Il grande lavoretto nel cielo

Andrea Maurizi al Simposio di Latina, che si è svolto al Teatro Comunale "Gabriele D'Annunzio" il 9 aprile 2026

Intervento di Andrea Maurizi (l Teatro delle Condizioni Avverse)

Simposio di Latina: Teatro Comunale “Gabriele D’Annunzio” – giovedì 9 aprile 2026

Educazione allo spettacolo dal vivo e alle arti sceniche. Rafforzare il legame tra teatri e istituzioni scolastiche e formative. Le professionalità trasversali al mondo dello spettacolo e della scuola.

I dubbi, le sfide, il senso di responsabilità che vive una compagnia quando si confronta con un pubblico di minori. Quali sono gli spettacoli da programmare? Cosa insegnare loro attraverso storie immortali che parlino a tutte le generazioni, e quindi anche agli adulti? Il senso di cura e di progettualità, secondo Maurizi, risiede nella soglia, in quel confine di ingresso verso nuovi possibili mondi in cui la realtà può essere insegnata, e guardata, con occhi diversi.


Nel settore dello spettacolo dal vivo, il teatro ragazzi è spesso stigmatizzato: “i figli di un Dioniso minore”.
Per gli adulti c’è lo spettacolo. Per i bambini lo “spettacolino”.

In realtà non è così. 
Nulla, come un pubblico di bambini, ti forgia come attore.
È un teatro fatto sui carboni ardenti.
Perché non hanno filtri. Se uno spettacolo non funziona, te ne accorgi.
Dal buio della platea senti arrivare, terribile, la vocina che dice: “Ma quando finisce?”.
I bambini entrano nella magia. Ci vogliono credere.
Se non ci credono più, non restano lì, zitti e buoni.

Quand’è che un lavoretto diventa un grande spettacolo?

C’era una volta una cantante. La chiamano dallo studio di via dell’Abbazia per incidere un disco dei Fluido Rosa. Arriva lì, ma non hanno un testo da farle cantare. 
– “C’è solo una base. Non ci sono parole. Improvvisa!”
– Come “improvviso”? 
– “Pensa alla morte, e canta.”
Daje a ride, pensa. 
Ma oggi è domenica, si dice, e per questo lavoretto avrò paga doppia.
Parte la base. E prova a cantare, butta lì due parole.
Ma non va bene. 
Riprova. 
Non sa che fare e allora, urla. Vocalizzi. Per tutto il brano. 
Finisce. La pagano e la salutano.
Clare Torry esce dallo studio di Abbey Road e pensa: 
“Non useranno mai quella registrazione”.
Dopo qualche mese, esce l’album. The dark side of the moon ed i Fluido Rosa, i Pink Floyd, diventano un fenomeno mondiale. 
E c’è il suo nome in copertina come “esecutrice” della canzone: The great gig in the sky.
Gig significherebbe concerto. Ma significa anche lavoretto. 
La gig economy.
Clare se ne va a casa. 
Tariffa da turnista: 30 sterline, nel 1973. Arrivederci e grazie.

Sono Andrea Maurizi e curo per ATCL la programmazione dedicata ai bambini e ai ragazzi. Organizziamo sia pomeridiane che matinée per le scuole. 
Da luglio 2025 ad oggi abbiamo organizzato e sostenuto 154 eventi di teatro ragazzi su 32 comuni. Gli spettatori coinvolti sono stati circa 9.700 per le matinée e quasi 12.500 per le pomeridiane. Contando la collaborazione ad altri progetti speciali, su innovazione e ricerca educativa come “Indire”, progetti di arte, attività di contrasto al bullismo, contrasto alla povertà educativa minorile, come il progetto CEET, abbiamo raggiunto oltre 32.000 tra bambini, genitori e docenti, su 39 comuni.
Nel Lazio operiamo in comuni molto diversi: Roma, tutti i capoluoghi di provincia, fino ad arrivare a paesini come Colle Di Tora ed i suoi 350 abitanti.
In tutte queste piazze facciamo teatro, spesso in luoghi che non sono un teatro. 
In palestre, su palchi mobili, con spettatori a terra o seduti sopra i banchi di scuola.
Spettacoli che chiedono solo 3 kw, e a volte neanche quello. 
Parafrasando Brook (ndr Peter Brook, regista teatrale e cinematografico inglese, ritenuto uno dei più grandi pensatori e maestri del teatro internazionale), con un unico generico termine, teatro, si designa tutto questo e anche candelabri scintillanti.

