Much ado about the theatre a lot to do about the theatre

De Fanti e Boggio

Intervento di Sylvia de Fanti e Benedetta Boggio (ANGELO MAI)

Simposio di Roma: Spazio Rossellini – 16 marzo 2026

Il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale

Lo spazio pubblico culturale e il teatro pubblico, la loro relazione con la cittadinanza e la città sono indicatori della salute democratica delle comunità nelle quali viviamo. Lo spazio pubblico è allora un campo di tensione, aperto e quindi permeabile ma soprattutto scomodo in cui è possibile attivare processi, mai semplici, di rigenerazione urbana della città grazie ai quali la cultura diventa bene comune. Due esempi tangibili di nuove forme di convivenza politica, sociale e culturale: l’esperienza conclusa del Teatro Valle Occupato e quella ancora in corso e resistente, pur con tutte le sue fragilità, de L’Angelo Mai.

Questo invito ci convoca in uno spazio scomodo, o meglio, ci ri-convoca, richiamandoci a una postura scomoda, rispetto alla (ri)definizione dello spazio pubblico culturale.

Perché scomoda? 

perché non è possibile posizionarci se non in aperta critica verso lo spazio pubblico culturale esistente;

e perché allo stesso tempo non ci è possibile porci completamente al di fuori dello stesso sistema che critichiamo. Siamo anche dentro.

Ed è proprio a partire anche da questo binomio o dicotomia dentro /fuori, pubblico/privato che ci 

poniamo delle domande e proviamo a rispondere.

Questa scomodità di confine, che ci pone sulla soglia tra dentro e fuori è ciò che informa il nostro titolo.

MUCH ADO, cos’è tutto QUESTO FUSS intorno al ruolo del teatro?

Non nel senso di fondo unico dello spettacolo ma nel senso di tanto trambusto, eccessiva preoccupazione per questioni di poco conto.

Esiste un problema teatrale? E dello spazio culturale pubblico? Si sta forse esagerando? Is there too 

much fuss? C’è troppo chiacchiericcio?

Ci areniamo nel trambusto, ci arrendiamo al chiacchiericcio, al MUCH ADO o continuiamo a praticare il LOT TO DO?

Dove praticare significa costruire pratiche, intorno al teatro.

Pratiche che contagiano, informano, incarnano lo spazio pubblico culturale e a loro volta ne sono 

contagiate, informate, incarnate.

Perché come sappiamo, dentro e fuori, pubblico e privato sono sistemi costituiti da pratiche. Pratiche molto spesso in sovrapposizione, dove non proprio in contrasto, tra il loro dirsi e il loro darsi. Prendiamo in prestito Eulero Venn, il sistema degli insiemi e dei sottoinsiemi, per navigare questi temi e tracciare rotte nuove.

Il primo grande insieme è lo SPAZIO PUBBLICO

Poi il sottoinsieme dello SPAZIO PUBBLICO CULTURALE

al cui interno troviamo un altro sottoinsieme che è il TEATRO PUBBLICO (useremo questa categoria nel suo senso più esteso e ideale, cioè inerente al ruolo che dovrebbe svolgere il teatro pubblico come sede di convivenza civile sociale culturale).

COS’È LO SPAZIO PUBBLICO? 

Lo spazio di tutti e tutte? 

Di chi lo abita? 

Di chi lo attraversa e ne lascia il segno? 

Dello Stato?

Ci affideremo all’impianto teorico di Saskia Sassen per indicare alcune coordinate essenziali.

Saskia Sassen, esperta di Diritto alla città, è una sociologa ed economista statunitense nota per le sue analisi sulla globalizzazione e i processi transnazionali. Il successo dei suoi libri l’ha resa rapidamente una delle autrici più citate negli studi sulla globalizzazione. 

Dopo aver insegnato sociologia all’Università di Chicago, attualmente insegna alla Columbia University e alla London School of Economics. 

Secondo Sassen, la globalizzazione dell’economia, accompagnata dall’emergere di modelli di potere transnazionali, ha profondamente alterato il tessuto sociale, economico e politico degli stati-nazione, di vaste aree sovranazionali e, non da ultimo, delle città. 

