Intervento di Tamara Bartolini e Michele Baronio
Simposio di Frosinone: Accademia di Belle Arti – 30 marzo 2026
Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani
A partire dalle esperienze personali, Tamara e Michele tracciano la parabola del loro teatro, quindi della loro casa. Un teatro aperto, che esce fuori dal teatro e che abita i vuoti, i luoghi, le periferie e le marginalità. La poetica della compagnia romana inizia prima dello spettacolo e lo prescinde, è capace di tessere i fili tra le persone, connettere le loro storie intime che si fanno collettive e incontrano l’altro.
“E allora a sostituire il riparo della casa non saranno soltanto i nostri singoli nomi, ma la nostra consapevole presenza collettiva nella storia, e vivremo di nuovo al centro del reale. Malgrado tutto, riesco a immaginarlo.”
John Berger
“Teatro e aree interne” mi ha fatto subito pensare all’area interna, dentro la città, noi siamo una compagnia teatrale di Roma e io sono nata in periferia, quindi una specie di area interna, la borgata. E per tanto tempo questa mia condizione mi ha sempre fatto pensare che dovevo riscattarmi da questa “area interna”, al margine della città. Mentre invece solo dopo, solo facendo teatro, mi sono resa conto di cosa fosse quell’elogio al margine di cui parla la grande scrittrice e attivista statunitense Bell Hooks.
Se non fossi nata in quella borgata forse non avrei conosciuto il teatro che per me è sempre stato il teatro del mio vicino di casa: Claudio Remondi della compagnia Rem&Cap che ha fatto la storia del teatro d’avanguardia nel nostro paese, e di cui ho capito dopo la natura di resistenza di questo margine, di questo luogo periferico. Dalla finestra di casa mia vedevo costruire nel giardino di Rem&Cap delle ruote giganti piene di poesia che erano le scene dei loro spettacoli senza parola che però colpivano al cuore i cosiddetti “borgatari”. E poi teatro e aree interne mi ha fatto anche ripensare al bellissimo libro di Filippo Tantillo L’Italia vuota: Viaggio nelle aree interne in cui Filippo racconta proprio le problematiche delle cosiddette aree interne, e la voce inascoltata di quella parte d’Italia, di cui abbiamo parlato oggi, che pur ospitando persone, abitanti, milioni di abitanti, millenni di storia e tesori della natura, resta silenziosa. Insieme ad altri, in questo libro, descrive tutte le contraddizioni di questo apparente vuoto che c’è nel nostro paese, che per risollevarsi, scrive Tantillo, avrebbe bisogno di politiche più attente al conflitto che guardino al conflitto, alla crisi, perché la crisi è una possibilità. Politiche che dovrebbero rimettere al centro la capacità di sognare della comunità, di desiderare, di costruire magari fiducia e pensare diversamente le relazioni socioeconomiche e quindi il rapporto di queste relazioni con la cultura, con questa cosa che arriva su un territorio magari senza servizi, senza niente.
L’Italia vuota è tale solo per chi non vuole assumersi la responsabilità di vedere che cos’è il vuoto, di riconoscerlo e di ascoltarlo. Anche per questo abbiamo pensato di condividere con voi l’esperienza del nostro progetto Esercizi sull’abitare, come esempio di una pratica artistica che ci ha messi in ascolto, che ci ha chiesto ripetutamente di pensare e ripensare il nostro teatro come una possibilità di prenderci cura proprio di questo vuoto, esercizi che ci hanno messo in relazione con contesti lontani dalla nostra città, per altro proprio tra il 2019 e il 2022, in piena pandemia. Esercizi è per noi la sintesi di un percorso come compagnia che c’è stato sia prima che dopo questo progetto, e soprattutto di una metodologia di lavoro che da sempre guarda al dialogo con le aree interne dentro di noi, dentro la città di Roma e poi fuori dalla città, provando a far uscire il teatro fuori dal teatro. Per questo vorremmo partire da questo estratto video che è l’inizio del film 6900 km, nato dalla terza tappa di Esercizi sull’abitare realizzato durante la residenza a New York nel 2022. In questa tappa come nelle altre due ci siamo domandati ancora una volta cos’è casa, e cosa significa cercarla altrove, dentro il proprio territorio, andando via, restando o tornando.
