Governance = valori e obiettivi

Intervento di Luca Bergamo

Simposio di Viterbo: Teatro dell’Unione – 20 aprile 2026

Verso un sistema teatrale stabile: governance, modelli organizzativi e strategie di rete. Focus su strumenti di governance virtuosi in ambito nazionale e internazionale

Cosa significa fare governance culturale? In che modo si può contribuire allo sviluppo della persona, al rafforzamento dei legami sociali (e cittadini) e all’affermazione in concreto dei dettami stabiliti in Costituzione? Dalla trasformazione del Capodanno alla nascita di una rivista. Un racconto politico, tra pratica, semantica e rispetto dei diritti.


Ci sono assonanze tra l’esperienza di cui ha parlato Antoniozzi e la mia, da assessore alla Cultura e vicesindaco di Roma: premesse e conclusioni teorizzate in parte simili, anche se è ovvio che il modo in cui vengono tradotte cambia significativamente in rapporto al contesto in cui ci si muove. Vorrei però partire da una precisazione: tu (n.d.r. Antoniozzi) hai usato la parola “cultura” in un senso ampio, dicendo che è necessaria. Io credo che vada intesa in un senso ancora più ampio.

Per chi avesse voglia di divertirsi, consiglio di cercare su YouTube Cultura e naturalezza di Edgar Morin, il grande pensatore francese centenario, sociologo e filosofo, tra le menti europee più brillanti del secolo. In una conversazione con un giornalista spagnolo che gli pone una domanda sul rapporto tra cultura e natura, Morin risponde: noi non siamo culturali fino alla cintura e naturali dalla cintura in giù, siamo cento per cento culturali e cento per cento naturali. E fa l’esempio della nascita e della morte: che cosa c’è di più naturale, e che cosa c’è di più culturale, se pensiamo ai riti, ai meccanismi, alle scienze, alle conoscenze che abbiamo costruito attorno a questi fatti. Pensate al mangiare, al defecare.

Da questo punto di vista, io penso che cultura sia l’insieme degli strumenti di cui disponiamo per trasformare le percezioni in significati. E dunque anche tutto ciò che incorporiamo negli artefatti (ogni cosa che creiamo), che è il prodotto di questo processo. La cultura, in questo senso, è necessaria a prescindere, diversamente non saremmo esseri senzienti. Quando diciamo “necessaria” o “non necessaria” attribuiamo, in realtà, un diverso valore aggiunto, informativo, di costruzione di conoscenza a quello che una cultura ci offre: alcune culture sono capaci di arricchire le persone e la comunità nel loro bagaglio emotivo, cognitivo, esperienziale; altre sono semplicemente ripetizione, anzi, abbassamento delle facoltà intellettuali di una collettività fino a all’eliminazione fisica di coloro che le mettono in discussione. Tuttavia, entrambe sono culture, immaginare che il nazismo non lo fosse sarebbe un abbaglio. 

 

Telos e ius

Mi è stato chiesto di ragionare intorno al concetto “governance”, per farlo ho scelto due parole da cui cominciare: telos e ius. Sono concetti forti, antichi: il primo è il compito che dà senso, il secondo è il diritto.

Quel signore in alto (immagine proiettata sullo schermo che riproduce un brano della Costituzione e il suo “autore”) si chiama Lelio Basso. Basso segretario del Partito Socialista italiano nel 1947, alla Costituente, quando si discute l’articolo 3 della Costituzione — quello che afferma la pari dignità dei cittadini — propone un emendamento che verrà approvato e diventerà il secondo comma dell’articolo, che in sintesi, attribuisce alla Repubblica il compito di rimuovere gli ostacoli di ordine economico e sociale che, limitando di fatto la libertà e l’eguaglianza, impediscono il pieno sviluppo della persona umana.

A prescindere dal fatto che tra gli ostacoli da rimuovere includerei anche quelli culturali, che cos’è la Repubblica nella Costituzione se leggiamo quel comma con le categorie del nostro tempo? È l’incarnazione della governance della società. Fare governance significa costruire relazioni, rapporti, risorse, strumenti per un fine. Nella Costituzione italiana il compito assegnato alla Repubblica è rimuovere gli ostacoli che impediscono il pieno sviluppo della persona umana. Provate a prendere queste parole e a metterle in tasca, quando fate gli amministratori, dirigete un teatro, animate un gruppo informale: che cosa significa concretamente, con gli strumenti di cui ciascuno dispone, rimuovere gli ostacoli che impediscono alla comunità cui ci rivolgiamo il pieno sviluppo della persona umana?

