed essenziale per la sicurezza di un teatro. Il tagliafuoco del Teatro Argentina di Roma è dipinto con una vernice dorata e può essere usato prolungando il palcoscenico come vero e proprio fondale.

L’insieme di funi, carrucole e contrappesi manuale o motorizzato utilizzato per sollevare, sostenere e movimentare elementi scenografici, fondali o americane. I tiri possono essere di diverso tipo: manuali, contrappesati o motorizzati.

Nel linguaggio teatrale, la tramoggia è un attrezzo di scena utilizzato per creare l’effetto della neve artificiale o altri oggetti più singolari durante uno spettacolo. Si tratta di un contenitore allungato simile a una canalina o a un tronco rovesciato dotato di un’apertura regolabile sul fondo, in cui si inserisce della neve finta in fiocchi o cellulosa.

La tramoggia viene generalmente posizionata in alto, nascosta sopra il palcoscenico – nella zona della graticcia o del soffitto – e azionata manualmente tramite un sistema di funi e carrucole da un macchinista. Quando viene mossa con perizia, può far cadere qualsiasi materia sul palco in modo uniforme e realistico.

Glossario della produzione di uno spettacolo

L’allestimento è l’insieme delle operazioni necessarie per preparare la parte visiva di una rappresentazione. Una volta pronte le scene, le luci, le possibili proiezioni, l’allestimento si conclude con gli ultimi giorni di prove che vedono gli attori in azione nello spazio che ospita il debutto dello spettacolo.

La parola deriva da cannapaceus, fatto di canapa cioè una tela ruvida, una trama. Il termine passa a indicare, nel ‘500 lo scenario della Commedia dell’arte, e cioè quell’insieme di trame, appunti, brevi dialoghi, situazioni, scritte velocemente e tramandate oralmente, grazie alle quali si può improvvisare a piacimento. Il canovaccio è dunque una traccia che l’attore può ampliare, approfondire, o modificare nei dettagli, mantenendo però salva la struttura e il tema principale. L’improvvisazione a soggetto è una tecnica che permette agli attori di essere vicini al pubblico, misurarne le reazioni e in base a queste saper dunque modulare la propria interpretazione.

Per estensione, il termine è oggi utilizzato nel linguaggio comune e nella scrittura per definire la trama o la traccia fondamentale di un progetto, di un film, di un libro o di qualsiasi opera narrativa prima della sua stesura definitiva. Saper scrivere un canovaccio è anche una pratica molto utile nel lavoro di equipe, quando una stessa materia (una lezione, un workshop, un progetto) deve essere divulgata in contesti e da persone diverse.

Il cartellone è l’insieme di tutti gli spettacoli, di prosa, danza, musica, o lirica, programmati da un teatro all’interno di una stagione.

Per stagione teatrale si intende il periodo di 8/10 mesi che va dall’inizio dell’autunno alla fine della primavera. Alcuni teatri propongono al pubblico anche una stagione estiva.

Il termine cartellone deriva dal grande manifesto, che a volte viene ancora appeso sulle facciate dei teatri, che annuncia al pubblico il contenuto di tutta la stagione.

Il copione è il testo scritto che viene messo in scena. Può essere originale, un adattamento di un’opera preesistente o di un testo letterario.

Contiene le battute che devono recitare le attrici, le descrizioni degli ambienti in cui si svolge l’azione e le didascalie, cioè le indicazioni per le azioni o lo stato d’animo dei personaggi. Nel teatro contemporaneo spesso i copioni vengono scritti senza includere troppe indicazioni, di conseguenza le didascalie sono sempre più rare.

Può essere suddiviso in scene e atti. In drammaturgia una scena è un avvenimento, o un fatto narrativo, che avviene grazie al coinvolgimento di uno o più personaggi, in un determinato luogo e in un tempo preciso. Un atto è invece una sequenza di scene che descrive un arco narrativo e porta, in crescendo, a un’evoluzione della narrazione.

Durante le prove viene redatto il copione di lavoro, sui cui vengono indicati tutti i movimenti di scena, i cambi luci, gli attacchi di suono e di video. Questo documento è fondamentale nel caso di una futura ripresa dello spettacolo e viene consegnato alla produzione.

Da creditum, participio passato del verbo latino credere, affidare, indica il riconoscimento del lavoro affidato alle diverse professionalità, artistiche, tecniche e organizzative, nella realizzazione di uno spettacolo o di un’opera audiovisiva.

Generalmente i crediti di uno spettacolo teatrale sono indicati nella locandina e nel programma di sala. Per traslazione così l’insieme dei crediti viene definito in alcuni casi locandina. In un film sono, invece, presenti nei titoli di coda.

La parola deriva dal francese personnage, che a sua volta è un’evoluzione di personne, persona. In latino, il vocabolo persona indicava originariamente la maschera indossata dagli attori, che aveva la doppia funzione di caratterizzare il ruolo ricoperto dall’attore e amplificare il suono della voce – da per-sonare, suonare attraverso. Per estensione, la parola persona ha iniziato a indicare il personaggio stesso rappresentato sulla scena. Nel Medioevo, il termine francese personnage e poi l’italiano personaggio, ha iniziato a indicare specificamente l’individuo che agisce in un’opera di fantasia – teatro, cinema o letteratura – o, per estensione, un individuo di spicco o dalla spiccata personalità nella vita reale.

Il concetto di personaggio, per come lo intendiamo oggi, è frutto della grande narrativa dell’800 e delle ripercussioni della psicanalisi sul teatro moderno e sull’arte in genere. Va distinto da quelli che erano i caratteri al centro dei canovacci della commedia dell’arte (Arlecchino, Pantalone, Colombina, solo per citarne alcuni), come dai ruoli che caratterizzavano il teatro ottocentesco (la servetta, il primo amoroso, la donna ingenua).

Oggi accanto al termine di personaggio, si usa anche quello di figura che indica una postura, una memoria, un immaginario, un’inclinazione, piuttosto che un arco drammatico o emotivo.

La pre-produzione di uno spettacolo è quella fase di progettazione e pianificazione che precede l’inizio delle prove. Regia e produzione lavorano insieme a delineare la futura forma della messa in scena.

