Intervento di Davide Dose (Officina Pasolini)
Simposio di Latina: Teatro Comunale “Gabriele D’Annunzio” – giovedì 9 aprile 2026
Educazione allo spettacolo dal vivo e alle arti sceniche. Rafforzare il legame tra teatri e istituzioni scolastiche e formative. Le professionalità trasversali al mondo dello spettacolo e della scuola.
Una visione sulla formazione artistica e sull’arte di organizzare spettacoli, seguendo una parola d’ordine: la responsabilità. Da un lato dunque un focus su cosa serve per intraprendere il mestiere dello spettacolo dal vivo, dall’altro una serie di consigli per chi vuole lavorare dietro le quinte e coadiuvare l’arte, semplificare i passaggi dalla produzione alla fruizione.
Cominciamo da una confessione. Il titolo che vedete oggi non è quello che avrei scelto dopo aver ascoltato alcuni interventi e aver conosciuto meglio la platea di questo simposio. Ora vorrei cambiarlo. Ma siamo in corsa, ormai non si può, e cambierò quindi un pochino il focus del mio discorso proprio mentre lo faccio: mi sembra già questa una buona sintesi del tema di oggi.
Mi occupo di spettacolo dal vivo da molti anni, sempre da dietro le quinte. Organizzo concerti — ho iniziato con un format che ho creato anni fa e che si chiama Spaghetti Unplugged — e produzioni teatrali, con una predilezione per il mondo della comicità. Come tutti quelli che fanno il mio mestiere: faccio tante cose diverse per rendere possibili eventi culturali e concerti, portare spettacoli in giro per l’Italia, mettere insieme artisti e tecnici, e costruire le condizioni perché “le cose accadano”.
Eventi come quello di oggi sono fondamentali: confrontare pensieri e punti di vista, fare rete e connettere le diverse esperienze è fondamentale. Esistono tante energie positive sparse nei vari punti della filiera di questo settore, spesso non connesse. Metterle in relazione è una cosa importantissima, che non chiede risorse in più, ma semplicemente far incontrare, integrare, scambiare valore e crearne di aggiunto, unendo i puntini di cose e realtà che già esistono. È una attività che andrebbe favorita sempre di più e che migliorerebbe già da sola moltissimo il sistema e il settore in cui operiamo.
Oggi vi parlo a nome di Officina Pasolini: un luogo di cultura che ha casa a Ponte Milvio, a Roma, che è al tempo stesso sia un luogo di formazione artistica, sia uno spazio per eventi di spettacolo. Tutte le attività sono gratuite e pubbliche, finanziate e promosse dalla Regione Lazio, tramite il Fondo Sociale Europeo. Officina Pasolini è diretta da Tosca — che ne è l’ideatrice e direttrice artistica — e nel 2025 ha compiuto dieci anni. Tre sezioni, trentacinque ragazzi per biennio – a cui accedono tramite bando pubblico – un percorso intenso e impegnativo di formazione che li vede impegnati nei due anni quasi full time. La sezione canzone è diretta da Niccolò Fabi, il teatro da Massimo Venturiello, la sezione multimediale da Simona Banchi.
Dividerò il mio intervento in 2 parti: una dedicata alla formazione artistica, una a quella degli addetti ai lavori, ossia coloro che non vorranno nella vita salire sul palco, ma stare dietro le quinte.
IMPARARE A FARE L’ARTISTA
Intraprendere un percorso di formazione artistica è una strada complessa e mai univoca, in cui esistono chiaramente molte teorie e approcci e domande differenti per raggiungere l’obiettivo. Chissà se esistono risposte soddisfacenti.
Io ho studiato musica per anni — prima violino, poi chitarra classica al Conservatorio, studiavo anche sette o otto ore al giorno. Quella esperienza mi ha insegnato molte cose sulla fatica, sul metodo, sulla musica ovviamente… ma anche su quello che spesso manca nelle scuole d’arte.
Per questo, quando penso alla formazione di chi vuole diventare un artista, uso questa metafora: è un tavolino con tre gambe. Se ne togliamo una, il tavolino cade. È un lavoro di grande responsabilità da parte di chi lo esercita da docente, e di grande dedizione per chi lo intraprende da discente.
LA PRIMA GAMBA: La bottega artigiana
Ogni arte è innanzitutto una tecnica – τέχνη – direbbero i filosofi greci.
Tosca ama raccontare come Officina Pasolini si ispiri all’idea di una bottega artigiana rinascimentale: il giovane garzone che andava dal Giotto, stava lì per anni, osservava come si mescolavano i colori, come si tracciavano le linee, imparava a contatto con i Maestri, con gli artigiani, le basi e i trucchi del mestiere. La scuola di teatro, il conservatorio, l’accademia d’arte devono certamente innanzitutto fornire delle basi tecniche, delle competenze per poterti muovere nella disciplina studiata, e avere esperienza dell’evoluzione che quella disciplina ha avuto nel corso della storia dell’arte. Acquisire competenze richiede chiaramente fatica e dedizione. Questa è la base irrinunciabile di ogni formazione artistica, ed è chiaramente un primo inderogabile obiettivo. Quando si esce da un percorso di formazione artistica bisogna avere più competenze di quando si è entrati, avere imparato delle tecniche, aver migliorato la nostra consapevolezza e padronanza degli strumenti. Sembra una constatazione ovvia, ma è nell’ovvio che spesso si annidano le insidie peggiori.