Se sei nella posizione dell’amministratore questo non significa, dal punto di vista della programmazione artistica, distribuire semplicemente la roba che viene prodotta, in particolare quella che si limita a navigare nel mainstream: il contributo allo sviluppo della persona umana non è la somma di servizi al tempo libero, è un’altra storia.

Ma di che cosa si parla, lo dice ancora meglio l’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani: «Ogni individuo ha diritto di prendere parte liberamente alla vita culturale della comunità, di godere delle arti e di partecipare al progresso scientifico e ai suoi benefici». Prendere parte – non consumare, non assistere, non accedere, ma attivamente partecipare. Liberamente – vuol dire che non c’è l’obbligo, ma anche che non ci sono ostacoli. Dunque, libertà, democrazia direi, certamente non obbligo, imposizione e altrettanto certamente nulla che impedisca di prendere parte.  Della comunità – vuol dire che è una cosa che si fa insieme ad altre persone, e che la comunità esiste. Perché insieme: perché riconoscersi nelle emozioni, confrontarsi nel pensiero, essere consapevoli e accettare le differenze è necessario per affermare il primato del diritto sulla forza dopo la sua fine. Significa che ciascuna persona ha il diritto di formarsi gli strumenti, attraverso la partecipazione alla vita culturale, per concorrere a formare la cultura di una collettività.

 

Roma e la geografia della partecipazione

Come si fa perché tutto questo avvenga liberamente? Provate a immaginare il caso di Roma. Roma è 1.200 chilometri quadrati: per intenderci, dentro Roma fisicamente entrano nove delle principali città italiane e ne avanza un pezzo. Milano (182 km²) Torino (130 km²) Bologna (140 km²) Firenze (circa 102 km²) Napoli (circa 117 km²) Genova (circa 240 km²) Palermo (circa 160 km²) Bari (circa 116 km²) Catania (circa 180 km²).

Abitano a Roma circa 2,8 milioni di persone. Nella “Ville de Paris”, l’equivalente amministrativo di Roma Capitale, abitano 2 milioni e 200 mila persone, ma Parigi ha un’estensione di soli 102 chilometri quadrati. Vuol dire che per ogni chilometro quadrato di Roma abitano duemila persone, a Parigi ventunomila.

Roma è cresciuta senza ordine e in un battibaleno, dopo l’unità d’Italia ma soprattutto dopo la chiamata mussoliniana. Per anni senza un piano regolatore: arrivavano gruppi di persone che si stabilivano sul terreno pubblico in giro per la città. Le borgate… così nascono aggregati di comunità che abitano a settanta chilometri l’una dall’altra, con in mezzo una città intera, oppure il nulla. La vita culturale della città nasce dall’intenzione dell’élite di avere strumenti e spazi dedicati. Dunque, quella vita si struttura nel centro, nelle aree pregiate della città. Ma se io abito a 35 chilometri dal centro – è lo stesso problema di chi abita a La Défense rispetto a Parigi – non ho l’opportunità di partecipare alla vita culturale: non c’è quella libertà. Non è solo un problema economico: è un problema fisico, di struttura dello spazio. E genera un altro problema, perché se non ho opportunità di partecipare, non partecipo, e tendo a non concorrere alla formazione della cultura, e a ritenere che gli altri che lo fanno siano miei nemici.

Perché un articolo come quello finisce nella Dichiarazione universale dei diritti umani? Perché la Dichiarazione viene scritta dopo la seconda guerra mondiale, dopo i campi di concentramento, e si scrive quella roba lì perché si è consapevoli che la partecipazione alla vita della comunità è un meccanismo di formazione delle relazioni sociali, dell’empatia, dei rapporti umani: previene il riformarsi delle condizioni che hanno portato al fascismo, al nazismo, ai campi di concentramento. Sta scritto lì perché, allora, ci hanno pensato. Come Lelio Basso nel 1946, quando, discutendo la Costituzione, pensa alle conseguenze concrete della volontà di affermare l’eguaglianza di diritto e si pone il problema di come fare in modo che gli esseri umani in società evolvano in una direzione che li spinge a convivere pacificamente e ad arricchirsi, e non ad ammazzarsi l’un l’altro – perché questa è gran parte della storia dell’umanità. Sono tra le più grandi conquiste del Novecento (n.d.r. la Dichiarazione, la Costituzione Italiana), ma noi non le ascoltiamo veramente, non ne traiamo le conseguenze.