La programmazione di un circuito è un filo teso, tenuto in tiro dalla coesistenza e l’equilibrismo di più desideri:
– la nostra sensibilità di programmatori
– I desideri degli artisti – “Cosa vogliamo raccontare?”
– Quelli dei bambini – “Cosa vogliamo ascoltare?”
– I desideri degli assessori, dei direttori dei teatri
– Le esigenze dei docenti
– Fino a cercare di dare una risposta a una delle domande più ricorrenti dei genitori – “Oggi pomeriggio a sti ragazzini, che je famo fa’”?
– E infine qualunque programmatore deve avere empatia nei confronti di una figura molto sensibile e delicata, ovvero l’algoritmo, che poi assegna i finanziamenti.

Vorrei parlarvi di tutte queste figure che tengono teso il filo su cui poggia il nostro “lavoretto”:
Programmatori
Artisti
Bambini
Assessori – Direttori dei teatri
Docenti o genitori che portano i bambini a teatro

Non vi parlo dell’algoritmo perché non è un essere animato. È come la foto del nonno sopra la mensola. L’algoritmo è lì. Guarda tutto quello che fai. Guardandolo, ti chiedi: “Starò facendo bene?”. Ma è un algoritmo, e non è che ti risponde.


GENITORI

Si chiedeva Julian Beck (ndr attore, regista teatrale, poeta, pittore, saggista, attivista e anarchico, con la compagna Judith Malina ha fondato il Living Theatre): “La gente che va a teatro è differente dalla gente che non ci va?”
E la gente che porta i figli a teatro? Aggiungo (umilmente) io.
La differenza fra chi va a teatro e chi no, la vedo un po’ come la differenza che c’è fra un uccello migratore e un piccione.
I migratori attraversano distanze incredibili. L’albatros: 20mila km, la Pittima Minore, 13560 km di volo ininterrotto, 11 giorni dall’Alaska alla prima di Lavia nel teatro della Nuova Zelanda.
Il piccione invece non andrà mai a teatro. Ovunque tu lo liberi, il piccione percepisce il magnetismo terrestre e tornerà sempre a casa sua.
Ma i bambini? Che tipo di uccelli sono? 
Non possono scegliere di andare a teatro da soli.
Me li immagino come delle paperelle di plastica, trasportate dalla corrente.
Come Pinocchio, che voleva diventare una persona vera. 
Invece di un burattino di legno, immaginiamoci una paperella di plastica.

Mio figlio di 10 anni ascolta il metal.
Quando si è genitori ci si rende conto di quanto sia difficile capirle, le paperelle di plastica.
Ma perché ti piacciono queste canzoni dove urlano e basta? 
Cosa dicono? Non le capisci, le parole! 

Programmiamo spettacoli per quei genitori che vorrebbero insegnare ai loro figli a volare.
Ma programmiamo anche per quei genitori che semplicemente vogliono “faje fa’ qualcosa oggi pomeriggio”. C’è un teatro inteso come arte, e un teatro costruito per essere intrattenimento. 
A volte coincidono.
Come circuito dobbiamo lavorare su entrambi i fronti.

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Le favole hanno un valore formativo. Trasmettono insegnamenti universali. Aiutano a comprendere concetti morali e sociali. Vengono riscritte e rimaneggiate nei secoli perché ogni epoca le adatta ai propri valori.  A volte si rimane aggrappati alla restituzione della Disney, e vogliono che quella riscrittura edulcorata sia definitiva.
Dimentichiamo del tutto la versione originale.
Le sorellastre di Cenerentola, nella versione dei Grimm, si tagliano alluce e tallone per farsi entrare la scarpetta.

Fra la Disney e le amputazioni, c’è una via che possiamo percorrere.
Ci hanno insegnato a scuola che il mondo è tranquillo e sereno, che la Storia è finita, che non succederà più nulla. Veniamo da 80 anni senza guerra e abbiamo creduto al racconto che la pace sarà per sempre.
Questo pensiero si declina nel dogma che “non bisogna spaventare i bambini”.
Ma il più delle volte sono gli adulti a spaventarsi per loro.
All’ingresso di uno dei teatri dove ho lavorato era appesa una scritta:
“Le favole non dicono ai bambini che esistono i draghi, i bambini sanno già che i draghi esistono. Le favole dicono ai bambini che i draghi possono essere uccisi”.

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Sappiamo che è complicato mantenersi, restando in questo settore.
Nessuno fa teatro perché gli conviene. Lo fai perché ti piace.
Come dice il proverbio: “Ama il tuo lavoro e lavorerai ogni giorno della tua vita.”  