TESTO DEL FILM 6900KM ESERCIZI SULL’ABITARE #3
“Quello che ho visto del pianeta e anche quello che più o meno so del pianeta, senza avere visto tutto, lo so perché ci sto sopra, perché ci cammino sopra, vado in giro, sono ipnotizzato dalla foresta della vita, di tutto quello che si vede, che si tocca, la vita dei rumori, dei silenzi, la vita della gente…la cosiddetta vita la vedo cominciare e qualche volta la vedo anche piano finire”
Io e Michele, viviamo e lavoriamo a Roma. Il teatro è la nostra prima casa e da questa casa guardiamo il mondo provando a tradurlo sulla scena. Siamo alla ricerca di storie, in questi ultimi anni abbiamo percorso tanti chilometri e abbiamo visto la vita della gente come scriveva l’architetto Ettore Sottsass. La nostra ricerca sul tema della casa e dell’abitare è iniziata nel 2016 quando è nata nostra figlia Thea.
Cos’è e dov’è casa?
Cosa stiamo lasciando?
Come vivere tra le rovine?
Da quando abbiamo iniziato a chiederci quale fosse il senso del nostro abitare, “ci siamo traslocati” e abbiamo abitato tanti luoghi, persone, racconti, paesaggi a cui abbiamo dato la forma di esercizi sull’abitare. Nel 2019, prima della pandemia, abbiamo percorso i primi 16,9 km. Siamo partiti dalla periferia di Roma, dal Biblioteca Quarticciolo, dai suoi abitanti creando un dialogo con due poli museali del centro, i Mercati di Traiano e il Palazzo delle Esposizioni. Poi è arrivata la pandemia e tutto si è fermato ma la ricerca è continuata e subito dopo il primo lockdown nel 2020 i km sono diventati 333. Siamo usciti da casa, perché eravamo in affitto e non riuscivamo più a sostenerlo, perché dovevamo traslocare, perché come tutti cerchiamo un posto in cui sentirci a casa. E poi siamo usciti perché finalmente si poteva uscire, con le mascherine, con il distanziamento ma si poteva tornare fuori, e allora siamo passati prima ad Ostia e poi in alcuni piccoli comuni del Lazio: Alvito, Maenza, Castrocielo, dove gli abitanti ci hanno raccontato il rapporto tra la casa, la natura, la comunità. Quali sono le ferite del tuo territorio? Dov’è casa fuori dalla casa?
TAMARA
La nostra poetica da sempre mette al centro il dialogo tra linguaggi e persone. Ogni progetto nasce dall’incontro: il teatro è una pratica di incontro con i luoghi, con le comunità, con le storie. Negli anni abbiamo cercato un tempo di ricerca in cui le forme diventassero sempre più libere, decolonizzare anche le forme, e sempre più connesse ai territori che incontravamo, da riabitare, anche in contesti feriti, come dopo il terremoto nelle Marche, nel 2016. Ad Amandola siamo stati un paio di giorni, abbiamo dormito nei container e intervistato le persone che avevano perso la casa, e poi restituito quelle memorie dentro uno dei nostri dispostivi storici che è il RedReading. La pratica di Esercizi sull’abitare, così come quella di altri progetti, ha cercato di tessere incontri, storie, memorie, per rigenerare vita, per provare – nel nostro piccolo – a ricucire delle fratture, a ricucire il mondo e le sue ferite, come scriveva l’immensa Maria Lai. Per noi il teatro non è solo ciò che accade sul palco, ma un processo che inizia molto prima: sicuramente nelle domande che sentiamo dentro di noi e poi nel tempo delle residenze, nell’incontro con le persone, nella possibilità di restare dentro la vita degli altri, che ci riguarda. La vita non la possiamo vedere tutt’intera, sfugge, corre via, ma forse amiamo il teatro anche perché sulla scena cerchiamo di “vedere” questa cosa viva che è la vita, ogni volta in forme diverse.
