Intervento di Alessia Gatta (ASSOCIAZIONE [MATRICE] N)
Simposio di Frosinone: Accademia di Belle Arti – 30 marzo 2026
Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani
Le mancanze territoriali o strutturali, i ritardi o i veti di sistema, le cattive abitudini o gli obblighi che le regole di settore impongono a un’associazione o a una compagnia possono essere un aggravio che genera fatica, incertezza, senso di smarrimento. Eppure si può reagire facendo dei limiti una possibilità di crescita, e della condizione preesistente una ragione di cambiamento. Necessario, scrive Alessia Gatta, e da praticare assieme.
Buongiorno a tutti, mi chiamo Alessia Gatta, mi occupo di coreografia e performance e vengo da Alatri. una piccola città di trentamila abitanti in provincia di Frosinone e che molti conoscono come la “città dei ciclopi”. Alatri è un luogo segnato da mura antichissime, costruite con pietre enormi, che danno l’idea di solido, immobile, quasi dell’eterno. Crescere in un contesto così fatto significa confrontarsi continuamente con il senso della permanenza ma, allo stesso tempo, vuol dire anche fare i conti con una realtà fatta di mancanze, di assenze e di spazi che ancora non esistono. Ed è proprio in questa tensione tra ciò che è stato costruito per durare e ciò che invece fatica a trovare forma che si inserisce il mio lavoro. Perché fare coreografia per me significa esattamente questo: agire in un territorio bello e complesso, abitandone le contraddizioni e nel contempo provando a costruire (anche in modo fragile e temporaneo) nuove opportunità.
Essere qui oggi, all’interno di un progetto come TIR, significa assumermi una responsabilità: porto infatti non solo la mia esperienza in quanto coreografa ma anche una visione del lavoro nell’ambito dello spettacolo dal vivo che si è costruita nel tempo, attraversando contesti differenti e vivendo modalità diverse di relazione. Quando si parla di danza e di coreografia spesso s’immagina il risultato finale: lo spettacolo, la scena, l’atto performativo. Ma l’esperienza mi ha insegnato che quel momento è solo una parte d’un ecosistema più complesso. Il lavoro artistico vive invece di processi lunghi e di tentativi, di fallimenti, di adattamenti e di relazioni, soprattutto. Anche per questo non posso negare che il mio territorio ha inciso profondamente sul mio lavoro, giacché non sempre offre strutture consolidate o percorsi lineari eppure, proprio per questo, mi ha costretta a sviluppare uno sguardo attento, flessibile e radicato nel reale.
Nella provincia di Frosinone mancano strutture idonee per lo spettacolo dal vivo e, in particolare, per la danza. Non esistono spazi pensati per accoglierla in modo continuativo né luoghi alternativi, che siano o risultino realmente attrezzati al punto da supplire a quest’assenza. E ciò non è un dettaglio ma una condizione che incide profondamente sulla possibilità stessa di produrre, programmare e immaginare in continuità. Perciò chi lavora contesti come il mio è costretto a fare un passo ulteriore: non deve solo creare sul piano artistico ma inventare le condizioni (in premessa e di partenza) perché quella stessa creazione possa esistere. Significa dunque pensare a spazi non convenzionali, adattare luoghi e ridefinire ogni volta il rapporto tra palco e platea e scena e pubblico. Significa, in altre parole, fare della mancanza un campo di ricerca.
A proposito di questo, vorrei provare a raccontarmi.
La mia carriera è iniziata circa trent’anni fa fondando ad Alatri l’associazione [Matrice] N, che si occupa di formazione e produzione di danza contemporanea. [Matrice] N oggi conta circa centottanta tra iscritti e iscritte, ha una struttura amministrativa solida, costituitasi nel tempo ampliando il suo organico e includendo, oltre a danzatori e danzatrici, figure con specifiche competenze organizzative e manageriali. Questo ha permesso all’associazione di crescere non solo come centro formativo e produttivo ma anche come realtà capace di gestire progetti complessi, relazioni istituzionali e percorsi dedicati a giovani e professionisti.
In questi anni a [Matrice] N si sono così formati sia danzatori e danzatrici che hanno trasformato questa passione in un lavoro che, nel contempo, insegnanti che oggi proseguono le attività dell’associazione portando avanti con me questo progetto. Inoltre [Matrice] N è diventato anche un luogo di incontro: uno spazio, cioè, in cui persone di tutte le età e d’ogni livello professionale si ritrovano per condividere la danza sia come percorso lavorativo che come tempo dedicato a sé. È [Matrice] N dunque un posto attraversato da un sentimento intenso e collettivo: la passione per la danza. Tant’è che attorno all’associazione s’è creata una vera e propria comunità che ha voglia di parlare di danza, di farla e di viverla.