Sassen interpreta lo spazio pubblico come “campo di tensione”, in cui le nuove geografie del potere si riflettono nello spazio urbano evidenziandosi nei vari fenomeni di privatizzazione degli spazi, nelle espulsioni sociali, nelle nuove forme di marginalità e nei conflitti tra usi locali e logiche globali. 

La “ridefinizione dello spazio pubblico” indica il processo attraverso cui città, comunità e istituzioni ripensano il ruolo, la forma e il significato degli spazi condivisi — piazze, strade, parchi — alla luce di trasformazioni sociali, tecnologiche, ambientali e politiche. 

Oggi questo tema è centrale anche in Italia, dove alcune città (Roma, Milano, Torino – Roma lo sta facendo male ci sembra, ma…) stanno sperimentando nuovi modelli di uso temporaneo, sostenibile e partecipato dello spazio urbano.

Un esempio di ridefinizione dello spazio pubblico – ripetiamo spazio non neutro, non indifferenziato, che si immerge nelle tensioni del contemporaneo – ci è dato dalle lotte e dalle esperienze trasformative del movimento Black Lives Matter negli Stati Uniti che hanno avuto come oggetti principali le piazze e i monumenti, piazze e monumenti che sono diventati punti di condensazione del conflitto tra memoria ufficiale e memorie negate. Le proteste di Black Lives Matter hanno trasformato piazze e monumenti in luoghi di contestazione 

politica e di riscrittura della memoria pubblica.   

L’abbattimento o la deturpazione delle statue non è stato un gesto impulsivo, ma un’azione simbolica che mette in discussione l’eredità coloniale, schiavista e razzista inscritta nello spazio urbano. Cosi come le piazze, i monumenti non sono oggetti neutri: hanno una “vita sociale”, rappresentano valori, identità, gerarchie.

I vari gesti di iconoclastia politica, volti a “pulire” lo spazio pubblico da simboli di oppressione hanno aperto un dibattito su chi ha il diritto di essere rappresentato nello spazio pubblico.

Le piazze sono diventate luoghi di contro narrazione, proponendo nuove narrazioni: antirazziste, 

plurali, decoloniali.

Questi spazi urbani pubblici sono diventati oggetti politici, simboli contestati, luoghi di negoziazione democratica in cui si manifesta il dissenso, in cui si esercita la cittadinanza attiva.

E all’interno di questa costellazione, come si situa LO SPAZIO PUBBLICO CULTURALE?

“Lo spazio pubblico per me sarebbe come il civico interagisce con la produzione di conoscenza”.

Che cos’è lo spazio pubblico culturale dunque?

È anzitutto un sistema aperto. 

In termodinamica, un sistema aperto è un sistema che scambia sia energia sia materia con l’ambiente esterno. È la categoria più “permeabile” tra i sistemi fisici. 

Proprio la permeabilità dovrebbe essere una delle caratteristiche fondamentali dello spazio pubblico culturale, cioè, riprendendo la filosofa Rosi Braidotti, un luogo di interazione tra il civico e la produzione di conoscenza. 

Lo spazio pubblico culturale è una categoria specifica dello spazio urbano: non è semplicemente un luogo aperto e accessibile, ma un ambiente in cui la cultura diventa pratica quotidiana, esperienza condivisa, occasione di incontro e produzione simbolica

È uno spazio che accoglie attività culturali (arte, performance, musica, teatro, dibattiti), produce cultura (laboratori, co-creazione, pratiche partecipative), trasforma la percezione della città, si pone in osservazione critica (in senso filosofico) verso il presente, attiva comunità e relazioni. 

In altre parole, è uno spazio pubblico permeabile, che diventa significante, generatore di senso e nuove identità. 

Per Sassen lo spazio culturale pubblico come luogo di resistenza, un luogo in cui emergono contro narrazioni, piattaforme di espressione politica, luoghi di visibilità per gruppi e istanze marginalizzati, spazi di auto-organizzazione. 

La cultura, secondo questa declinazione, può diventare azione di “contro-potere”, contrastando le dinamiche di espulsione, riattivando spazi abbandonati, creando economie alternative, generando reti di solidarietà, intercettando il bisogno di relazioni, rispondendo al bisogno di partecipazione coinvolgimento diretto dei cittadini e delle cittadine, favorendo l’inclusione sociale e contribuendo alla costruzione di nuovi immaginari collettivi. 