La scelta degli attori fa parte della pre-produzione. Ma anche la realizzazione di materiali che possono essere fondamentali per l’allestimento. Durante questa fase, alcuni teatri prevedono la Bauprobe dal tedesco da bau scena, un vero e proprio collaudo di tutti gli elementi della scenografia prima di procedere alla costruzione.

Il processo di messa in scena del testo che vede impegnati le attrici, il regista, i tecnici, le altre competenze artistiche, come light designer, costumista, scenografo.

Le prove prevedono un primo momento chiamato tavolino, in cui gli interpreti, la regista e il drammaturgo, nel caso di un autore vivente, leggono il testo attorno a un tavolo, per analizzare il copione in tutte le sue sfumature. Solo successivamente si passa ad agire nello spazio, per costruire i movimenti e le relazioni tra tutti i personaggi in scena. Più ci si avvicina al debutto più lo spettacolo prende forma e nuovi elementi entrano a far parte delle prove: i costumi, le scenografie, le luci, gli oggetti, i video, i suoni.

All’interno di una stagione teatrale, possono essere presenti delle rassegne, ovvero un gruppo di spettacoli uniti da un fil rouge, un comune denominatore, che può essere un certo tema, o in altri casi un format che ad esempio riunisce spettacoli di registi stranieri, o la proposta di una serie di spettacoli della stessa compagnia, detta anche personale.

Repertorio è un termine che può avere più significati. Il repertorio di una compagnia è l’insieme di spettacoli prodotti nel corso negli anni e che è ancora possibile proporre al pubblico.

Il repertorio di un autore è l’insieme dei testi che ha scritto. Vengono inoltre chiamati repertorio classico, i grandi testi del passato firmati per esempio da Shakespeare, Goldoni, Cechov, Pirandello, Beckett.

La scheda tecnica di uno spettacolo è un documento essenziale che fotografa tutta la dotazione tecnica, logistica e strumentale necessaria alla messa in scena: luci, audio, video, scenografia, dimensioni minime del palco, etc. È il documento ufficiale che una compagnia teatrale fornisce al teatro ospitante, o che una produzione chiede a una compagnia o al suo produttore/organizzatore, per decidere se può ospitare o meno uno spettacolo o a quali condizioni. È, inoltre, un documento fondamentale per consentire ai tecnici del teatro ospitante di preparare il necessario prima dell’arrivo degli artisti. Per questo motivo la scheda tecnica va corredata di piante, per fornire tutte le indicazioni necessarie e deve essere il più dettagliata possibile (si indicano anche cose a prima vista scontate, come i cavi necessari al montaggio delle casse audio o al video). È inoltre fondamentale indicare nella scheda tecnica non solo i materiali necessari, ma anche il numero di tecnici che si richiedono per allestire lo spettacolo.

La scheda tecnica di un teatro indica, invece, tutta la strumentazione tecnica in dotazione a un teatro e fornisce a una compagnia ospite le indicazioni su cosa troverà in loco e cosa sarà invece necessario affittare.

Glossario delle competenze artistiche

Deriva dal latino actor, colui che agisce. L’attore incorpora un testo, incarna un personaggio, lo fa vivere ogni sera in scena.

Le diverse qualità dell’attore, per dirla con Diderot nel Il paradosso dell’attore, scritto alla fine del ‘700 sono: “l’osservazione, l’imitazione, l’intelligenza, lo studio, l’attenzione, l’immaginazione e la padronanza di sé”. Oggi potremo aggiungere la trasparenza, la capacità di restituire una figura, un carattere, un personaggio senza sovrascriverlo o sovra interpretarlo. L’attore è quasi un equilibrista, un funambolo, in bilico fra la capacità di dipingere il proprio personaggio, ritrarne calore ed emozioni, e la perizia tecnica che gli permette di osservarlo con distacco.

Sotto una maschera nell’antica Grecia, schiavi e liberti nell’antica Roma dove venivano chiamati infames, condannati dalla chiesa nel medioevo, gli attori sono stati a lungo delle figure ai margini della società. Nel ‘500 fanno parte di piccole comunità che si trasferiscono nelle città guadagnandosi da vivere cantando e raccontando storie. Man mano si specializzano, si tramandano il mestiere di padre in figlio, sviluppano addestramenti tecnici, vocali, mimici e acrobatici, un corredo che ancora oggi è parte della cassetta degli attrezzi di ogni attrice o attore. Dal ‘600 si formano istituzioni teatrali nazionali come la Comédie Française (1680), nascono manuali come le Regole per gli attori di Goethe (1803), si mettono a punto metodi di recitazione in uso ancora oggi come Il lavoro dell’attore su se stesso di K. S. Stanislavskji (1938). Intorno agli anni ’30 del Novecento nascono le Accademie d’Arte Drammatica o le Scuole di teatro dove oggi ci si può formare ad alto livello, accedendo tramite esame.

La formazione e il mestiere dell’attore si fonda proprio su questa doppia natura: su un artigianato che deve essere ogni giorno allenato con un lavoro rigoroso e minuzioso e su una formazione specializzata.

Figura che nasce nel XVI secolo con la commedia dell’arte. Il capocomico distribuisce le parti, coordina le prove e cura ogni aspetto gestionale della compagnia di attori. Come dice la parola stessa è a capo dei comici attore lui stesso – in francese ancora oggi attore si dice sia acteur che comedien.

Questa figura nel tempo si è andata scomponendo nelle sue diverse competenze, confluite nei diversi mestieri del drammaturgo, del regista e dell’amministratore di compagnia.

Il termine coreografo deriva da coreografia che a sua volta viene dall’unione di due parole greche: choreia, danza, e grafia, modo in cui i fonemi vengono rappresentati per mezzo della scrittura. Quindi potremmo dire scrittura della danza. Questo perché nel XVI e XVII secolo venivano annotati, in un sistema di simboli grafici, i movimenti dei ballerini per tramandare i componimenti scenici della danza.

Nel corso del ‘900 con la nascita della danza contemporanea, il coreografo compone letteralmente, come un musicista, i movimenti che vanno eseguiti da danzatori e danzatrici.

In uno spettacolo di danza, il disegno dello spazio e il lavoro con il corpo delle danzatrici è simile a quello che il regista fa con il corpo e la voce degli attori e con l’ideazione dello spazio scenico. In uno spettacolo di prosa, il regista può avvalersi del supporto di una coreografa per lavorare sui movimenti degli interpreti.