 

Le conseguenze sul concetto di governance

Che conseguenze ha tutto questo sul concetto di governance? Intanto, la governance non è un fine in sé, non è un dispositivo tecnico: non c’è regola tecnica che non abbia un contenuto semantico. Se stabilisco che la procedura va fatta in un certo modo, sto stabilendo dei rapporti di potere, delle dinamiche. Devo capire allora che cosa quelle regole, quei meccanismi, quel funzionamento – pensiamo ai rapporti di lavoro all’interno di un gruppo – comunicano rispetto a quei valori, come li incorporano o come li violano. La governance non è un’organizzazione per massimizzare l’efficienza economica: è un’architettura. Significa, prima di tutto, operare consapevolmente. Vuol dire cercare di capire, nei propri limiti e tentando di estenderli, dove ci si muove rispetto al compito che si svolge. La competenza tanto spesso evocata, per me, non è solo conoscere la materia: è ancor più capire i propri limiti e il potenziale, inclusi quelli della posizione che si ha, rispetto agli effetti delle azioni che si compiono.

Faccio un esempio. 

Quando, dal Campidoglio, cercavamo di capire come affrontare il problema della partecipazione alla vita culturale, abbiamo provato a mettere in piedi, faticosamente, un osservatorio della non partecipazione alla vita culturale. Non volevo misurare chi ci va: volevo capire chi non ci va, dove sta. Perché, se ho risorse limitate e il mio obiettivo è di stimolare ad andare anche chi non ci va normalmente – di rimuovere gli ostacoli che glielo impediscono – non posso andare a intuizione ogni volta. Devo capirlo. E vi assicuro che, lavorando con persone di caratura mondiale, sono venuti fuori dei prototipi e delle tarature: abbiamo scoperto che all’interno di singole zone urbanistiche convivevano comunità differenti, fortemente influenzate da fatti socioculturali esterni. In un caso, in particolare, c’era una presa evidente della criminalità organizzata, e le donne non uscivano dal quartiere. Investigare, capire, è una condizione indispensabile per una consapevolezza del contesto in cui ci si muove.

Il contesto, dicevo, è sociale, culturale e fisico. Considerate quanto le distanze fisiche siano importanti. Le piazze, nelle nostre città, nascono nella trama urbana come luogo di incontro, di connessione: nel momento in cui vengono sottratte a questa funzione – banalmente, dal parcheggio – togliamo dalla struttura urbanistica della città un meccanismo potenziale di relazione. Le piazze sono importantissime, da noi. Negli Stati Uniti non esistono: non c’è proprio il concetto.

Governance, dal mio punto di vista, è dunque mettere insieme risorse materiali e immateriali al servizio della dignità e del progresso morale di ogni persona.

 

Culture Action Europe: spostare l’asse

Accenno rapidamente a qualche caso concreto. Per alcuni anni sono stato a Bruxelles, segretario generale della principale rete europea del settore culturale, Culture Action Europe. Perché abbiano scelto me resta misterioso: la scelta è avvenuta su un sottilissimo confine. Era una rete in cui c’erano pochissimi italiani, non conoscevo nessuno né la rete; era un periodo in cui avevo bisogno di andare fuori dal contesto in cui stavo, un amico mi segnala il bando, me lo studio, mando la candidatura. Si tratta sostanzialmente di una classica lobby europea di settore, che si muove nei limiti degli strumenti dell’Unione – strumenti che non sono di politica culturale diretta – argomentando che la vita culturale è importante per il prodotto interno lordo, che bisogna pagare le persone, e così via: il settore dell’opera ha la sua argomentazione, il teatro un’altra, e a metterli insieme su scala europea non si capisce più niente. Alla selezione finale arrivano due candidature: un lobbista europeo e io, che faccio un discorso partendo dalla Dichiarazione universale dei diritti umani. Si decide col voto discriminante della Presidente, che in quel momento giudica necessario un cambio radicale di orientamento.