LA SECONDA GAMBA: La ricerca della propria voce/ verità
La tecnica da sola, però, non basta. C’è una domanda più profonda che ogni artista deve saper fare a se stesso: cosa voglio dire? Che urgenza ho? Quale vuoto voglio colmare con la mia espressione? L’arte — quella attività umana misteriosa e potente che ci accompagna dalla notte dei tempi — serve a dare uno sguardo diverso al mondo, non solo a maneggiare con bravura e mestiere una disciplina, una tecnica. Il problema dell’Arte non è assolutamente a mio avviso “il problema del Bello” ma è il “problema del Senso”.
La formazione artistica quindi non può assolutamente dimenticarsi di questa dimensione, non può non porsi e non costringere a porsi questa domanda.
La tecnica senza la visione rischia di diventare sterile, inutile. In un passo dello Ione, Platone dice una cosa potentissima: che i poeti non fanno il loro lavoro per la tecnica (“οὐ γὰρ τέχνη”) ma mossi bensì da θείᾳ μοίρᾳ: un “destino divino”, uno spirito al quale sono quasi obbligati: la loro profonda missione, verità.
Non è assolutamente scontato e facile capire come coltivare e far fiorire questa ricerca, come trovare la propria verità artistica, la propria “voce”, come dare davvero significato e senso alla propria “tecnica”.
Sicuramente è importante sapere però che questo è l’obiettivo. È fondamentale confrontarsi con gli altri, andare agli spettacoli, alle mostre, ai concerti: sia dei grandi artisti (da cui apprendere l’esperienza e la potenza), sia degli emergenti che invece condividono con me che sto studiando gli stessi dubbi, problemi, questioni.
Fare esperienze nella vita inoltre ci aiuta ad avere quel bagaglio emotivo che poi trova espressione nell’arte, attraverso la tecnica.
Ogni docente dovrebbe aiutare il proprio allievo anche e soprattutto nella ricerca di questa voce intima e sincera, di questa verità artistica che dà senso pieno all’espressione e alla disciplina.
TERZA GAMBA: Il mercato, ovvero: misurarsi con il mondo
Fare l’artista è anche un mestiere. E per farlo bisogna capire come funziona il mondo dell’arte e come la mia “arte” può muoversi in esso. Dove si fanno gli spettacoli, come si paga uno stipendio, cosa si aspetta un produttore dal mio lavoro, quali sono i meccanismi per promuovere quello che vorrei fare, e come si possono realizzare le mie idee. Chi devo conoscere, a chi devo propormi, quali sono gli errori da non compiere e invece quali gli approcci utili e più proficui.
Non conoscere affatto le dinamiche del mercato è una mancanza seria. Rendersi conto di come funzionano le logiche economiche dello scambio artistico è parte integrante della formazione stessa di un artista al giorno d’oggi. Penso che ogni accademia debba necessariamente rendere consapevoli i propri studenti anche di questo: nel mondo contemporaneo è fondamentale e serio, per una scuola d’arte, dare anche questi strumenti e accompagnare i discenti a potersi muovere, con competenza e conoscenza, nel mondo del lavoro artistico. Lasciarli soli con un sogno poco concreto a scontrarsi con il mondo reale è un peccato mortale che va evitato.
Mi sento quindi di declamare con forza la necessità di avere bene a mente che questo tavolino a tre gambe ha bisogno di stare in piedi, e senza una sola di queste gambe, il tavolo in piedi non ci sta più.
Chi ha la responsabilità di fare formazione artistica oggi dovrebbe porsi domande e dare risposte che seguono le tre dimensioni che ho voluto evidenziare.
DIETRO LE QUINTE: L’ARTE DI ORGANIZZARE
C’è poi un’altra formazione che riguarda il mondo dello spettacolo dal vivo: quella di chi non vuole stare sul palco, ma rendere possibile quello che sul palco accade.
Vedo in sala molti giovani studenti e, chiedendo prima quali fossero le loro intenzioni e passioni, mi è sembrato di capire che molti di loro vorrebbero lavorare nel mondo dello spettacolo da addetti ai lavori, più che da artisti.
Lavorare nello spettacolo dal vivo è un mestiere complesso, eclettico, affascinante e molto, molto, molto time consuming. La prima cosa che dico sempre a chi viene a parlarmi perché interessato a lavorare nella produzione o nell’organizzazione di spettacoli è: “Ma siete sicuri?” È una domanda dura ma onesta: non la pongo per scoraggiare, ma per essere chiari. Lavorare negli spettacoli non è un lavoro comodo.
