Intervento di Damiana Leone (Compagnia Errare Persona)
Simposio di Frosinone: Accademia delle Belle Arti – lunedì 30 marzo 2026
Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani
Dalla fuga al ritorno: ogni territorio è uno spazio complesso e ha dignità di essere raccontato. Da qui nasce il lavoro di Damiana Leone e della Compagnia Errare Persona, nelle piazze e nelle strade, fin dentro al carcere, perché artiste e pubblico si trovino a un punto d’incontro che non può non esistere.
Mi presento: sono Damiana Leone, attrice, cantante, autrice e regista. Nel 2010 ho fondato la mia Compagnia Errare Persona, Compagnia multidisciplinare che da molti anni porta avanti anche un lavoro sul territorio della Provincia di Frosinone, da cui provengono la maggior parte dei suoi componenti. Probabilmente oggi qui io sono l’unica persona ad essere proprio di Frosinone. Non è facile essere nati e cresciuti in una città di provincia. Spesso la provincia è opprimente, stretta, chiusa tra le montagne che segnano un confine netto, che spesso non fanno vedere quello che c’è oltre.
Le montagne chiudono e spesso sono molto conservative; e probabilmente Frosinone rappresenta appieno tutto questo. Quando ero adolescente passeggiavo proprio qui vicino. Guardavo verso Roma e sognavo di andare via. Eppure poi, quando sono andata via, ho iniziato ad apprezzare quello che la provincia poteva dare. Dopo tanti anni facendo tournée come scritturata e lavorando in teatro, incontrai una regista famosa che mi chiese da dove provenissi. “Da Frosinone”. E lei: “ Ma dai, non ci sono mai stata”. Ed io le risposi che non mi sembrava strano che non ci fosse mai stata perché il tipo di teatro che faceva lei era praticamente impossibile da far arrivare in una realtà di provincia così, che in fondo non si fosse persa granché.
Da quel momento nella mia testa iniziò a girare un tarlo e iniziai a sentirmi profondamente in colpa, perché in fondo avevo offeso anche quello che io ero. Iniziai a cercare di immaginare in che modo potessi raccontare qualcosa, anche perché lei concluse dicendomi che ogni luogo può raccontare qualcosa.
Ebbene sì. Aveva ragione. Anche il luogo più desolato e perso può raccontare qualcosa.
Allora cercai di riflettere su quello che avrei potuto narrare di quello spazio che avevo abitato da sempre, e la realtà più drammatica mi sembrò la guerra. Potevo raccontare qualcosa che non era mai stato raccontato su nessun palco: gli stupri di guerra avvenuti nel 1944, le Marocchinate, che toccavano direttamente la storia della mia famiglia. Ma forse ancora non ero pronta e lo spettacolo debuttò al Nord. Eppure il caso – o forse il diavolo! – spesso vuole farci ritornare proprio lì dove dobbiamo riparare qualcosa e, mentre facevo delle fotocopie per poter partecipare a un bando della provincia, un ragazzo mi disse di provare a fare lo spettacolo in un comune dove erano avvenuti quegli stupri, Castro dei Volsci. Da quel momento, senza che lo avessi mai cercato, il territorio mi richiamò a sé, e facemmo lo spettacolo in tutti i comuni che avevano avuto quegli stupri, spesso proprio nei luoghi in cui erano avvenuti. Creammo il più grande progetto mai fatto sullo stupro di guerra, Racconta la Guerra.
Il teatro per me ritornò ad essere quello che in fondo dovrebbe essere e per cui è nato 2500 anni fa: sociale e civile, un territorio e una cittadinanza che si raccontano. Il nostro spettacolo era diventato un rito collettivo di catarsi, per noi che eravamo le nipoti di quelle donne e per gli spettatori che piangevano con noi. Questo mi permise di vedere la mia storia personale in un modo totalmente diverso. Mentre valorizzavo quella storia collettiva, stavo valorizzando anche la mia storia personale e quella della mia famiglia, perché stavo dando un valore al dolore, stavo ripulendo il sangue raccontando attraversa il teatro. Il dolore non va mai sprecato.