Il passaggio è questo: bisogna convincere una rete, che indirettamente raggruppa decine di migliaia di organizzazioni culturali in Europa, che la propria funzione e la propria sussistenza non dipendono più dal dichiararsi importanti perché si producono miliardi, ma dal fatto che si svolge una funzione essenziale dello sviluppo sociale. È lo spostamento dell’asse politico-culturale di una rete: dal compito di fare il sindacato di un settore, al rendere comprensibile, al resto del mondo, che l’attività di cui quel settore è generatore è fondamentale per la costruzione sociale.

Il punto di partenza era una considerazione: già nel 2012-2013 si vedeva che stavamo entrando in un’epoca in cui finiscono cinquecento anni di storia. Non è più la lunga linea che nasceva dalla scoperta dell’America e si era poi cristallizzata negli accordi della seconda guerra mondiale. La funzione del nostro continente tende a comprimersi all’interno di un cambio geopolitico gigantesco, e la possibilità di mantenere un ruolo nel mondo, dalla parte della nostra cultura, è legata al riconoscimento della nostra cultura come fondata sui diritti. Ci sono radici nella rivoluzione francese, radici che in Asia non ci sono. Semplicemente non ci sono: non sono cattivi perché non le hanno, non fa parte della loro storia. Lo stesso concetto di individuo è diverso, per noi un primato, per altri no. Significava, allora, tentare di far riconoscere alla funzione culturale questo elemento essenziale non solo di identità, ma di connotazione della nostra cultura.

Non è che abbia funzionato per tutto – visti gli effetti, si capisce quali siano i limiti degli strumenti. Tuttavia, quando si stava scrivendo il primo Europa Creativa, parliamo del 2012, nella proposta di legge c’era scritto audience building: costruzione del pubblico. Insomma, il criterio in base a cui si sarebbero valutati i progetti da sostenere ruotava intorno alla dimensione commerciale dell’attività culturale, al suo contributo all’incremento di consumi privati e di conseguenza del PIL.  Attraverso una moral suasion, perché altri strumenti non c’erano, si è arrivati a far scrivere audience development. Tutti i programmi comunitari, a partire da quello, hanno cambiato centro: si sono spostati dal supporto all’attività commerciale del settore culturale al riconoscimento che l’attività culturale serve alla formazione e allo sviluppo di che vi partecipa.

Perché racconto questo? Perché fare un cambiamento per piccolo che sia, comporta non solo analizzare il contesto in cui si è ma capire che le risorse materiali e immateriali, i pilastri della governance, non sono più le stesse di prima. Gli alleati, le risorse da giocare – concettuali, fisiche, economiche – sono di natura diversa. I nostri principali compagni di strada, in quel caso, non erano più semplicemente le organizzazioni del settore culturale, ma le organizzazioni dei diritti civili. Costruisci una governance del sistema, cioè un modo in cui il sistema funziona, incorporando attori e risorse che prima non c’erano. Ma puoi farlo solo se cambi la prospettiva da cui ti poni.

Non c’è santo: se, come diceva prima Antoniozzi, interpreti il ruolo dell’assessore alla cultura pensando che il tuo compito sia fare programmazione culturale della città, e per di più lo fai nella posizione più comoda possibile – fai la roba mainstream perché non c’è rischio – il tuo parco di alleanze e risorse possibili sono i “cinquantatré” soggetti che già sono in contatto col sistema. Il resto del mondo non c’è, semplicemente. Se invece fai quello che si deve fare, ovvero trasformare le condizioni per ampliare la partecipazione alla vita culturale e la sua varietà, sei costretto a immaginare che nell’insieme di relazioni che determinano l’andamento del sistema entrino soggetti e interessi diversi da quelli in gioco prima della trasformazione.

 