Una delle tenute del filo teso del lavoro di programmazione è il senso che gli diamo.
– Come gestiamo i soldi per la cultura?
– Li usiamo bene?
Questi argomenti sono al centro del nostro quotidiano.
Come circuito sentiamo la necessità di gestire i fondi nel miglior modo possibile.
Perché conosciamo le difficoltà che incontra un artista.
Siamo consci della fragilità e della precarietà che circonda questo settore.
E anche la difficoltà che hanno gli enti nel destinare soldi alla cultura.


ARTISTI

Quindi che storia vogliamo raccontare?

Prima di fare i calendari delle matinée, parliamo sempre con docenti e dirigenti.
Ci chiedono soprattutto spettacoli sull’educazione affettiva, la violenza di genere, sul bullismo e cyberbullismo.

È difficile trovare una storia che appartenga a tutti i ragazzi.
Marco Baliani anni fa andò a fare teatro per Amref, in Kenya, con i bambini che vivono nelle discariche. Doveva “trasformare” bambini chiamati chokora (spazzatura) in attori.
Impiegò tanto tempo a trovare una storia vicina a loro.
Proponeva storie su storie… alla fine gli parla di uno che non voleva andare a scuola e era inseguito dai carabinieri e finiva in carcere da innocente, sognava di arrivare al paese dei balocchi e voleva tanto diventare un bambino vero.
Cerchi, cerchi, e alla fine scopri che, per dei bambini che vivono nelle discariche di Nairobi, il testo a loro più vicino è una storia scritta da un toscano nel 1881.

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Qualunque storia decidiamo di raccontare dobbiamo essere felici di raccontarla.
Perché la raccontiamo per loro, non per noi.
Non dobbiamo mai dimenticare che stiamo facendo il mestiere più bello del mondo e lo stiamo facendo per dei ragazzi.
Non abbiamo il diritto di sentirci depressi.
Quando Laura Curino ti vedeva entrare in scena con la faccia di uno che “tanto alla fine muore”, ti diceva: “L’hai portata la voglia di vivere oggi? A teatro serve! C’è la Siria, c’è l’Afghanistan! Quelli possono essere tristi. Non tu!”


BAMBINI

Dobbiamo raccontare storie con linguaggi nuovi.
Se un ragazzo sente che dal palco gli vuoi insegnare qualcosa, allora non ti ascolta più.
I ragazzi odiano le regole, però credono alla giustizia.
C’è differenza tra legalità e giustizia.
Antigone. La legge dice che deve lasciare il corpo del fratello insepolto. Non è giusto. Disobbedisce, e diventa immortale.
Romeo e Giulietta non è una storia scritta, per la prima volta, da Shakespeare.
Era stata scritta già da Matteo Bandello e Luigi Da Porto ma la gente comune non ne ha mai sentito parlare?
Perché per loro, se Romeo e Giulietta sono morti, era giusto, hanno disobbedito ai genitori.
Shakespeare è stato il primo a dire che quei ragazzi avevano ragione.
E con lui la tragedia diventa immortale.

Se una storia appartiene ai ragazzi, la ascoltano.
Non è una questione di indirizzi scolastici. Il pregiudizio, ad esempio, che accompagna gli istituti professionali rispetto ai licei è un grande falso.

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Come circuito mettiamo alla base della nostra programmazione per le scuole un’idea di sostenibilità, cerchiamo di realizzare repliche che economicamente si autosostengono con lo sbigliettamento. Non è sempre possibile, ma puntiamo a quello.

Nelle grandi città puntiamo alla sostenibilità.
Nei piccoli centri, non è possibile.
A Colle Di Tora, la scuola primaria ha 18 alunni in tutto. Un’unica classe, dalla 1° alla 5° elementare. Sono talmente pochi che non possono neanche pensare di noleggiare un bus.
In quei luoghi il significato ed il valore di un circuito teatrale cambiano.
Chi andrebbe a fare spettacolo lì, per 18 bambini?
Il senso del tuo lavoro te lo dà la maestra che ti chiama dal paese vicino e ti chiede se si può aggiungere anche la scuola di Rocca Sinibalda, con i suoi 30 bambini. Arriverebbero col pulmino dall’altra parte del lago.
Ci sono comuni come Casperia, fatto di sole scale, in cui il teatro è la porta più alta del paese, dove ci sono sindaci che si alzano all’alba per andare ad accendere i riscaldamenti del teatro stesso per iniziare le attività.
Poi ci sono le grandi città, le grandi scuole, con prenotazioni da 500 alunni con una sola telefonata.

