Dicendo di Cantico Festival

Anna Redi parla sul palco dell'Accademia di Belle Arti di Frosinone durante il secondo Simposio del progetto T.I.R. – Teatri in Rete

Intervento di Anna Redi (CANTICO – Festival di Teatro Musica e Danza)

Simposio di Frosinone: Accademia delle Belle Arti – lunedì 30 marzo 2026

Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani

Perché nasce un festival? Quali stati sentimentali ne sono all’origine? E quali esigenze intime, quali necessità personali, quali bisogni individuali? E come si fa a tramutare ciò che è soggettivo in qualcosa di condiviso, plurale ed allargato? Come si tramuta un preesistete vincolo professionale, di stima o d’amicizia, in una collaborazione? Come, nel tempo lento degli anni, si dà a tutto questo un’identità? E in che modo quest’identità la si conferma e si rafforza, non cedendo alla fretta e alla propensione quantitativa? Anna Redi risponde narrando Cantico.

Parlare dello spirito del Cantico Festival oggi, alla sua sesta edizione, significa parlare di una storia che non è più soltanto un’intuizione, ma una realtà viva, radicata, che ha trovato nel tempo una sua voce riconoscibile.
Il Cantico nasce da un gesto semplice e necessario: tornare a incontrarsi. Dopo anni in cui la distanza è stata la misura delle nostre relazioni, questo festival ha rimesso al centro la prossimità, la piazza, lo sguardo, il respiro condiviso. Non come nostalgia del passato, ma come scelta consapevole per il futuro.
Nasce nel 2020 dopo la pandemia da un gruppo di artisti amici che decidono di sostenermi ed è no budget. In seguito riesco ad invitare Massimiliano Civica, Giovanni Calcagno, Mario Biagini, Accademia dell’Incompiuto, il Maestro Marcello Fera, Kyungmi Lee, Luna Cenere e la scuola musicale Eccher; solo per citarne alcuni.
La risposta all’invito ho potuto constatare che avveniva in base ad una fiducia artistica per collaborazioni mie precedenti, e dunque attenuava i costi dei reali cachet degli artisti.
Nel cuore di Casperia, borgo sospeso tra pietra e paesaggio, il Cantico ha così costruito negli anni uno spazio in cui l’arte non è intrattenimento, ma esperienza.
Un’esperienza che attraversa linguaggi diversi – teatro, danza contemporanea musica – e li riporta alla loro origine comune: il racconto.
Racconti iniziatici.
Raccontare, qui, non è solo narrare storie. È creare ponti tra generazioni, tra culture, tra ciò che siamo e ciò che possiamo diventare.

Fin dalla sua nascita, il festival ha scelto una via precisa: quella dell’essenzialità. Niente sovrastrutture, niente eccessi tecnologici, niente distanza tra artista e pubblico. La luce naturale, l’acustica del luogo, il contatto diretto: tutto concorre a restituire all’arte una dimensione intima e condivisa. Questa non è solo una scelta estetica. È una scelta etica. Per me infatti l’idea che mi ha guidato è stata quella di far risuonare lo spazio architettonico con la proposta artistica e dunque storie iniziatiche, spettacoli itineranti legati alla poesia (Gli assetati, da René Daumal), e rispettare la capienza della piazza che può avere al massimo duecento spettatori. Per cui spettacoli di alta qualità che privilegiano una forma di teatralità intima e non da grande palcoscenico, dove il teatrante può guardare negli occhi gli spettatori e senza scenografia ma nello spazio reale.

Negli ultimi due anni abbiamo attivato il crowdfunding e ci ha sostenuto anche la Fondazione Varrone. A questo punto, dopo il lancio del festival, le due amministrazioni di Casperia e Cantalupo si stanno facendo carico di questa realtà. In un tempo dominato dalla velocità e dal consumo, Cantico propone una fruizione lenta, sostenibile, attenta.

Invita a fermarsi, ad ascoltare davvero, a lasciarsi attraversare. E in questo gesto c’è qualcosa di profondamente contemporaneo perché, oggi più che mai, abbiamo bisogno di esperienze che non ci saturino ma ci aprano, che non ci distraggano ma ci mettano in relazione, che non ci offrano risposte immediate ma ci restituiscano domande autentiche.