Da lì diventammo Officina Culturale e ora anche Sociale, Residenza Artistica, fino a realizzare l’unica Rassegna di Teatro Ragazzi di tutta la provincia di Frosinone, portando anche il teatro contemporaneo in un luogo che lo ha sempre conosciuto molto poco. Eppure Frosinone prima aveva avuto una bella tradizione di innovazione, soprattutto legata al futurismo dei fratelli Bragaglia, a cui questa città diede i natali. Poi il territorio è sempre stato molto sviluppato dal punto di vista musicale, tanto che una parte della nostra compagnia è totalmente dedicata alla musica. Ma per il teatro, purtroppo, non ha avuto una grande tradizione, cosa che accomuna moltissime zone del Lazio, ma soprattutto del Basso Lazio.
Per cui il nostro lavoro risulta davvero pionieristico.
Successivamente si aprirono altre porte senza averle mai cercate: quelle del Carcere di Frosinone. Mio padre aveva insegnato per molti anni lì e mia zia aveva sviluppato dei progetti di musica. Appena maggiorenne improvvisamente entrai in quel luogo che avevo visto costruire negli anni ‘90 di fronte a me. E pensare che lo avevo sempre associato al silenzio, mentre invece Il silenzio è l’ultima cosa che si possa trovare in un carcere.
Entrai per fare degli spettacoli di volontariato e tra il mio pubblico c’era Pino Pelosi, l’unico condannato per l’omicidio Pasolini. Proprio Pasolini aveva parlato dei ragazzi di vita che in fondo oggi sono i detenuti. Quell’altro spazio dimenticato improvvisamente si era aperto davanti a me e alla mia Compagnia. Il Carcere ci chiese di poter realizzare dei laboratori permanenti. Da lì per noi si aprirono anche le porte del Carcere di Paliano, e ora anche quelle del Carcere di Viterbo. Pensate che adesso sono 8 anni continuativi che tutte le settimane entro in carcere. Addirittura durante il Covid, quando i teatri erano chiusi, noi abbiamo deciso di costruire un teatro in carcere insieme ai detenuti.
Attualmente la sala Teatro del Carcere di Frosinone ha anche un impianto luci di ultima generazione, unico nel suo genere in tutta la Provincia. Fuori non siamo mai riusciti ad avere uno spazio in gestione o anche in co-gestione – probabilmente anche per problemi politici perché essendo di qui in fondo la nostra opinione può rappresentare un problema di voti. Il non avere avuto uno spazio, ci ha fatto considerare teatrale qualsiasi spazio. Dalla piazzetta del borgo, al bosco, o una sala del Carcere.
Eppure il carcere ci ha dato delle possibilità incredibili. Il progetto si intitola Invisibili perché il carcere assorbe la stessa invisibilità che colpisce la provincia che lo ospita, e un carcere di provincia spesso è più desolato di quello di una grande città, assorbe pregi e difetti del territorio che lo ospita. Spesso i detenuti provengono da grandi metropoli e paradossalmente possono essere anche più emancipati del personale, cosa che per noi rappresenta una sfida ancora maggiore.
Ma quindi, in che modo si possono valorizzare i piccoli borghi attraverso il teatro?
E perché anche il carcere può essere considerato un piccolo borgo?