È certamente un lavoro bellissimo. Organizzare e rendere possibili le cose artistiche è un atto creativo in sé. Non è lo stesso codice dell’artista, ma è qualcosa che dà grandissima soddisfazione, che ha una sua dimensione creativa e che chiaramente arricchisce le società in cui viviamo.
Questo lavoro richiede competenze molto diverse: serve la sensibilità artistica per dialogare con gli artisti, l’acume economico per far tornare i conti, il talento organizzativo per coordinare decine di persone e di variabili. E soprattutto — e qui sta il punto che ripeto sempre — è un lavoro fatto di relazioni. Direi che il 60, forse il 70 % di quello che facciamo ogni giorno in questo mestiere è sapersi relazionare con gli altri: artisti, tecnici, direttori artistici, politici, pubblico, facchini, maschere, staff, grafici, ecc ecc…
Se non ci piace avere a che fare con le persone, questo non è il nostro mondo.
Per mantenere una narrazione tripartita, mi sentirei anche in questo caso di dare tre consigli o meglio spunti di riflessione per chi vuole iniziare ad affacciarsi a questo mondo e a questo mestiere.
Fare, e poi fare ancora
La teoria è importante, i master e i corsi di formazione di management della musica o dello spettacolo possono dare un inquadramento teorico utile e importante, ma questo è un lavoro di pratica, che va proprio fatto sul campo. Bisogna sporcarsi le mani, provare, iniziare come volontario in un festival, o realizzando una prima idea di spettacolo in un localino. Fare, sbagliare, correggersi e rifare: queste sono le parole d’ordine.
Costruire la rete
Partecipare a eventi come questo, andare a festival, presentarsi a chi si ammira o a qualcuno con cui si vorrebbe lavorare, scrivere una mail e chiedere un caffè anche a chi avete ascoltato in questo simposio e vi ha ispirato: i contatti e la rete di conoscenze sono linfa vitale in un settore instabile e variabile come il nostro.
La rete non è solo quella dei teatri — è quella delle persone che in quei teatri ci lavorano. Quindi conoscere persone, allargare la propria rete di contatti, fare esperienze di lavoro con tante persone diverse è fondamentale e imprescindibile.
Dovete avere sete di incontrare persone, scambiarci due parole, conoscerle.
Amare i problemi
In questo lavoro i problemi arrivano sempre, da ogni direzione. Chi si galvanizza di fronte a una sfida, chi trova eccitante trovare soluzioni all’improvviso, chi riesce a stare nel mezzo tra pianificazione e improvvisazione: quella persona è fatta per questo settore. Se i problemi ti creano ansia? Questo mondo non fa per te: meglio scegliere un altro lavoro.
Un concerto allo stadio non si può organizzare improvvisando all’ultimo giorno, è vero. Ma non si può nemmeno pensare di controllare ogni variabile. Muoversi tra il controllo e la pianificazione, tra l’adrenalina e la risoluzione improvvisata è un mantra per chi lavora in questo campo: bisogna coniugare questi due approcci. Essere al tempo stesso “ingegneri svizzeri” e “jazzisti italiani”. E non spaventarsi mai di fronte alla certezza che qualcosa andrà storto: bisogna avere la prontezza di raddrizzarlo. Fa parte del gioco.
Chiudo quindi questa breve dissertazione, con una parola che mi sta a cuore, e che unisce certamente tutti gli aspetti toccati, i sogni e le aspirazioni di chi vuole fare l’artista, ma anche i dubbi e le domande di chi vuole diventare un addetto ai lavori: la responsabilità.
Chi opera nel settore culturale e dello spettacolo ha grandi responsabilità. Tante cose certamente non funzionano nel mondo in cui viviamo, e anche nel settore artistico e nel mondo degli spettacoli e della Cultura.
L’approccio migliore però non è fermarsi ai problemi, alle tante difficoltà o inefficienze, magari con una tentazione di lamento: l’approccio giusto è guardare cosa possiamo fare noi per migliorare la situazione e farlo, provarci. Nelle scelte che facciamo, nei progetti che realizziamo. Vale per il lavoro, e vale per la vita. Il tentativo diventa già una soluzione; un approccio positivo, fattivo e migliorativo non potrà che portare risultati utili. Organizzare spettacoli è uno dei lavori più belli, adrenalinici e complessi che esistano. Non c’è mai noia.
Se vi sentite chiamati da tutto questo, candidatevi, provateci, fatevi avanti.
Con responsabilità: sapendo che non tutto dipende da noi, ma certamente siamo solo noi che possiamo decidere come reagire alle cose che non funzionano come vorremmo, inventarci soluzioni nuove, e decidere cosa fare del nostro futuro, da artisti, da addetti ai lavori, da essere umani.