Grazie a [Matrice] N ho potuto dare vita a numerosi progetti artistici e tra questi uno dei più significativi è la mia compagnia, [Ritmi Sotterranei]. Nata nei primi anni duemila, [Ritmi Sotterranei] è un gruppo professionale che, attraverso il lavoro con giovani danzatori e appassionati di arte, ha costruito una realtà solida e riconosciuta. La compagnia ha mantenuto un alto livello di qualità artistica, sviluppando progetti che hanno avuto un impatto tanto sul piano locale quanto su quello internazionale.
Trent’anni fa ad Alatri, chi voleva intraprendere questo lavoro, rimanendo nel luogo natio si trovava davanti al nulla. È in questo vuoto preesistente che abbiamo scelto di fare ciò che sentivamo necessario, mantenendo chiara la nostra identità e affrontando gli ostacoli con determinazione. All’inizio del mio percorso, pensavo che danzare fosse principalmente un atto poetico e creativo. Col tempo ho compreso che fare coreografia significa anche costruire contesti, attivare rapporti e generare possibilità dove queste possibilità non esistevano. È così, mi pare, che il lavoro sul territorio diventa una vera e propria pratica d’arte e determina l’esistenza di un potente spazio di ricerca. In un contesto come il mio il corpo non è solo estetica ma diventa presenza politica e sociale. E questo cambia anche il modo in cui si crea.
All’interno di questa riflessione, credo che il progetto TIR rappresenti un passaggio fondamentale poiché interviene in un momento delicato o critico del percorso formativo ovvero nell’attraversamento della soglia o nel passaggio tra la formazione e il lavoro. Chi esce oggi da accademie, conservatori, scuole di danza o teatro spesso ha una preparazione artistica molto forte ma si trova tuttavia davanti a un sistema complesso, frammentato, a volte poco leggibile. Mancano strumenti per orientarsi: come si entra nel mondo del lavoro? Come si costruisce una propria sostenibilità economica? Come si sviluppano collaborazioni durature? E soprattutto: come si immagina una traiettoria professionale che, inevitabilmente, è non lineare? Vorrei aprire qui e per questo una riflessione sulle nuove generazioni.
Oggi incontriamo giovani interessanti, preparati, intelligenti, con una grande capacità di lettura del presente e un’intensa sensibilità artistica eppure troppo spesso quest’energie non trovano uno spazio reale di espressione e non per mancanza di qualità, ma per assenza d’offerta. Latinano contesti, occasioni e possibilità concrete in cui sperimentare, sbagliare, crescere e succede che molti sono costretti a una scelta: andare via, spesso all’estero, o restare ma in una condizione di frustrazione, di blocco, a volte anche di infelicità. In entrambi i casi si registra una perdita intima e territoriale: nel primo caso si perdono le persone, emigrate altrove, nel secondo s’affaticano risorse, visioni e possibilità future.
Ciò è valso anche per me, in maniera tutt’altro che lineare: ho vissuto fasi di grande slancio, e momenti d’incertezza; alcuni progetti hanno funzionato, altri non hanno trovato spazio e certe collaborazioni hanno aperto strade durature tra sentieri relazionali che si sono invece interrotti. Credo sia importante dirlo, soprattutto a una platea acerba o giovane; l’incertezza non è un’anomalia ma parte integrante di questo lavoro.
Allo stesso tempo credo sia fondamentale costruire strumenti per affrontare e attraversare questa complessità. Ed è qui che entra in gioco il concetto di “professionalità”, giacché non possiamo più pensare a una sola competenza: essere artista significa saper badare alla parte creativa ma anche a quelle organizzativa, relazionale e progettuale. Io, per esempio, ho dovuto imparare a scrivere progetti, dialogare con istituzioni pubbliche e private, costruire reti con soggetti simili o diversi, gestire tempi e risorse. Ebbene, questo percorso di apprendimento “a tutto tondo” è interessante e formativo, certo, e tuttavia penso sarebbe ancora più utile poter contare su figure di supporto dedicate, professionisti in grado di affiancare gli artisti e le artiste nella gestione della complessità ideativa e produttiva, così tessendo assieme collaborazioni durature e solide. È in questo modo, mi pare, che la molteplicità di competenze non diventa un peso ma un’opportunità di crescita condivisa, oltre che un’estensione naturale della pratica artistica.