Tra le grandi coreografe che hanno sovvertito le regole della danza classica, ricordiamo Martha Graham, Merce Cunningham, Trisha Brown e Pina Bausch.

Deriva dal greco antico koruphaîos, a sua volta originato da koruphé che significa cima, vertice o sommità del capo, una parola che – contrariamente a quello che si crede – non è etimologicamente imparentata con la parola coro, ma ha un’origine del tutto indipendente.

Centrale nel ruolo del corifeo era la capacità di saper coordinare i movimenti e le parole del coro. Questa figura specifica del teatro greco, è trasmigrata prima nel ruolo del capocomico e, più recentemente, nelle competenze della regia.

La parola ha origine nella Grecia antica dove il termine khorós non indicava semplicemente un gruppo che canta, ma designava una danza eseguita in cerchio da un gruppo di persone. Il coro è dunque danza unita al canto, e per traslazione il luogo stesso occupato dal coro nel teatro greco.

Il coro nella tragedia classica è spesso un personaggio collettivo, portavoce delle istanze della comunità, ma è anche espressione delle idee e dei sentimenti del drammaturgo. Ed è per questo che nelle riscritture di alcune tragedie da parte di registi contemporanei il coro è spesso il ponte con il tempo presente, con la contemporaneità.

Costumista dal latino volgare cōnsuētūdinem che vuol dire usanza, abitudine. Il costume è innanzitutto il modo consueto di agire di una persona o di un gruppo di persone il complesso di usanze caratteristiche di un popolo in un determinato periodo e dunque, l’abito, il costume tipico, di un’epoca storica.

La costumista si forma generalmente nelle Accademie d’Arte. La sua professione condensa la pratica artigianale della sartoria – conoscenza dei tessuti, dei materiali, dei tagli – con competenze di progettazione, come gli stilisti. Con i bozzetti deve riuscire a far immaginare al regista e ai collaboratori artistici quella che sarà la realizzazione finale, dalla palette di colori agli stili per i personaggi.

Il costume può connotare profondamente uno spettacolo e definirne l’ambientazione storica, a volte anche tradendo l’epoca in cui la vicenda è ambientata.

Il costumista disegna costellazioni di colori, per esempio in “Miracolo a Milano” (diretto da Claudio Longhi) il colore predominante è il grigio, in tutte le sue sfumature, grigio come la città di Milano, grigio come il film in bianco e nero a cui lo spettacolo s’ispira. Ma improvvise note di colore esplodono come dei pop-up che si staccano dall’uniformità degli altri personaggi e si stagliano così sulla scena.

Nata come rituale sacro, la danza si struttura come una forma d’arte legata ai balli di corte nel Rinascimento italiano e, in seguito, come disciplina rigorosa alla corte di Luigi XIV, che fonda la prima accademia di danza, l’Académie Royale de Danse.

La danza e il teatro hanno attraversato storie parallele ancora oggi si può dire che è così – il Premio Ubu ha due voci separate per miglior spettacolo di teatro e miglior spettacolo di danza.

Il danzatore si forma principalmente nelle accademie per la formazione dei corpi di ballo. Le grandi danzatrici del XX secolo – che non a caso sono diventate anche coreografe – hanno destrutturato dall’interno la disciplina accademica già dagli inizi del ‘900. Isadora Duncan, danzatrice statunitense, abolisce le rigide scarpe a punta e libera il corpo vestendolo di abiti leggeri. La danza si modifica anche a partire dalle ricerche sul movimento di grandi interpreti come Rudolf Nurejev o, in modo totalmente diverso Merce Cunningham, fondatore della post modern dance. Con la sua compagnia, il Tanztheater, la coreografa tedesca Pina Bausch, ‘inventa’ un genere artistico che fonde danza, teatro, canto e performance. Nella danza contemporanea, il danzatore sempre meno esegue una coreografia prestabilita, ma improvvisa a partire da una struttura, esattamente come nella musica jazz.

Indica un consulente artistico e letterario del teatro. A differenza del drammaturgo (colui che scrive materialmente il testo), il dramaturg cura generalmente i contenuti e le fonti letterarie che concorrono alla scrittura di uno spettacolo o ai temi di un’intera stagione teatrale. La dramaturg può anche occuparsi di tutte quelle attività culturali che una produzione o un teatro, costruisce intorno a uno spettacolo. La dramaturg analizza i testi, effettua ricerche storico-culturali per il regista e gli attori. Secondo Gaia Clotilde Chernetich è un mestiere in qualche modo “sartoriale” e che cambia a seconda degli interlocutori, degli artisti e interpreti con cui si lavora. È un mestiere necessario, ma ancora non pienamente integrato nel teatro italiano. “Quello che posso auspicare – continua Chernetich – è che il nostro sistema, magari su modello di quello tedesco oppure ricercando altre modalità, continui a integrare sempre di più questa figura, così come tutte quelle che rientrano nell’osservazione e nello sguardo esterno del prodotto teatrale. In tal modo si stimolerà anche chi vorrà avvicinarsi in futuro a questo lavoro.”

La parola, il lemma, nasce nella Grecia antica, con i primi drammaturghi, Eschilo, Sofocle, Euripide, e deriva dall’unione di due parole: drama che significa azione, fatto o rappresentazione, dal greco drago, agire, ed ergon che significa opera, lavoro o atto. Letteralmente dunque “colui che crea e costruisce un’azione”, autore di opere destinate a essere messe in scena.

Con Molière e Goldoni si afferma la figura del drammaturgo contemporaneo, ovvero dell’autore del testo teatrale che immagina e scrive la trama, la situazione, l’ambientazione, tutti i protagonisti, e l’arco narrativo della vicenda. Inizialmente è il drammaturgo a coordinare il lavoro degli attori e delle attrici e con tutta probabilità a mettere mano alla messa in scena, compito adesso assolto dal regista. Ancora oggi in Inghilterra, dove l’autore del testo ha un ruolo di primo piano rispetto alla tradizione italiana, è il drammaturgo o la drammaturga più che il regista a firmare in qualche modo lo spettacolo.

La drammaturga che oltre a scrivere testi originali per il teatro può firmare adattamenti di testi già esistenti, riceve dal teatro o dalla compagnia per cui lavora una commissione di volta in volta concordata, oltre ai diritti d’autore derivanti dalla vendita dei biglietti.