Lo spazio culturale pubblico è dunque un atto politico, non solo estetico

La cultura, nello spazio pubblico, diventa un bene comune

Inevitabile a questo punto citare l’incarnazione reale e pratica di queste teorie:

IL TEATRO VALLE OCCUPATO

Teatro di cui si applaude la riapertura dopo “soli” 12 anni di chiusura. 

Perdonatemi se non applaudo, mi son cascate le braccia.

Il Teatro Valle Occupato diventato modello di cultura come bene comune, attivatore dell’esperienza che ha visto nascere la Fondazione Teatro Valle Bene Comune, è stato uno dei luoghi in cui le teorie di Sassen trovano la loro applicazione più evidente: lo spazio come campo di forze, come luogo di resistenza, come laboratorio di nuove forme di convivenza.

Territorio in cui si sono intrecciati creatività, politica, socialità, conflitto e innovazione.

Mai le porte furono più spalancate, mai attraversamento fu più fruttuoso e generatore, mai le 

pareti di un teatro furono più permeabili.

La cultura, l’atto politico dell’occupazione attraverso la pratica del teatro ha ridefinito quello spazio pubblico, ricordiamo fortemente a rischio di privatizzazione, attraverso: formazione continuativa e aperta e accessibile, assemblee pubbliche, altissimi momenti pubblici di elaborazione intellettuale e artistica, apertura dei processi artistici stessi, dibattiti, festival di cinema, arene politiche; ha contribuito al discorso internazionale sulla cultura come bene comune in Europa e nell’aerea mediterranea tutta, vincendo, tra i vari, un premio Ubu (l’unico premio in patria per il profeta), l’Anna Lindh Foundation Award e il prestigiosissimo Princess Maigriet Award.

Ha portato il mondo dentro e la cultura e il teatro fuori, ridefinendo artisticamente momenti di protesta in piazza. Ricordiamo le maratone in cui Great Garbo gareggiava con Carmelo Bene o i Cento Celli a suonare in spazi temporanei della città, durante le manifestazioni, colonna sonora del dissenso.

L’esperienza del Teatro Valle ha sollevato questioni fondamentali:

Il teatro può essere considerato un bene comune? 

Quali modelli di governance sono possibili per le istituzioni culturali? 

Quale ruolo devono avere artisti e cittadin3 nelle politiche culturali?

Ma andiamo avanti con un altro poderoso esempio di luogo di produzione culturale indipendente, 

politicamente situata, non riconosciuto per inerzia amministrativa e mancanza di visione politica. 

L’ANGELO MAI

Per nascita e percorso si inserisce pienamente nel filone degli esempi di rigenerazione urbana della città

Dall’occupazione dell’ex convitto abbandonato nel rione Monti, ricordiamo ora abbandonato a sé stesso e alla decadenza a fronte di 6 milioni spesi per lavori mai finiti, alla rigenerazione architettonica di una bocciofila dismessa nel Parco di San Sebastiano. 

Da presidio artistico e sociale all’interno di un quartiere in rampante e oramai avvenuta gentrificazione come Monti, alla rimozione dell’amianto a proprie spese nella nuova sede. 

Da oltre 14mila metri quadri dedicati alle attività artistiche che convivevano con 25 famiglie senza casa ma con diritto, a spazio fisico modulare ideato dall’architetto di ricerca Stalker Romolo Ottaviani, in cui l’urbanistica ecologica incontra l’interdisciplinarietà.

L’Angelo Mai purtroppo si inserisce anche nel terribile filone di sgomberi degli spazi sociali di questa città e nel sempiterno filone della suddetta inerzia e incompetenza amministrativa della gestione del patrimonio di Roma.

Dal primo sgombero veltroniano del 2006 dalla vecchia sede ai due sgomberi della giunta Marino nel 2014 e della giunta Raggi nel 2018. 

Dopo 21 anni di esistenza e resistenza siamo ancora in attesa di concessione. 