Altro aspetto fondamentale cui un progetto come TIR dà rilievo è la dimensione sistemica. Per troppo tempo, secondo me, il nostro settore ha funzionato per compartimenti stagni: Danza, Teatro, Musica, Organizzazione, Formazione. Abbiamo invece bisogno di costruire connessioni ed alleanze tra ambiti, azioni e vocazioni, perché è questo che davvero ci sposta da una logica individuale ad una condivisa. Naturalmente lo dico tenendo presente una criticità concreta e quotidiana, che non va taciuta: la pressione all’iper-produzione. Si producono molti spettacoli, con grande investimento di energie e risorse, che hanno tuttavia poche possibilità di circuitazione e dunque di vita reale, che perduri nel tempo e nello spazio (repliche, viaggi, tournée, l’incontro con pubblici diversi in spazi o contesti culturali differenti). Capita troppo spesso che un lavoro stia in scena una o due volte e poi si fermi non per assenza di qualità effettiva ma per l’inesistenza di una solida rete di distributiva e d’ospitalità. Il risultato è un cortocircuito: quel che già esiste muore, e si indotti a far debuttare in fretta un nuovo titolo. La sensazione è quella della corsa, insostenibile sul piano economico tanto quanto su quello ideativo. E tuttavia continuo a pensare anche a questa difficoltà oggettiva come uno stimolo di trasformazione. Che sia giunto il momento di ripensare in altro modo il valore della durata e la continuità e la relazione coi territori?
Si tratterebbe d’immaginare modelli per cui lo spettacolo non è un evento ma un processo che si sviluppa nel tempo e che varia in base ai contesti e alle comunità di riferimento.
Si tratterebbe di lavorare su reti territori ce includano innanzitutto i luoghi laterali e periferici, altrove dai grandi centri, così da generare circuiti alternativi di programmazione, che facciano della fragilità premessa all’accoglienza.
Si tratterebbe d’immaginare nuovi formati, altre temporalità e imprevisti modi di incontrare il pubblico.
Si tratterebbe insomma di ripensare il sistema, facendo vivere più a lungo quel che facciamo nascere ogni volta.
Sia chiaro: non si tratta di un percorso che è possibile affrontare da soli. La costruzione di reti alternative, non come un elemento accessorio ma condizione necessaria, è un atto collettivo. Per questo mi rivolgo adesso ai più giovani: se c’è una cosa che ho imparato è che non bisogna aspettare che il sistema ti riconosca per iniziare a esistere come artista. Il sistema infatti arriva dopo. Quel che potete e dovete fare invece è attivare in autonomia processi, creare occasioni, costruire alleanze, anche minuscole e imperfette. Perché è da qui che nascono le traiettorie più interessanti. E, naturalmente, è benefico che tutto ciò s’incontri con progetti di incontro e di orientamento come questo.
Proprio perché non basta la dimensione individuale, soltanto lo sforzo personale. E TIR, in tal senso, rappresenta un modello importante perché tiene insieme formazione, inserimento lavorativo e costruzione di nuova comunità professionale.
Vorrei chiudere tornando alla mia pratica. Dovessi dirvi, al temine di questo io discorso, cos’è per me la coreografia ribadirei che è un modo di organizzare possibilità: non solo corpi nello spazio dunque, ma relazioni nel tempo e immaginari condivisi e occasioni di incontro vero. Oltre le opere prodotte, per la costruzione di contesti più aperti, vivi ed accessibili.
Infine, mi piace chiudere ricordando anche Futuro, un festival internazionale di danza e cultura contemporanea, nato inizialmente ad Alatri e poi diffusosi prima a Frosinone e poi a Roma: si svolge in collaborazione col Teatro Brancaccio di Roma, è organizzato da [Matrice] N, è stato sostenuto dal 2021 dal Fondo per lo Spettacolo dal Vivo (una volta chiamato “FUS”: Fondo Unico per lo Spettacolo dal Vivo) emanato dal Ministero della Cultura e, diventato Futuro Roma, ospita grandi nomi della danza internazionale. Tuttavia con grande sorpresa e delusione nel 2025 il festival è stato escluso dal fondo, causa: la valutazione operata dalla Commissione Danza. Il mezzo: riduzione del punteggio. Il motivo: la scarsa qualità artistica.
Per [Matrice] N si è trattato di un colpo duro sul piano artistico ed economico. Che ci ha costretti a chiederci «perché?». Perché, dopo anni di lavoro sul territorio e di costruzione d’un progetto culturale di respiro europeo, riconosciuto dal pubblico e dagli artisti e dalle artiste che abbiamo ospitato, dobbiamo affrontare un disconoscimento così severo?
Mi viene da dire, in conclusione che stavolta, e per questo, non possiamo dare la colpa al territorio, ai suoi luoghi mancanti o alle competenze assenti.