Il light designer disegna le luci per uno spettacolo. La luce a teatro ha la doppia funzione: rendere visibile quello che accade sulla scena e definire la temperatura, l’atmosfera di uno spettacolo. Con le luci si disegna un’alba, un pomeriggio ghiacciato, un tramonto. Il movimento delle luci può anche scandire snodi drammaturgici e cambi di scena o suggerire temperature emotive.

Luci calde, fredde o colorate per mezzo di filtri possono dipingere una città all’imbrunire o un ambiente rischiarato dalla luce del primo mattino. Per dirla con le parole del light designer Gianni Staropoli: “Concepire e progettare la luce vuol dire interagire con uno spazio, percepirlo, coglierne l’essenza luminosa, creare delle situazioni luminose dentro le quali le attrici e gli attori possano agire e reagire in totale armonia e organicità.”

Il light designer si forma generalmente nella pratica del suo mestiere: si può cominciare come elettricisti e, mano a mano, passare a costruire il disegno luci di uno spettacolo. Solo recentemente sono nate scuole per light designer.

Deriva dall’inglese to perform, portare a termine, eseguire, e indica un artista che si esibisce in scena, di fronte a un pubblico, spesso unendo più discipline.

Si distingue dall’attore che interpreta un personaggio e si affida a un testo, in quanto il performer può fare affidamento più sul proprio corpo e sul proprio carisma, in un rapporto diretto con il pubblico, che può anche essere provocatorio, straniante, allusivo.

Oggi è diventata molto sottile la differenza tra il performer teatrale e il performer al centro della cosiddetta arte performativa, ovvero quella forma d’arte visiva in cui l’opera non è più un oggetto – un quadro, una statua – ma un’azione o una serie di azioni eseguite dall’artista stesso in uno spazio di fronte al pubblico, ad esempio come The Artist is Present di Marina Abramovič o Bed-in for Peace di John Lennon e Yoko Ono.

La parola regia è relativamente moderna e deriva dal latino regere, dirigere. Alla base della nascita della figura del regista c’è la necessità di coordinare esseri umani ed elementi scenici per raccontare una storia. Ancora oggi per un regista è fondamentale la capacità di coordinamento tra i vari reparti per la realizzazione di uno spettacolo.

A partire da fine ‘800, un altro aspetto del mestiere del regista ha cominciato ad assumere sempre più importanza: la visione artistica e autoriale che sta alla base di tutte le scelte di una messa in scena teatrale.

La complessità del lavoro del regista impone una formazione poliedrica e la capacità di gestire e comprendere diversi linguaggi. Da una personale analisi del testo teatrale o del tema scelto, alla conseguente direzione degli attori, dalla conoscenza delle possibilità scenografiche e di costume, a una consapevolezza delle potenzialità offerte da luci, suono e video. Ed è proprio attraverso il complesso lavoro del regista – vero e proprio architetto teatrale – che il testo portato in scena acquista senso e può anche discostarsi dal senso originale frutto del lavoro del drammaturgo.

“Difficile rispondere, oggi, alla domanda cosa sia un regista o piuttosto la regia. – sostiene Claudio Longhi – Forse la regia, oggi, è, tecnicamente, sguardo e ascolto, ma anche tatto e gusto; impegno a ri-pensare il teatro (o un teatro); amore dell’Altro; passione per l’atto del produrre più che per il prodotto; vita tra le pieghe e negli interstizi; strappo, ferita e cesura; e ancora, sempre: assunzione di responsabilità politica del proprio fare.”

Oggi il lavoro della regia sta sempre più diventando un lavoro collettivo, l’ensemble di regia è proprio questo, un insieme di professionalità che guidate dalla visione del regista o della regista è pienamente autore dello spettacolo.

Il termine scenografia, è composto dalle parole greche Skēnē tenda, capanna, riparo, graphía, dal verbo greco gráphein (scrivere, disegnare o dipingere).

Un tempo, il significato indicava l’arte di dipingere per creare illusioni tridimensionali su superfici piane e solo in seguito ha definito l’arte e la tecnica di progettare e realizzare l’ambiente, gli sfondi e l’atmosfera di uno spettacolo teatrale.

Il mestiere dello scenografo, come lo definisce Marco Rossi è “subordinato” a un luogo, a un tema, alle immagini evocate da un testo, all’idea del regista, alle sue note. A partire da questo grazie alle proprie competenze arriva a immaginare, progettare e infine costruire una scena, che obbedisce a quel sistema complesso, a quell’organismo che è lo spettacolo.

La scenografa immagina e progetta l’ambiente o gli ambienti della storia: un luogo unico oppure una scenografia complessa e stratificata. Grazie a un sistema di botole, porte a più livelli, scale, passerelle attraversabili dagli attori, Il Candelaio di Luca Ronconi, ha saputo restituire un’intera città vista dall’alto, lasciandone immaginare agli spettatori il mondo sotterraneo e invisibile.

La formazione dello scenografo può essere accademica o pratica, ovvero si comincia come artigiani o costruttori per poi arrivare alla progettazione vera e propria.

Il suono, e non a caso non la musica, definisce questa professione. Uno spettacolo risuona diversamente se il suono avvolge tutta la scena o se scaturisce da una fonte unica. La spazializzazione del suono informa la percezione dello spettatore, può arrivare da dietro, dal fondo della platea o da una radiolina accesa sul palco. Può essere direzionato o avvolgente, frontale o immersivo. Il sound designer è in qualche modo un architetto che lavora a tutta la pasta sonora dello spettacolo, dalle voci degli attori nel caso siano microfonati – che devono avere una determinata intensità e direzione – alle musiche, che spesso compone o rielabora.

Il suono, inteso in questo senso ampio, prende parte con le luci e le scene, alla costruzione dell’ambiente generale dell’opera. Il rumore della pioggia nello spettacolo When the Rain Stops Falling (2019) definisce il luogo più delle scenografie. Il suono della pioggia si trasferisce su ogni elemento dello spettacolo, incluso il grande fondale che sembra inumidirsi nel momento in cui si percepisce il suono della pioggia che cade.

Il verbo tradurre deriva dal latino traducere, composto da trans al di là e ducere condurre. Il suo significato originario era trasportare o far passare da un luogo a un altro e quindi far passare un testo da una lingua all’altra. Il verbo latino traducere è strettamente imparentato con tradere consegnare, affidare, che è alla base della parola tradimento (in questo caso la consegna è al nemico). Il traduttore è chi traslando il testo in un’altra lingua, lo tradisce e lo consegna.