In tutti questi contesti, così diversi, tutte le figure che tengono teso il filo si chiedono: di cosa è necessario parlare, qui e ora?
Ogni scuola, ogni assessore, ha un’esigenza.
Anche le paperelle hanno la loro: chiedono tutte di non naufragare, ma di essere capaci di volare.

Chi programma il teatro ragazzi ha, ad ogni replica, delle responsabilità.
L’imprinting: la responsabilità del primo incontro col teatro.
In platea, ad ogni spettacolo, avrai sempre qualcuno che viene a teatro per la prima volta.

La responsabilità di accompagnare i piccoli spettatori, e far loro attraversare questa soglia tra il teatro e il mondo. Perché dalla soglia di un teatro puoi osservare il mondo e, forse, capirlo.

Credo che uno dei momenti più importanti di uno spettacolo sia proprio l’ingresso in sala.
Io voglio sempre dedicargli del tempo.
Perché sia un ingresso calmo, che prepari all’ascolto.
Come se entrassimo in un tempio yazida.
“Quando entri in una loro chiesa, attento a quando attraversi la porta.” Mi disse la guida.
“Non devi calpestare la soglia perché per loro, nella soglie della porta, è lì che vivono gli angeli.”
E a teatro, come in chiesa, gli angeli si possono vedere.


The great gig in the sky.
Clare Torry, dopo 30 anni, nel 2004 fa causa ai Pink Floyd.
E dice che lei, di quella canzone, non è esecutrice ma co-autrice.
“Autrice di cosa? Non dici neanche una parola!?”
Ma Clare tiene, e alla fine trova un accordo e viene pagata un po’ più di 30 sterline, per il suo grande concerto nel cielo.
Anche se non aveva trovato delle parole.

Siamo conquistatori dell’invisibile, dell’effimero, dell’inutile.
Sarah Kane (drammaturga inglese) diceva: guardare le stelle, predire il passato, cambiare il mondo in un’eclisse d’argento.
Arrivano a volte notizie dai posti in cui mi trovo a programmare.
E mi chiedo, che storia serve raccontare a quei ragazzi?

Qui a Latina un adolescente si è suicidato, poco tempo fa.
Ogni volta che sento queste cose, penso a quando avevo 16 anni, e facevo teatro al liceo.
Una ragazza che era nel gruppo di teatro, all’improvviso, senza spiegazioni, s’è uccisa.
Stavamo preparando il Miles Gloriosus di Plauto.
La sostituimmo.
Verso di lei avevamo solo incomprensione. E rabbia.
Non c’era, per noi che le volevamo bene, non c’era nessun “perché” abbastanza grande da poter giustificare quel gesto.
Portammo in scena quella commedia sul militarismo, ma noi pensavamo sempre a lei.
Era strano che un messaggio così grande come la pace, per noi fosse così inutile.

A volte non c’è uno spettacolo che possa parlare alla vita dei nostri figli.
Noi ci sforziamo di programmare spettacoli che possano spiegare loro le cose, ma nessun regista li ha ancora realizzati. Cerchiamo di trovare parole che a loro possano spiegare il mondo, ma tutte queste parole ancora non esistono.
Sono nascoste nella soglia. Dove rischi di calpestare gli angeli.

Il grande lavoretto nel cielo.
Clare aveva solo la base.
Uno studio di registrazione. Una domenica pomeriggio.
“Non ci sono parole, tu canta”, le dicono.
E allora Clare ha fatto una cosa che i bambini adorano fare, quando le emozioni sono troppo grandi, e non le possono descrivere con le parole. Urlare.

È questo che vorrei venisse detto a mio figlio, quando va a teatro.
Che è facile che si senta fuori posto, nel mondo ordinario.
Ma bisogna trovare un modo per saperle danzare, le cose.
Un modo per raccontarle.
E sorridere.
Per fare della propria vita un’opera d’arte.
Perché non si trovino con un’arma in mano.
Che è possibile danzarle le cose, anche quando non ci sono le parole.
È possibile farlo sorridendo.
Che i draghi, dovete sapere che possono essere sconfitti.

Non ci sono le parole, ma tu canta.
Ti paghiamo per questo.
È il tuo lavoretto.
Il tuo concerto nel cielo.
E allora Clare non usa parole.
Ma urla.
Urla e basta.

Canzone: The great gig in the Sky