Al teatro io vorrei strappare la vita scrive la drammaturga austriaca Elfriede Jelinek. Quella vita che accade solo nella relazione, senza la quale noi essere umani non siamo niente. Poter vedere accadere quella vita è il rito che facciamo insieme con il teatro, è la possibilità di desiderare.
MICHELE
Io sono l’esempio di un’area interna che si apre grazie al teatro. Ho conosciuto il teatro tardi. Intorno ai 23 anni. Amici di amici mi proposero come lavoro una parte nell’animazione di un castello con piccoli spettacoli domenicali e da lì spettacoli in matinée e via via la possibilità di intraprendere un percorso di vera e propria ricerca sull’arte della recitazione con Triangolo Scaleno di Roberta Nicolai. Venivo dalla musica, quella fatta con il mio gruppo punk fondato coi compagni delle superiori, che mi aiutava a trovare lo spazio per comunicare il mio senso di alterità rispetto al pensare comune. In un paese dei Castelli Romani negli anni ’90 – in cui nemmeno c’era un teatro – era il massimo che riuscivo a raccogliere. Il mio approccio all’arte era assolutamente istintivo e privo della ben che minima consapevolezza.
Ho iniziato a dedicarmi alle arti sceniche con lo stesso spirito, e probabilmente ne mantengo ancora il cuore, al netto della dedizione anche tecnica che gli ho riservato dopo. L’unica certezza era che mi trovavo bene con quelle persone, con quel fare. Solo dopo tre o quattro anni mi sono posto la questione di cosa mi piacesse del teatro, al di là, di come mi faceva sentire il farlo. Mi piaceva scoprire l’umano. Leggere la vita attraverso la traduzione teatrale. Mi piaceva quel senso di piccola comunità temporanea che si creava intorno alla messa in scena e che toccava punti così profondi di noi stessi. Mi piaceva lo scambio di emozioni e di vita che avveniva e come questo mi spostava. Mi piaceva incontrare l’altro nonostante la mia timidezza.
Negli anni questo cercarci nell’incontro con gli altri è diventata la poetica della nostra compagnia. Il cuore delle nostre produzioni si è sempre sviluppato intorno agli incontri con le comunità e i territori a cui rivolgevamo le stesse domande che rivolgevamo a noi stessi e questo è diventato per noi un metodo. Fin dai primi lavori abbiamo sentito il bisogno di uscire dalla città, non solo per produrre, ma per incontrare. Il lavoro sulle persone e sui territori si è tradotto ogni volta in forme diverse, ma sempre con la stessa esigenza: costruire paesaggi umani in cui chi guarda possa rispecchiarsi. Uno dei momenti più importanti per noi è stato il lavoro in Sardegna, nella Marmilla. Siamo stati lì cinque mesi, partendo da una domanda semplice: “tu sei mai caduto/a?”. Quella domanda, che nasceva da una caduta, un incidente personale di Tamara, ha aperto racconti profondi e un relazionarsi intimo che si attivava nel momento stesso in cui nelle interviste ci ponevamo nell’ascolto delle risposte: cadute nell’amore, nel lavoro che non c’è, nella vita. A un certo punto abbiamo fatto una scelta: non portare il nostro spettacolo, ma mettere la struttura drammaturgica dello spettacolo al servizio degli abitanti. Sono stati loro a creare le proprie “cadute”. E alla fine ci hanno restituito qualcosa che non dimenticheremo: una tavolata, una danza tradizionale, un paese intero che si era raccolto, parlato, ritrovato e ci salutava. Quella esperienza è diventata per noi un faro: non vogliamo essere un’astronave che arriva e se ne va, il teatro è scambio, relazione, dono, resta anche quando finisce, e ti sposta.