Il lavoro del traduttore permette di far viaggiare i testi al di fuori dei paesi d’origine.

Il video o in generale l’uso dell’immagine in uno spettacolo teatrale è una competenza relativamente recente, ma non così recente come può sembrare. Già negli anni venti il regista tedesco Erwin Piscator introduce l’uso di riprese girate appositamente per lo spettacolo, di filmati d’archivio, di montaggi astratti di immagini, di schermi e pannelli di proiezione, anticipando quello che, con un termine moderno, si potrebbe definire teatro espanso (da expanded cinema). Come le altre maestranze relative agli aspetti della scenografia, si tratta di un lavoro che affianca la visione registica in un equilibrio estremamente delicato in quanto l’impatto immediato di un’immagine, se non calibrata o accuratamente inserita nel dispositivo teatrale, può distrarre o coprire l’interpretazione degli interpreti. Se usata con cura, l’immagine video può agire come un ulteriore strato di senso e spostare la percezione generale dell’opera.

Nella figura del video designer, tecnica – in questo caso tecnologia – e arte sono strettamente interconnesse.

Le immagini proiettate sono fatte di luce e non vivono senza un supporto, reagiscono in modo diverso a seconda della superficie di proiezione scelta. Così in questo mestiere non basta saper produrre immagini, con riprese originali, ricerche d’archivio, montaggi, ma bisogna sempre considerarne la resa su tale o tal altra superficie.

Glossario delle competenze tecniche

Il compito dell’attrezzista è reperire, riparare e gestire ciò che serve allo spettacolo e che è visibile in scena: oggetti che gli attori utilizzano nelle loro azioni durante la replica, ma anche altri elementi scenici che possano in qualche modo avere una vita propria. Una valigetta piena di soldi, una pistola, un ombrello, un mazzo di fiori che ogni sera deve fiorire in un preciso momento della storia.

Dietro a ognuno di questi oggetti, o attrezzi di scena, c’è un lavoro di ricerca o adattamento. Ed è proprio compito dell’attrezzista fornire al regista ciò che serve allo spettacolo. L’attrezzista, inoltre, lavora a stretto contatto con la scenografa, con il macchinista e con il costumista, per fare in modo che gli oggetti di scena abbiano una loro coerenza con le scenografie e con i costumi.

Il lavoro dell’attrezzista unisce una sapienza artigianale, nella capacità di trovare, manipolare o creare gli oggetti, a una certa creatività, necessaria per risolvere tecnicamente alcune problematiche che potrebbero presentarsi nell’allestimento o nella gestione delle repliche.

Durante le repliche o la tournée, l’attrezzista è, inoltre, responsabile della gestione di tutti gli oggetti di scena e fa in modo che all’inizio di ogni rappresentazione ogni cosa sia al suo posto.

“Mezz’ora. Quarto d’ora. Cinque minuti. Chi è di scena!”. Gli attori imparano da subito a coordinarsi con gli ordini che arrivano dal direttore di scena. È il direttore di scena, che si accerta dell’arrivo degli attori e comunica a tutto il cast artistico quanto manca all’inizio dello spettacolo.

È un ruolo che richiede grande precisione. Gestendo i rapporti tra le varie figure che fanno uno spettacolo, tra chi sta in scena e chi lavora dietro le quinte, il direttore di scena è la figura che fa in modo che in ogni replica tutto funzioni come è stato pensato, immaginato e realizzato dalla regia. Operando nel buio e nel silenzio, da dietro le quinte, il direttore di scena conosce lo spettacolo alla perfezione, in ogni suo segreto, visibile o invisibile al pubblico, e si assicura che ogni sera tutto fili liscio, al punto che i direttori di scena della lirica sanno la musica.

L’elettricista in teatro lavora a stretto contatto con il light designer. È un ruolo di grande responsabilità, perché oltre a realizzare fisicamente le richieste di chi ha immaginato e disegnato l’illuminazione di uno spettacolo, l’elettricista si deve anche accertare di fare tutto seguendo rigide procedure di sicurezza.

I proiettori che illuminano la scena, che prendono nomi diversi a seconda del tipo di luce che proiettano – PC, sagomatori, domino, par, Fresnel, solo per citarne alcuni, e ora anche proiettori LED –, lavorano ad alto voltaggio, con un grande consumo di energia, e molte di queste luci si trovano esattamente sopra la testa degli attori. Di conseguenza, esistono rigidi protocolli di sicurezza che devono essere seguiti nel corso di un montaggio. Ed è compito del capo elettricista fare in modo che tutto avvenga come da regolamento.

Ma oltre a montare e smontare cavi e luci, l’elettricista deve imparare poco alla volta a conoscere i segreti del suo mestiere. Un bravo elettricista capisce subito quando un proiettore è posizionato a un angolo sbagliato, quando c’è un’ombra che non dovrebbe esserci, quando l’attore in battuta è in un piccolo buco di luce.

Il fonico ha in mano l’amplificazione sonora dello spettacolo. Se la voce delle attrici non è amplificata, è suo compito gestire gli effetti sonori e la musica durante una replica.

Ma in questi ultimi anni si è diffuso sempre più l’utilizzo di sistemi per l’amplificazione della voce degli interpreti. Radio microfoni per ogni singolo attore o microfoni direzionali posti sulla scena. È compito del fonico controllare prima di ogni replica che tutto sia in funzione, che i volumi siano regolati, oltre ad aiutare gli interpreti a indossare i loro radio microfoni.

Non è un caso che uno dei suoi compiti riguardi la voce. Se andiamo a guardare, infatti, all’etimologia della parola, scopriamo che fonico deriva dal greco phōné, che significa proprio voce. Il fonico, inoltre, sta alla consolle audio durante lo spettacolo, gestisce le fonti sonore, apre e chiude i microfoni a seconda di chi è in scena, manda gli effetti sonori, fa partire le musiche che fanno la colonna sonora dello spettacolo.

È un lavoro molto affascinante, perché tutto quello che sentiamo durante uno spettacolo, passa per le sue mani. Il fonico collabora con il sound designer, che ha deciso quale colore e sapore debba avere l’intero suono di uno spettacolo, e fa in modo che quelle idee si realizzino.