Un altro elemento fondamentale dello spirito del Cantico è la sua vocazione comunitaria.Questo festival non accade “in” un luogo: accade “con” un luogo. Coinvolge il tessuto vivo del territorio: le persone, le associazioni, i giovani, le attività locali. Nel frattempo è nato il gruppo “Amici di Cantico”, grazie anche al fatto che il paese è abitato per metà da non locali ma da uomini e donne che come me hanno scelto la Sabina. Non è un evento calato dall’alto, dunque, ma un processo condiviso. Si possono immaginare le difficoltà per creare questi ponti nella comunità dei locali così familistica e chiusa come quella della Sabina. Di sicuro le collaborazioni con la banda e con il gruppo delle majorettes calate in un contesto culturale differente hanno funzionato. Un esempio: la Fila Nelken di Pina Bausch realizzata con cinquanta paesani e la banda, oppure l’intervento dei bambini e delle majorettes negli spettacoli con l’Accademia dell’Incompiuto.

La necessità aguzza l’ingegno. In questi anni, Cantico ha dimostrato che la cultura può essere motore di coesione, di sviluppo, di rigenerazione. Può contrastare lo spopolamento non con slogan, ma con esperienze significative. Può restituire senso di appartenenza. Può rendere un borgo non solo meta, ma casa temporanea per chi arriva. E in questi cinque anni ci sono venuti a trovare sia come artisti che come spettatori da diverse parti del mondo. Le storie che abitano Cantico provengono da tradizioni diverse, da mondi lontani, da visioni spirituali e filosofiche molteplici. Eppure parlano tutte la stessa lingua: quella della ricerca umana. Che avvenga attraverso il teatro, la danza o la musica, ogni performance diventa un invito a interrogarsi su ciò che ci unisce: il senso del vivere, del trasformarsi, del conoscere. In questo senso, Cantico non è solo un festival artistico. È un luogo di attraversamento. Un luogo in cui si entra con le proprie certezze e si esce, forse, con nuove domande.

Arrivare alla sesta edizione significa anche riconoscere un percorso di crescita. Da un’iniziativa, nata quasi in risposta a un’urgenza, si è sviluppata una visione sempre più chiara, capace di coniugare qualità artistica, sostenibilità, radicamento territoriale e apertura internazionale. La sfida, oggi, non è solo continuare: è custodire questo spirito mentre si cresce; mantenere l’intimità senza chiudersi; ampliare l’orizzonte senza perdere l’identità; accogliere il nuovo senza dimenticare l’essenziale.
Cantico, in fondo, ci ricorda una cosa semplice e radicale: che l’arte, quando è autentica, non separa, unisce; non sovrasta, ascolta; non impone, dialoga. E forse è proprio questo il suo dono più grande.
In un mondo frammentato, creare spazi di incontro è un atto per me rivoluzionario.

Infine, in funzione di saluto adopero un testo tratto dal Satyricon diretto da Andrea De Rosa e che ho recitato prima della pandemia al teatro Argentina. È satira, ma al tempo stesso non lo è:

«Nel panorama paludoso e istituzionalizzato della teatropoli degli scambismi, dei clientelismi,familismi, nastasiani, franceschiniani, lettiani ecc… Nella teatropoli beckettiana dove gli under 35, una volta arrivati a 36, sono destinati alla rottamazione, nella teatropoli dello sperpero legalizzato di risorse pubbliche per spettacoli ministeriali che muoiono subito dopo il debutto e io mi fermo qui. L’aggettivo “necessario” andrebbe forse attribuito a quel teatro che tesorizzando e difendendo la memoria e l’azione dei grandi maestri del Novecento, ancora vive è ancora resiste nonostante tutto questo squallore.Il teatro d’impegno civile con una sua storia e con una sua coerenza, con una sua ragione di essere, o non essere. To be or not to be, that is the question. Cosa vuol dire? Vuol dire che arte, bravura, bellezza, hanno reso quel teatro necessario e definirlo necessario cosa è? È anche un modo per comunicare con urgenza a tutti gli spettatori, quando ci sono, quanto quel teatro sia stato importante».