Il Capodanno come rito civile

Tutte le città festeggiano il Capodanno facendo un grande concerto. Ma è una soluzione pigra, un rito che si ripete ma avvizzito. Io ho coprodotto con Quincy Jones un concerto da mezzo milione di persone in piazza, fa parte del mio bagaglio: non ho nulla contro l’organizzazione di concerti, anzi. Ma se nell’unico momento dell’anno in cui passato e futuro coincidono, in una società che parla solo del presente, non si prova a costruire un meccanismo per cui le persone sono chiamate a stare insieme grazie al fatto che celebrano un rito – e lo celebrano tenendo insieme questi due elementi – facciamo semplicemente panem et circenses, nella versione un po’ più raffinata, normalmente una porcheria. Allora ho deciso di non fare il concerto di Capodanno e di fare una festa che durava ventiquattro ore. Non ho cancellato la parte “classica”, ma l’ho cambiata fisicamente: non era più un concerto frontale, la musica veniva dall’alto, c’erano palchi separati, le persone erano costrette a girarsi, sopra le teste acrobati in volo, sul palco anche cori di bambini. La trasformazione dello spazio fisico – non solo quello che succedeva dentro – faceva sì che le persone non rimanessero nel proprio metro quadrato con i cinque che non conoscevano, ma fossero spinte a incontrarsi e a scoprire, guarda caso, che quello accanto a loro, con quei tre tatuaggi che gli facevano schifo, ascoltava la stessa musica che piaceva a loro.

L’importanza della partecipazione alla vita culturale della comunità sta in questo: soprattutto attraverso le esperienze di carattere artistico, ti rendi conto che la persona accanto a te, lontanissima da te, sente in realtà le stesse cose che senti tu. È un antidoto micidiale: non ti dura tutta la vita, ma se lo pratichi ti aiuta, se non lo pratichi non ti rinsecchisci. Provare a dare vita a un modo nuovo di vivere un rito ha significato espandere il tempo e lo spazio, ragionando su un tema – la terra, l’ambiente, il futuro. La sera, succedeva tutta la roba che ci piace fare, compresi i fuochi d’artificio alla mezzanotte; ma la festa continuava con un concerto alle cinque del mattino, al sorgere del sole, nei posti più belli di Roma. Si chiudeva un pezzo di città normalmente occupato dal traffico: tutto il tratto da via Marmorata quasi fino al Campidoglio diventava pedonale. Mille artisti per ventiquattro ore facevano la qualunque, veramente la qualunque. Trecentomila persone – misurate dalle celle telefoniche. Bambini, anziani, bianchi, gialli, verdi, islamici, ebrei, ortodossi, cattolici, di destra, di sinistra, di sopra, quello che volete: stavano tutti insieme, in un momento specifico. Ed erano felici.

Quando ho cominciato mi hanno fatto a pezzi: i giornali titolavano «Roma non fa più il Capodanno». Dopo tre anni, era una delle cose più belle che c’erano in città, probabilmente una delle poche cose veramente degne di Nicolini fatte a Roma negli ultimi anni.

 

Le istituzioni culturali e il bilancio

Per fare questa nuova Festa – e qui forse c’è una piccola frizione con il racconto di Antoniozzi – torno al tema del contesto. La spesa corrente del Comune di Roma (Roma Capitale) per cultura e patrimonio era intorno ai 110 milioni di euro l’anno: parecchi in assoluto, ma molto pochi rispetto alla mole di problemi che la città deve gestire. Di questi, 68 milioni finiscono sulle attività culturali, e sono molti di meno di quelli che si stanziavano dieci anni prima, un effetto dei tagli ai trasferimenti agli enti locali causato dalla crisi finanziaria del 2008. Le istituzioni culturali romane sono tutte partecipate dal Comune che ne è il primo contributore: ad esempio, nel 2018/9 al Teatro dell’Opera 15 milioni, al Palazzo delle Esposizioni 14, a Musica per Roma 7, e così via dicendo. Insomma, il risultato è che il 94-95% dei soldi che erano disponibili per attività finisce lì. E non è che li puoi togliere.

Quello che era stato fatto dalle amministrazioni precedenti, mentre riducevano i contributi, era dire alle istituzioni: «Dovete fare più cassa con le vostre attività». L’effetto è che le istituzioni culturali smettono di essere istituzioni culturali e iniziano a vendere prodotti già disponibili sul mercato. Non producono. E non si occupano – problema specifico di Roma – di chi sta a 35 chilometri, perché lì non andranno mai.