Al tempo stesso, chi esercita questa professione si deve anche velocemente rendere conto di come funziona l’acustica di una sala, perché nelle tournée magari c’è bisogno di qualche piccolo aggiustamento quando si passa in pochi giorni da un teatro a un altro.

Tavoli che scorrono, talpe che sbucano dal terreno, un pavimento che si apre e svela una piscina, l’acqua che scorre su una parete in vetro come se piovesse fuori da una casa, quinte che si alzano mostrando un nuovo fondale, interi blocchi di scena che avanzano, si spostano di lato, magari scompaiono del tutto, neve che scende dolcemente sulla scena finale.

Ecco, a far muovere le scene, a creare fisicamente gli effetti visivi, sono i macchinisti. E questo è decisamente parte della magia del teatro, della sorpresa della visione. Se al cinema o in una serie TV questo movimento di passaggio da un luogo a un altro, da una situazione all’altra, è possibile grazie al montaggio delle immagini, in teatro è reso dal lavoro del macchinista.

In un certo senso possiamo dire che il macchinista è il discendente dei costruttori di macchine spettacolari del teatro barocco, ma erano macchinisti (e chissà come venivano chiamati allora) anche i responsabili delle apparizioni del deus ex machina nel teatro romano.

Come per elettricista e light designer, fonico e sound designer, il macchinista lavora a stretto contatto con lo scenografo e fa in modo di rendere possibili gli effetti immaginati da regia e scenografia. Questo significa che il suo ruolo comincia ben prima del debutto dello spettacolo, non è limitato al solo svolgimento delle repliche, ma partecipa a parte delle prove e al montaggio delle scene.

Anche il macchinista, come l’elettricista, deve seguire una procedura specifica per fare in modo che tutto ciò che è stato costruito e realizzato per lo spettacolo soddisfi standard specifici di sicurezza per chi è in scena e per il pubblico.

La sarta realizza i costumi di scena pensati e disegnati dai costumisti. È un ruolo fondamentale perché è come se mediasse fra l’idea che nasce dal costumista e il corpo degli attori, cucendo sul fisico di tutti gli interpreti gli abiti che li aiuteranno a entrare nei panni di un altro e diventare personaggio.

Per fare un esempio preso dal cinema, la Sartoria Tirelli è una sartoria romana che ha realizzato costumi per film molto noti, come per esempio Il Gattopardo di Luchino Visconti, o Amadeus di Milos Forman. Il lavoro dalla sartoria Tirelli è tutt’ora così importante e riconosciuto che ha in qualche modo superato per fama i costumisti con cui ha lavorato: spesso ci si ricorda che una certa diva in un determinato film è stata vestita dalla sartoria Tirelli, mentre si fa più fatica a ricordare il nome di chi sia stato il costumista. In un teatro stabile la sartoria è per il costumista un luogo essenziale, quasi una stanza dei balocchi, perché qui sono conservati tutti i costumi di spettacoli passati che possono essere adattati e riutilizzati.

I costumi di uno spettacolo devono durare un numero imprecisato di repliche, gli attori che li indossano devono poter comodamente fare le azioni previste dal loro ruolo. I costumi si sporcano, si macchiano, si inzuppano di sudore. E ogni sera, prima di ogni replica, devono essere di nuovo pronti, perfetti. È compito della sarta occuparsi dello stato dei costumi, lavarli, prepararli per le repliche, cucire le parti che si usurano, insomma prendersene cura.

E questo ci fa anche venire in mente l’etimologia del termine sarta, che deriva da sartus, participio passato del verbo latino sarcire, che significa rammendare, aggiustare.

La sarta è una figura indispensabile anche per un aspetto che non ha a che fare prettamente con il suo ruolo professionale, ma forse più il lato umano. È l’ultima persona a occuparsi degli attori prima che vadano in scena, nei loro camerini, per controllare i costumi, per fare qualche piccolo aggiustamento. Per prendersi cura di loro e in qualche modo coccolarli, in quel momento che genera sempre un po’ di ansia: l’attimo prima di affrontare il pubblico.

Lo scenotecnico è chi fisicamente costruisce la scenografia progettata dallo scenografo.

È un artigiano che lavora con legno, cartongesso, metallo, carta da parati, gommapiuma, polistirolo, resine, tessuti e plexiglas. La sua conoscenza dei materiali fa in modo che le scenografie possano sostenere il peso degli interpreti, che prendano la luce e il colore nella maniera che è stata immaginata da regia e scenografia.

Lo scenotecnico, oltre alla sua competenza artigianale, deve conoscere bene il teatro, perché non basta che sappia costruire, ma deve saperlo fare per la scena. La parete di una scenografia, infatti, non è una parete vera, ma lo deve sembrare. Al tempo stesso deve pesare il meno possibile, per poter essere trasportata, o anche spostata velocemente durante una replica.

Si deve considerare che esiste sempre un gap, un salto, una profonda differenza tra l’idea e la realizzazione finale dell’idea. Ecco, il compito dello scenotecnico – ma in qualche modo anche del macchinista, dell’elettricista, del fonico, della sarta o del tecnico video – è di fare in modo che questo gap sia il meno ampio possibile. Ma bisogna sempre essere aperti al rischio, perché a volte il gap è un’esperienza positiva. Esistono casi in cui il risultato finale è inaspettato e sorprendentemente soddisfa più dell’idea iniziale.

Il tecnico video è una figura centrale nella realizzazione di uno spettacolo, in questi ultimi anni in cui si fa sempre più uso di videoproiezioni. Può essere una professionalità a sé stante o far parte dei compiti del fonico o dell’elettricista.

Lavora a stretto contatto con il video designer, che crea i contenuti video dello spettacolo, e fa in modo di predisporre le attrezzature tecniche affinché le proiezioni avvengano come richiesto.

Un semplice schermo sul fondo della scena è ovviamente la cosa più classica e più usata, ma si possono proiettare immagini su supporti diversi, su tulle, velatini, in sezioni di scena, in verticale, o anche come un cielo sulla testa degli spettatori.