Intanto il carcere fa parte integrante del territorio che lo ospita, e spesso ha più abitanti di un piccolo comune. Il nostro concetto di valorizzazione del piccolo borgo è stato proprio lavorare su quello che il territorio non ha piuttosto che su quello che il territorio ha. Lì dove non ci sono teatri noi l’abbiamo costruiti, cioè in carcere. Lì dove non c’è un teatro, noi andiamo ad utilizzare e valorizzare l’architettura del piccolo borgo. Su questo nasce anche il nostro Festival, Il Festival dei Viandanti, dedicato ai Cammini e alla via Francigena del Sud. L’architettura naturale dei paesi e la natura, diventano la scenografia degli spettacoli, lo spazio che in genere è abitato dalle persone quotidianamente diventa un teatro, e tutto questo avvicina gli spettatori che magari non sono abituati ad andare a teatro, perché entri direttamente nelle loro case, nelle loro piazze e nei loro parchi. Quella che sarebbe una fruizione impossibile per loro, diventa un appuntamento fondamentale. In più tutto questo ha un grande vantaggio, cioè quello di non avere bisogno di un grande nome per portare pubblico, perché sono gli spettatori stessi i veri protagonisti, attraverso le loro case e le loro piazze. Un altro grande punto di forza dei Piccoli Borghi non sono solo le loro architetture e i loro spazi non teatrali, ma la loro storia. E in questo il teatro contemporaneo, urbano e sociale, può avere una grande importanza.
La creazione di uno spettacolo di drammaturgia originale e contemporanea, un’impostazione registica site specific, possono raccontare la storia del territorio con un linguaggio estremamente innovativo eppure vicino al pubblico. Per cui il teatro diventa catarsi e voce di un luogo, perché non è un mero contenitore, ma la cittadinanza ne è protagonista. Grande fonte d’ispirazione per me ad esempio è stato il teatro di Dario Fo e Franca Rame. Per loro lo spazio teatrale, come nel Medioevo, poteva essere qualsiasi cosa, e doveva essere qualsiasi cosa, perché la potenza del teatro è poter arrivare ovunque e avere un contatto diretto con il pubblico. Inoltre la multidisciplinarità ci ha aiutato ad essere ancora più vicini al pubblico. Infatti lo spettatore più scettico può essere avvicinato attraverso uno spettacolo musicale o un concerto. Oppure la famiglia può portare i bambini ad uno spettacolo di teatro ragazzi particolarmente innovativo, poi avvicinarsi a tutto il resto.
Non dobbiamo concepire i territori – soprattutto quelli di provincia – come degli spazi vuoti da riempire, ma come dei luoghi vissuti dalle persone che hanno moltissimo da raccontare e che vanno raccontati. Dobbiamo decolonizzare la nostra idea che “la civiltà” vada portata dall’esterno. Ogni territorio ha la sua dignità, così come ogni popolo ha la sua dignità. Non esistono spettatori di serie B, perché non esistono esseri umani di serie B. Tutti gli spettatori hanno qualcosa da raccontare. Tutti i territori hanno qualcosa da raccontare. Hanno pari dignità i bambini, i detenuti, e anche i signori borghesi che vogliono vedere la grande prosa. E così, come non esiste un pubblico di serie A e di serie B, non esiste nemmeno un genere che abbia una superiorità rispetto agli altri.
Noi, come compagnia, abbiamo anche le nostre produzioni con cui giriamo tanto in Italia e all’estero, e quando arriviamo in un teatro o in uno spazio, spesso troviamo operatori che si lamentano sempre di qualcosa che non va nel territorio. È inevitabile. Ci sarà sempre qualcosa che non andrà, addirittura anche al Nord dove comunque le condizioni economiche sono ben diverse rispetto al Centro e al Sud. Quando magari arriviamo in Calabria, in uno spazio che non ha nulla, la prima tentazione è quella di far emergere l’ego, di lamentarsi di uno spazio non perfetto o di una situazione non adeguata. Ma poi prevale l’amore per il sociale e per quello che questo lavoro deve portare. Ci rimbocchiamo le maniche e dimentichiamo la nostra aspettativa. Perché noi siamo a servizio del pubblico e non è il pubblico ad essere a nostro servizio. Noi siamo lì a portare bellezza e a creare bellezza, anche dove non c’è.