Fare un patto con le istituzioni culturali che assorbono tanta parte del bilancio era dunque decisivo per iniziare un lavoro finalizzato ad aumentare i diritti culturali. Per cui il patto suonava così: non solo non vi tolgo altri soldi, ve ne do un po’ di più; ma voi accettate di lavorare insieme. Nasce così una novità assoluta, un tavolo di coordinamento tra queste istituzioni per accrescere le opportunità culturali in modo diffuso nella città. La prima riunione l’ho fatta a settembre del 2016, convocando le istituzioni che si occupavano di arte contemporanea, in occasione della Settimana del Contemporaneo: scopro che non c’era mai stata una riunione dei vertici delle istituzioni culturali romane e che chi dirigeva il Palazzo delle Esposizioni non conosceva personalmente chi dirigeva un’altra grande fondazione cittadina come Roma Europa. Era l’effetto di un’impostazione del potere politico che vedeva se come dominus della programmazione, da una parte, e dall’altra dell’idea che il problema di bilancio si risolveva facendo i biglietti.

Il nuovo patto era: non si alzano i prezzi, si comincia a produrre, e si costruiscono le cose in modo che ciò che fai determini un beneficio anche lontano dalla tua sede base. La rete delle biblioteche civiche – l’unica struttura istituzionale diffusa sul territorio – diventava parte di un sistema da cui era completamente separata. E si comincia a fare. Per ottenere questo, ho costretto e convinto le istituzioni a coprodurre la nuova Festa di Capodanno: una curatela multipla, sotto una fortissima intenzione politica – la costruzione di una governance che avesse come telos l’aumento della partecipazione alla vita culturale della comunità cittadina e delle comunità distribuite in una città fatta di 1.200 chilometri quadrati.

 

Roma come centro mondiale di produzione

Un’ultima cosa, attuale. Sono coinvolto in un esercizio un po’ delirante, voluto da alcuni romani: la costruzione di una rivista trimestrale di pensiero a partire dalla cultura intesa come la intendevo prima, e parlando sempre in chiave di governance.

Al centro della rivista c’è un’idea – un’ossessione, mia, ma accolta – e cioè che Roma sia per sua vocazione un centro mondiale di produzione di cultura, di conoscenza e di cura. Non un luogo di consumo del patrimonio culturale non è un museo per turisti, non un territorio a servizio della speculazione fondiaria. L’economia di Roma non può essere appoggiata interamente e massicciamente sull’economia del turismo: significherebbe – ed è quello che sta succedendo – produrre a Roma quello che è successo a Firenze e a Venezia, cioè la cancellazione letterale della città e la negazione, ai cittadini, di godere del proprio patrimonio culturale. In violazione dell’articolo 3 della Costituzione e dell’articolo 27 della Dichiarazione universale dei diritti umani, nonché della Convenzione di Faro che il nostro Parlamento ha gloriosamente ratificato qualche anno fa.

Ma per fare questo, anche se dici cento volte che a Roma ci sono oltre 300 mila studenti universitari, più di 50 università, oltre il 70% dell’industria audiovisiva italiana, una concentrazione di patrimonio e di competenze che non sto a elencare, vieni ascoltato, tutti dicono: si è giusto, ma poi lo dimenticano un attimo dopo. Con una rivista di pensiero e di racconto eterodosso della città, il tentativo è far emergere le migliaia di soggetti che producono cultura e conoscenza in città, anche perché possano mettersi in relazione l’uno con l’altro, negoziare, e fare in modo che la loro pressione sia capace di interferire sulle decisioni.

 

In conclusione

Vi ho raccontato queste cose in modo un po’ confuso, su questioni molto grandi. Se estraete i concetti che ho provato a condividere e li applicate al perimetro entro cui ciascuno di noi si muove, scoprite che sono assolutamente praticabili e cambiano la prospettiva. Il che non significa che non si debbano trovare meccanismi per produrre denaro; significa che il modo in cui cerchi di produrre economia ed equilibrio è influenzato, è determinato, dalla funzione che vuoi svolgere nella società. Non è solo determinato dallo stato di fatto delle cose che hai intorno. Puoi decidere di accettarle e basta. Ma se lo fai e per primo non ti metti nella condizione di capire come tu stesso puoi cambiare quel fazzoletto di mondo in cui ti muovi, fammi il favore di non protestare perché le cose non funzionano. Le due cose si possono fare insieme, protestare e cambiare: ma la seconda devi metterla in gioco, perché altrimenti, nel momento in cui colui contro cui protesti ti viene incontro e ti dà qualcosa, te la dà per mantenere la condizione che tu stesso stai chiedendo di superare. E così continui a inseguire un cambiamento che si allontana mentre corri, come un criceto nella sua ruota: molto sport ma scarsa soddisfazione.