Il tecnico video fa in modo di poter realizzare tutto questo, lavorando sul posizionamento dei videoproiettori, calcolando angoli, geometrie e distanza di proiezione dai relativi supporti, e gestendo dalla consolle video l’uso delle immagini durante le repliche dello spettacolo. Il tecnico video è presente anche durante le prove, in quanto molto spesso l’utilizzo delle immagini proiettate è fondamentale per la costruzione dello spettacolo.

Al pari della sarta, truccatori e parrucchiere sono le altre figure che si prendono cura dell’aspetto degli attori, restando con loro in camerino fino al “chi è di scena”.

Ora, bisogna dire che nella tradizione italiana, l’attore impara spesso a truccarsi da solo, e a prepararsi senza necessità di un truccatore o una truccatrice professionista.

Cosa diversa è in quegli spettacoli che richiedono una preparazione più lunga, in cui le attrici hanno per esempio bisogno di un paio di ore per essere invecchiate, o ringiovanite, o per l’applicazione di protesi o maschere particolari che si adattino al loro volto. O anche per indossare parrucche complesse, come per esempio un’elaborata acconciatura del ‘700, o una parrucca di capelli naturali che deve sembrare assolutamente realistica.

Glossario delle competenze produttive e organizzative

L’agente letterario è un intermediario tra autori e teatri. Cura e gestisce gli interessi di drammaturghe, autori di romanzi, adattatori, traduttrici. In Italia è una figura che principalmente gestisce i diritti di autori teatrali stranieri o autori di romanzi italiani nel momento in cui un regista o un teatro presenta una proposta di adattamento per un libro già pubblicato.

Tra i suoi compiti principali c’è quello di contrattare con i teatri le percentuali dei diritti d’autore, gli anticipi sul compenso spettante all’autore, come anche assicurarsi che la messa in scena segua le indicazioni dell’autore o ne rispetti l’immaginario e la poetica. Giusto per fare un esempio, quando il Teatro di Roma decise di produrre uno spettacolo tratto da Ragazzi di vita di Pier Paolo Pasolini, l’agente letterario impose al teatro che l’adattamento teatrale del romanzo non contenesse parti riscritte, ma dovesse essere composto unicamente da frasi e parole originariamente scritte da Pasolini.

È la figura che si occupa di assicurarsi che tutto in teatro sia stato costruito seguendo i protocolli di sicurezza, in modo da garantire l’incolumità di pubblico, artisti, maestranze, maschere, dipendenti del teatro, sia per quanto riguarda, la sala, che per il palcoscenico e il dietro le quinte.

È suo compito ispezionare le vie di fuga, i dispositivi antincendio, i sistemi di primo soccorso. Un ruolo di grande responsabilità, a prescindere dalla capienza dei teatri.

All’interno di un teatro stabile, come per esempio un Teatro Nazionale, l’amministratore di compagnia è in genere un dipendente dell’Ufficio di produzione che assume la gestione di una tournée. Quando uno spettacolo prodotto da un Teatro Stabile viene ospitato in altri teatri in giro per l’Italia, o anche all’estero, l’amministratore di compagnia è il responsabile della gestione economica della tournée, delle paghe, delle diarie, dei rapporti con i teatri ospitanti, della cassa e della rendicontazione della tournée, oltre che della logistica e degli spostamenti di tutti i membri della compagnia.

La biglietteria è il primo contatto tra il teatro e il pubblico.

Oggi, i canali di vendita dei biglietti teatrali sono molto diversificati. Si può acquistare on line, comprare o prenotare telefonicamente, ma il luogo fisico della biglietteria – che sia per prendere il biglietto con giorni di anticipo o ritirarlo mezz’ora prima della replica – è una sorta di porta di ingresso al teatro. Il luogo in cui si viene accolti e che lavora in sintonia con le maschere e il direttore di sala.

Entrare in un teatro può essere come entrare in una casa in cui siamo stati invitati. Una casa che ha tanti proprietari, contemporaneamente. Gli artisti che si esibiscono. I direttori e i dirigenti del teatro, ma anche le persone che fisicamente accolgono: le maschere e gli addetti alla biglietteria.

Un altro compito della biglietteria, che svolge insieme al direttore di sala, è quello di redigere il borderò alla fine di ogni replica, ovvero un documento che indica il numero di biglietti venduti, l’incasso, e le quote di diritto d’autore da pagare alla SIAE (la società che gestisce i diritti di autore degli autori dei testi e delle musiche).

Il direttore artistico è il responsabile della gestione culturale di un teatro. Il suo impegno e il suo lavoro arrivano a disegnare l’identità che ogni teatro ha nei confronti del pubblico.

Può essere un artista – spesso è un regista – ma anche più prettamente un manager o un operatore culturale. La sua visione delinea il cartellone della stagione di un teatro: il direttore artistico sceglie gli spettacoli da produrre, quelli da ospitare – molto spesso in un sistema di scambi con altri teatri, cioè io ospito una tua produzione e tu in cambio ne ospiti una mia –, detta la linea della maggior parte delle attività culturali, ed è il responsabile della redazione delle domande al Ministero della Cultura con cui il teatro richiede i finanziamenti pubblici.

Lavora a stretto contatto con tutte le figure manageriali di un teatro, e soprattutto con il direttore generale, che è una sorta di suo equivalente amministrativo.

Il direttore generale gestisce la parte economica legata alle scelte e alle proposte del direttore artistico. Questa è una figura relativamente recente all’interno dei teatri stabili, prima le sue funzioni erano tutte nelle mani del direttore artistico. Oggi spetta, appunto, al direttore generale la gestione del budget e la verifica che le proposte del direttore artistico rientrino nei parametri economici del teatro.

Egli si occupa anche dei finanziamenti pubblici e privati del teatro, della direzione del personale, supervisiona tutti gli uffici e i reparti e coordina i rapporti con i sindacati.

Insieme al direttore artistico, risponde al consiglio di amministrazione e alla presidenza sulle scelte prese per la stagione teatrale.

Lavorando in stretto contatto con la biglietteria, il direttore di sala è il responsabile della gestione di una sala teatrale prima, durante e dopo uno spettacolo dal vivo. Il direttore supervisiona che tutto proceda per il meglio ed è pronto a prendere le decisioni più opportune in caso di emergenza.

Le maschere distribuiscono i programmi di sala, controllano i biglietti, accompagnano gli spettatori ai loro posti, controllano la sala nel corso della rappresentazione, sia per quanto riguarda possibili emergenze – può capitare che ci siano malori in sala e allora si può ascoltare la frase di rito “c’è un dottore?” –, sia per evitare che qualche spettatore scatti foto e giri video con il cellulare.