L’Angelo Mai, anche circolo Arci dal 2018, svolge una funzione importante come spazio civico, perché rappresenta un luogo di incontro, produzione culturale e partecipazione collettiva. Non è solo uno spazio dedicato agli eventi artistici, ma anche un ambiente in cui comunità diverse possono confrontarsi, collaborare e costruire pratiche culturali o praticare forme di costruzione artistica condivise. Attraverso spettacoli, laboratori, assemblee e iniziative sociali, L’Angelo Mai contribuisce a rafforzare il senso di appartenenza alla città e a promuovere forme di cittadinanza attiva, trasformando la cultura in uno strumento di dialogo e partecipazione pubblica.

Lo spazio è diventato uno dei luoghi più importanti della città per arti performative e ricerca artistica contemporanea.

ATTIVITÀ ARTISTICHE

• nuove drammaturgie 

• ricerca drammaturgica 

• performance ibride tra teatro e arti visive 

• danza

• musica dal vivo 

• concerti sperimentali

• jazz, elettronica, indie 

• dj set

• progetti collettivi/progetti fuori formato/dispositivi 

• residenze artistiche

• laboratori 

• festival indipendenti

• scuola di formazione (progetto Radicante) 

• laboratorio permanente fotoromanza per over 65 

• LP concerto con esecuzione completa di LP 

• tango, creazione temporanea di milonga 

• progetto Petrolio, lettura integrale del libro incompiuto di PPP

ESEMPI DI UTILIZZO CIVICO E SOCIALE

Luogo di incontro per assemblee pubbliche: 

•assemblee di Vogliamo tutt’altro (collettivo che, tra le altre battaglie, continua a mettere in luce il rischio di uso privato degli spazi pubblici culturali)

•assemblea polo culturale I Municipio

•in passato assemblee della Fondazione Teatro Valle Bene Comune 

• conferenze incontri su copyright e copyleft, diritto d’autore e tutela autoriale, su diritti, giustizia, migrazioni 

LUOGO DI FORMAZIONE 

•laboratorio per bambini della scuola attigua, centro estivo, attività post scuola

•laboratorio annuale di teatro per due gruppi che poi si uniscono a fine anno di lavoro a cura di Dynamis (dal 2019) 

•laboratori progetto radicante per donne persone trans e non binarie 

Di cui ci teniamo a citare, come esempi di costruzione di pubblici trasversali, impossibili senza la cosiddetta formazione del pubblico: 

Il LAB DJ (per adolescenti) 

All’interno di Radicante, è un laboratorio guidato da dj e musiciste, pensato come spazio di apprendimento, sperimentazione e libertà espressiva, in cui far vibrare nuove frequenze e ribaltare uno stereotipo ancora radicato: quello che associa il mondo della produzione musicale e della consolle a figure prevalentemente maschili. Tra vinili, mixer, controller e paesaggi sonori, donne musiciste – più o meno affermate – condividono competenze tecniche, visioni artistiche e percorsi professionali, offrendo modelli concreti e plurali di presenza femminile nella scena musicale contemporanea. Il laboratorio diventa così non solo un luogo di formazione tecnica, ma anche uno spazio politico e simbolico, in cui riappropriarsi di strumenti, linguaggi e immaginari. Le partecipanti, un gruppo di ragazze adolescenti, sono accompagnate in un percorso che intreccia ascolto, pratica, composizione e performance. Dalla conoscenza dei supporti analogici all’uso del mixer, dall’esplorazione dei generi musicali alla costruzione di una propria identità sonora, ogni fase è pensata per stimolare autonomia, consapevolezza e creatività. L’obiettivo è fornire strumenti concreti, ma anche rafforzare fiducia, senso di appartenenza e capacità di occupare lo spazio – fisico e simbolico – della scena. La prima edizione è stata realizzata presso la struttura de L’Angelo Mai, riscontrando grande entusiasmo e partecipazione attiva. Questa nuova edizione intende approfondire ulteriormente il lavoro, consolidando la dimensione collettiva e aprendo alla possibilità di una restituzione pubblica finale, come momento di condivisione e celebrazione del percorso. Un’esperienza formativa e trasformativa, dove la musica diventa strumento di emancipazione, relazione e affermazione di sé.