TAMARA
Ti sposta anche a te che lo fai, e infatti una volta tornati in teatro, consapevoli di non voler essere stati un’astronave che arriva e se ne va – per questo la continuità dei progetti è tutto -il punto per noi è anche cercare di creare uno spazio scenico dove poter custodire l’immagine di ogni persona incontrata, portarla alla luce, e ri-guardarla perché ci riguarda, e interrogarci insieme agli spettatori, sentendo anche in questa nuova tensione con il pubblico la possibilità di incontrare l’altro, di farsi memoria collettiva, e di non disperdere quel percorso nell’evento finale.
La seconda tappa di Esercizi sull’abitare 333km, durante la pandemia, è stata fondamentale anche per questo. In un momento di isolamento, abbiamo costruito una rete di incontri tra piccoli paesi del Lazio, anche grazie al prezioso lavoro di rete che ha fatto l’operatrice Isabella Di Cola, e all’Atcl (Associazione Teatrale fra i Comuni del Lazio), che con una cura incredibile ha tessuto una rete tra le persone e i comuni, e questa rete è stata centrale. Se pensiamo al concetto di rete, subito ci viene in mente l’intreccio delle radici degli alberi: la rete che la natura ci racconta attraverso le radici degli alberi, diverse tra di loro ma connesse in un unico canto, e questa è forse l’immagine della comunità nelle sue differenze, intrecciata però da questi fili funambolici. Insieme alla creazione artistica, ciò che è accaduto è stato un incontro, un intreccio di vite. Il teatro, in quel momento, era nei sorrisi, nelle lacrime, negli abbracci – quando erano possibili. E non mi vergogno di usare queste parole “emotive” perché credo in una riabilitazione delle emozioni e in una ecologia delle relazioni.
Quello per me era il teatro in quel momento, era un modo per ricostruire una comunità. E quegli “esercizi” sono diventati per noi una pratica: un modo per abitare i luoghi, non attraversarli soltanto. Quei 333 km iniziavano da Roma: nell’estate del 2020 siamo partiti dalla città, dallo spazio MaTeMù di Roma che ci ha raccontato, con il suo impegno nei confronti dei giovani, come ci si può salvare grazie ad una casa dalle porte aperte, come un teatro dalle porte aperte che sta in ascolto. E poi ci siamo ritrovati fuori, prima a Ostia e poi a Castrocielo, tra i pensieri degli adolescenti, gli orti dei nonni, e la musica dei ragazzi dell’Eko Orchestra. Per poi proseguire verso l’interno e scoprire che tra le rovine c’è un giardino di giovani che non se ne vogliono andare e provano a buttare giù i muri – quelli di cemento costruiti male, e quelli delle persone, quelli di una politica becera – e proseguendo c’era Alvito, tra queste rovine, il castello, c’era la Val Comino, le montagne. Proprio ad Atina, il terzo paesaggio di Gilles Clément ci è sembrato chiarissimo nel suo significato, mentre visitavamo con Oniro, street artist di quel territorio, una fabbrica abbandonata. Tutti spazi da riabitare insieme, spazi da condividere, da riconquistare. E questa cosa ci faceva pensare anche a Roma. Tanta della problematica che noi viviamo nella nostra città, non era poi così distante. E quando si parla di progetti per il futuro, di cui si vanta la compagine elettorale, è un futuro che va coltivato oggi, non domani, che forse è già ieri. Un futuro che sta nelle memorie delle persone che abitano i luoghi, nelle azioni, non solo nelle parole. E poi ci siamo ritrovati nell’incendio voluto da chi sfrutta questi territori, tra le cicale e gli ulivi di Maenza, dentro le ferite dell’abitare in provincia, come in città. Le ferite sono un incendio che scoppia all’improvviso – ma non per caso – sulla montagna, dietro casa. Gli alberi e i cani gridano e una ferita resta in fondo al cuore, come canta una canzone. Ma c’è ancora la semplicità e la generosità di chi ti offre un pasto caldo e un posto per dormire dopo il dolore di un territorio che brucia, che ti dice che non sono le ceneri la cosa importante ma il fuoco vivo, non quello generato da chi vuole distruggere i territori. E con quel vissuto torni a casa, verso la città, verso il teatro per fare lo spettacolo che cerca di raccogliere e restituire tutto questo, con la certezza che ovunque c’è ancora un giardino di cui prenderci cura.