La cosa curiosa è che il termine maschera deriva da un’usanza del teatro veneziano del ‘700 in cui gli addetti al controllo dei biglietti indossavano le maschere tradizionali veneziane, esattamente come gli attori in scena.

In una compagnia, il distributore è una figura fondamentale. Fa in modo che uno spettacolo, dopo il debutto, possa avere una sua vita e possa esser visto in luoghi diversi da quello in cui è nato.

Il distributore contatta festival teatrali e teatri pubblici e privati, provando a distribuire, cioè vendere lo spettacolo e farlo girare per l’Italia e, nel migliore dei casi all’estero. Si avvale di materiali prodotti appositamente per presentare lo spettacolo a un direttore artistico che in molti casi non ha avuto modo di vederlo dal vivo: video integrale dello spettacolo, teaser, trailer, cartella stampa, scheda tecnica, scheda di presentazione dello spettacolo.

Nei teatri stabili questa figura è meno necessaria, in quanto sono spesso i direttori artistici stessi che si occupano di proporre le loro produzioni ai direttori di altri teatri.

In una compagnia indipendente, l’organizzatore rende possibile la realizzazione di uno spettacolo, stabilendo i tempi di allestimento, gestendo il budget, occupandosi della logistica e dei contratti di tutto il cast tecnico e artistico.

Si occupa di monitorare, curare e gestire le domande a bandi nazionali ed europei che possano finanziare i progetti della compagnia.

Il presidente di un teatro è il legale rappresentante dell’Ente – spesso una Fondazione o un’associazione culturale –, ed è una figura sia politica o istituzionale.

Viene nominato dagli enti che finanziano il teatro, come avviene per gli altri membri del Consiglio di Amministrazione, in un teatro pubblico questi enti sono spesso il Comune della città in cui ha sede il teatro, la Regione e il Ministero della Cultura.

Il Consiglio di Amministrazione e il Presidente votano e approvano il budget e la stagione presentata dal direttore artistico e da quello generale. Spetta, inoltre, agli organi della presidenza la nomina dei direttori del teatro.

Come per altri settori, culturali e commerciali, in teatro il social media manager gestisce tutte le pagine social del teatro.

Nella nostra società in cui la tecnologia è ormai al centro di tutto, la promozione di uno spettacolo passa per Instagram, Facebook, YouTube, TikTok, e questi mezzi di comunicazione digitale, se usati nella maniera giusta, possono contribuire a portare il pubblico a teatro, soprattutto per uno spettacolo che ha appena debuttato.

Di certo, la social media manager diventa responsabile della costruzione dello storytelling di uno spettacolo, narrando ciò che avviene dietro le quinte, intervistando gli interpreti e pubblicando clip sui social. La narrazione di cui è responsabile il social media manager, non riguarda solo i singoli spettacoli, ma investe il teatro per cui lavora, provando a costruirne un’immagine precisa e ad accrescerne gli spettatori.

Un teatro stabile è organizzato con una meticolosa divisione del lavoro, con uffici predisposti a specifiche competenze e attività, tutti sotto il controllo del direttore artistico e/o del direttore generale.

Qui di seguito una breve carrellata degli uffici e delle competenze principali.

L’ufficio attività culturali si occupa dell’ideazione, gestione e produzione di ogni tipo di proposta che non sia strettamente performativa, cioè che non riguardi la produzione di spettacoli, ma che allarghi la proposta culturale del teatro.

Si tratta spesso di eventi speciali, mostre allestite in occasione di spettacoli, presentazione di libri, incontri con il pubblico, rapporti con le scuole e le università, ma anche proposte educative, come laboratori e workshop condotti dagli artisti che collaborano con il teatro.

Se il teatro in questione gestisce anche un’Accademia o una Scuola di Alta Formazione, in genere viene controllata dall’ufficio attività culturali.

L’importanza di questo ufficio è anche quella di allargare l’utenza del teatro, di tenere aperte le sale alla cittadinanza non solo negli orari di spettacolo.

È l’ufficio che, in accordo con la direzione, idea e gestisce l’immagine del teatro e le relazioni con il pubblico.

Si occupa di diverse cose: dal progetto grafico che stagione dopo stagione segna un’identità precisa e riconoscibile del teatro – e questo incide poi sulla stampa di ogni tipo di materiale promozionale, locandine, programmi di sala, parapedonali – alla progettazione del sito web, dalla gestione delle immagini promozionali di ogni spettacolo prodotto dal teatro, fino alla comunicazione capillare, che per esempio può avvenire tramite newsletter.

Gestisce i contratti di lavoro e le buste paga di tutti i dipendenti a tempo indeterminato del teatro, come delle figure artistiche e tecniche che vengono scritturate per il periodo di produzione e messa in scena di uno spettacolo.

Sotto il controllo del direttore generale, l’ufficio del personale si occupa anche di coordinare gli orari di lavoro, i giorni di ferie e quelli di malattia del personale, dell’assunzione di nuove figure professionali, e dei rapporti con i sindacati.

È l’ufficio che rende possibile e realizza la stagione del teatro.

I responsabili della produzione si occupano degli spettacoli prodotti dal teatro: gestiscono il budget deciso dalla direzione, contrattualizzano il cast artistico, gestiscono i tempi delle prove, controllano che i tempi vengano rispettati per il debutto prefissato.

I responsabili della programmazione, invece, si occupano della gestione degli spettacoli che vengono ospitati dal teatro.

L’ufficio stampa si occupa di gestire i rapporti tra il teatro e i media tradizionali: giornali, TV, radio, siti web. Per ogni spettacolo prodotto dal teatro, l’ufficio stampa lavora per ottenere il massimo risultato tra recensioni positive pubblicate dalle più importanti testate nazionali, passaggi video, interviste radio, in modo da garantire a ogni spettacolo la massima visibilità e raggiungere così un pubblico il più vasto possibile.

Ovviamente, ogni spettacolo, a seconda dei temi trattati, del cast che lo compone, dell’autore o del regista, necessita di una comunicazione mirata, in qualche modo strategica. Ed è di questo che si occupa l’ufficio, scrivendo comunicati stampa, organizzando conferenze stampa, programmando interviste.