Il LAB FOTOROMANZA (per ultra sessantacinquenni) 

Il progetto FOTOROMANZA sviluppa un percorso artistico e partecipativo dedicato alle donne over 65, finalizzato alla raccolta, rielaborazione e restituzione pubblica delle loro memorie attraverso il linguaggio del fotoromanzo. L’iniziativa nasce dall’incontro tra ricerca artistica, antropologia e pratiche comunitarie e mira a contrastare l’isolamento sociale e culturale delle donne anziane, valorizzandone le esperienze di vita come patrimonio collettivo. Attraverso la trasformazione di fotografie d’archivio personali, racconti autobiografici e immaginazione narrativa, il progetto costruisce biografie visive capaci di restituire una lettura alternativa della storia recente, attraversata da migrazioni, cambiamenti dei ruoli di genere e percorsi di emancipazione. L’intervento si propone inoltre di promuovere il dialogo intergenerazionale, la partecipazione culturale e il riconoscimento pubblico delle soggettività femminili. Il sostegno richiesto è finalizzato alla realizzazione del laboratorio, delle attività di coinvolgimento territoriale e delle restituzioni pubbliche, nonché alla raccolta dei materiali che confluiranno in un momento di restituzione pubblica che possa farsi testimonianza collettiva delle esperienze emerse durante il percorso. La prima edizione è partita a ottobre 2023 e ha restituito alla cittadinanza un momento pubblico all’interno del festival estivo Short Theatre 2024. A novembre 2025 all’interno di Radicante si svolge una seconda tappa. 

•Laboratori di danza con la compagnia Balletto Civile, di teatro fisico con Eleonora Danco, di drammaturgia con Chiara Lagani, di formazione teatrale con Giorgina Pi e Sylvia de Fanti, scrittura con Emanuele Trevi e molt* altr* 

INIZIATIVE SOCIALI

•banchetti informativi 

•raccolta firme per parchi, lavori infrastrutturali, campagne referendarie 

•banchetti informativi di soggetti individuati per raccolta fondi

•luogo per congresso territoriale ARCI

•luogo per visione film documentari

PREMIO UBU 2016

Il Premio Franco Quadri 2016 – simbolicamente consegnato il 14 gennaio nel corso della 

premiazione degli Ubu – viene assegnato al collettivo dell“ ANGELO MAI” di Roma, con la 

seguente motivazione: “Angelo Mai”, laboratorio di sperimentazione artistica e attivismo politico, mosso dall’intento di portare la cultura – nella sua accezione più ampia – tra i beni primari. Facendo leva su una rinnovata narrazione di lotta, nei suoi dodici anni di attività, fitti di incontri, collaborazioni, creazioni teatrali e musicali, di progetti fuori formato, Angelo Mai si è offerto alla città di Roma e al teatro italiano come una realtà capace di attivare un processo di riappropriazione dei luoghi alternativo alla privatizzazione e alle liberalizzazioni del mercato, costruendo un tessuto di relazioni che passano dai corpi e dallo scambio di pratiche e saperi, testimoniando nuove forme di abitazione, di produzione e gestione per il Teatro. Realizzando progetti a forte densità etica innervati nel tessuto cittadino, Angelo Mai ha mostrato la possibilità di una politicizzazione dell’estetico sotto il segno di immaginazione e invenzione linguistica, attraverso le collaborazioni con artisti di diverse generazioni e nazionalità e le creazioni del collettivo teatrale Bluemotion e dell’Orchestra Mobile di Canzoni e Musicisti – Collettivo Angelo Mai. E, insieme, prestando attenzione all’universo pedagogico, così come lavorando attivamente con associazioni e onlus impegnate per i diritti civili. Nell’assegnazione del Premio Franco Quadri all’Angelo Mai, l’Associazione vuole sottolineare anche la forza di resistenza di questa realtà nel proporre con tenacia un ripensamento delle istituzioni della cultura, della facoltà di attenzione e delle condizioni di lavoro, diventando un punto di riferimento produttivo per molti artisti del panorama teatrale e musicale, una casa dove creare in libertà. Imprese ignorate quando non osteggiate dall’attuale incapacità al dialogo di chi gestisce il potere, eppure condotte con prodigiosa auto-organizzazione e auto-definizione, facendosi al contempo grido e soluzione per ridefinire spazi funzionali al ripensamento in comune del modo di fare e fruire l’arte”. Il premio consiste in un’opera murale commissionata, che creerà appositamente sull’edificio dell’Angelo Mai un soggetto ispirato alla figura di Padre Ubu.