La casa che abbiamo esplorato e portato sulla scena porta con sé memorie personali e sguardi sul presente, ci ha mostrato meglio quali sono le ingiustizie sociali ed economiche che si riflettono su un abitare che non è più in connessione con i luoghi, le persone, la natura. Come artisti, dobbiamo porci sempre questa domanda quando andiamo in un territorio lontano dalla nostra casa.
L’abitare allora guarda ad una riappropriazione collettiva di spazi spesso rubati dalle speculazioni immobiliari, e più in generale, da un sistema che non guarda al bene comune e il bene comune sono tante cose, i fiumi, i laghi… In un mondo in cui la casa è diventata una merce, abitare è diventato un fatto temporaneo, ci ha detto una delle persone intervistate, e per sentirsi a casa c’è bisogno di non sentirsi soli, di costruire relazioni, piccole comunità di appartenenza. Lo scrive anche la giovane attrice Lisa Lippi Pagliai, nella sua tesi di laurea dedicata al nostro lavoro che ha intitolato proprio “un teatro che fa spazio, creazione di comunità temporanee, una storia tra prossimità, territorio e impegno civico”.
Quando torniamo in sala, dentro di noi, abbiamo sempre un grande senso di gratitudine per ogni storia che abbiamo incontrato, per chi ci ha donato un pezzettino di sé che custodiremo. Ci è sembrato ogni volta di costruire insieme una casa con la porta sempre aperta, la casa è diventata un corpo, il nostro e quello di ogni persona incontrata. Il corpo è la nostra prima casa, ma se questa casa è in bilico? In pericolo? Quando i luoghi si cominciano a rendere tutti uguali, tutti uniformi, così come i corpi, si perde tanto dell’abitare in senso emotivo.
Allora forse casa è un territorio da riconquistare e da liberare, e l’abitare, così come il teatro per noi, è un andare, non lasciare che nessuno resti indietro, è esserci, è l’esperienza umana dell’esserci. Vi lasciamo con un piccolo ricordo dei 333km vissuti nei comuni della regione.
TESTO VIDEO FINALE
Una delle cose che amo di più quando arriviamo, è quando incontri la persona che devi intervistare e entri dentro casa, ti fa entrare dentro. Magari ti siedi al tavolo, ti offre un caffè, senti gli odori di casa, l’odore del sugo per qualcuno è quello per qualcun altro è lo scialle di nonna, comunque senti l’odore di quella persona e stai lì, ti guardi negli occhi, non ti conosci. Improvvisamente basta la prima domanda e la distanza si accorcia. Che cos’è casa per te? Dov’è che ti senti a casa? Dov’è casa fuori dalla casa? Cosa vedi dalla finestra? Cosa hai visto dalla finestra? Se fossi un albero, che albero saresti? Quali sono le tue ferite? Quali sono le ferite del tuo territorio, dei luoghi che abiti? C’è luce nella crepa?.
Scorrono le immagini delle persone incontrate, dei luoghi e dello spettacolo. Alla fine c’è un pezzo dell’intervista a Seper ragazzo di Matemù:
“…la casa per me è abbastanza effimera, è una cosa che sta nell’aria, non è qualcosa che puoi veramente tocca’, a meno che non parlamo de muri ma un muro è quello, come lo è quell’altro, dentro a un muro ce poi fa un ufficio come ce poi fa ‘na casa, poi sta a te capire se la casa è il muro o tutto il resto, e io penso che casa sia tutto il resto…”.