CRITICITÀ

Lo spazio fonda la sua identità attraverso la garanzia di accesso e fruizione della più ampia cittadinanza possibile alle attività ma contemporaneamente sconta una permeabilità non lineare di proposte artistiche e socioculturali. Uno spazio come l’Angelo Mai infatti è alla continua ricerca di un equilibrio tra: indipendenza artistica, sostenibilità economica, stabilità legale e apertura alla città. Quando questo equilibrio funziona si diventa motore fondamentale di innovazione culturale. Quando una delle variabili vacilla tra le altre si crea una frizione e una flessione dell’attività e si viene percepiti come più chiusi, imperscrutabili o autoreferenziali soprattutto da chi propone la propria attività considerando lo spazio come “contenitore democratico di idee, progetti, attività” dove tutto sembra possibile e dove la ricaduta economica di risorse materiali e umane non viene percepita o considerata come discriminante. 

1. L’Angelo Mai vive da sempre una fragilità legale e amministrativa e politica

• concessione temporanea, precaria, mai formalizzata 

• cambiamenti nelle amministrazioni pubbliche e quindi di politiche sugli spazi 

• contenziosi legali sull’uso dello spazio, tentativi di sgomberi, controlli amministrativi e di pubblica sicurezza 

• norme di sicurezza e agibilità difficili da ottenere per mancanza di formalità burocratiche e difficoltà ad adeguamenti normativi 

2. Sostenibilità economica

L’ Angelo Mai funziona con budget limitati. Non ci sono finanziamenti esterni, né mecenati, né accesso al credito, né accesso ai bandi, solo nel 2025 tramite una correzione del bando di Roma Creativa, ex bando dell’Estate Romana, è stato possibile svolgere le attività del proprio progetto negli spazi non ancora assegnati ma con una trafila di regolarizzazione in corso. 

L’assenza di finanziamenti erogati per riconoscimento di funzione ha i seguenti rischi:

• lavoro artistico spesso sottopagato o volontario 

• entrate irregolari da eventi e biglietteria 

• entrate molto basse per gli artisti 

• possibilità di performare investendo risorse personali di chi considera lo spazio un presidio culturale e agisce in forma sostenitiva 

Tutto questo genera precarietà del lavoro culturale che rischia di diventare strutturale e acuisce l’assenza di una programmazione desiderata per mancanza di mezzi e non di progettualità. La tanto cara resilienza non può diventare lo stereotipo comodo della sperimentazione senza niente. Il piano di rateizzazione della fase transitoria, cosiddetta pre-concessione non è stato costruito in funzione della sostenibilità dello spazio e ci costringe a pagare tra arretrati e indennità di occupazione al Comune di Roma quasi 18mila euro ogni tre mesi e quindi di far prevalere nella programmazione momenti di night clubbing a detrimento di stagioni teatrali, ma soprattutto a detrimento di momenti di convivenza socio-politici-artistici alla base della nostra vocazione. 

E allora per concludere ci poniamo questa domanda: 

Come viviamo? 

o meglio 

Come conviviamo?

In uno spazio che è un microcosmo del mondo, dove c’è una costante riduzione attraverso decreti cosiddetti sicurezza dell’agibilità dello spazio pubblico, dove sono gli stessi corpi, soprattutto quelli delle donne, ad essere contesi, dove si censura e criminalizza l’urlo contro il genocidio del popolo palestinese cosi come qualsiasi forma di dissenso; in un mondo in cui le egemonie bianche razziste governano o provano a governare a suon di bombe esportatrici di democrazia naturalmente, in cui le differenze di genere, di razza, di età, di abilità sono difetti di un modello unico imposto, in cui lo sguardo antropologico subisce una mutazione fascista in cui l’inclusione e la parità sono ridotti a slogan, il femminismo a un brand, l’umanità a strategia, cosa resta? 

Restano le pratiche, restano le relazioni vere, restano i corpi reali resistenti e bellissimi. 

Resta… il teatro.