Intervento di Diana Agámez Pájaro (MaTeMù)
Simposio di Rieti: Teatro Flavio Vespasiano – 15 aprile 2026
Sostenibilità ambientale e accessibilità. Le nuove figure professionali necessarie per l’innovazione ecologica e l’inclusione sociale dello spettacolo dal vivo
Il concetto di sostenibilità si amplia verso un allargamento delle prospettive di cittadinanza, tale da inserirla in una visione di partecipazione attiva alla vita di comunità. Da 15 anni MaTeMù, centro interculturale in una zona nevralgica di Roma, compie questa operazione di fusione delle arti e della coesione sociale, attraverso l’arteducazione e la piena accessibilità gratuita de* utenti, così da alimentare, in tutte e tutti, un principio di responsabilità nella creazione di una cittadinanza attiva.
“Di muri abbattuti e cuori aperti” non è solo il sottotitolo dell’ultimo spettacolo di MaTeMù, ma la sintesi della sua missione. Il progetto teatrale G+R (ispirato a Romeo e Giulietta di Shakespeare), curato da MaTeMù e dalla compagnia Bartolini/Baronio, ha coinvolto 50 giovanə di ogni origine ed estrazione sociale che si sono incontratə sul palco per dimostrare che, nonostante le differenze, le emozioni non hanno confini.
Tale complessità impone un’attenzione, una cura e una gestione socio-educativa che non possono essere delegate a una sola figura o a un unico ambito professionale. Richiedono il coinvolgimento di più discipline, chiamate a incontrarsi, talvolta scontrarsi, dialogare e restare accanto ai giovani. È proprio l’ascolto nato da questo incontro a trasformare MaTeMù in uno spazio in cui ogni adolescente può sentirsi al sicuro nello scrivere un pezzetto della propria storia seguendo il proprio ritmo: con la propria sintassi, i propri punti interrogativi, le virgole, i punti a capo e le preziose pause del proprio cammino. Questo ascolto è guidato da valori, riflessioni, pensieri e competenze trasversali che condividerò brevemente.
L’arteducazione come infrastruttura sociale: MaTeMù tra accessibilità universale e nuove professionalità trasversali
Quando parliamo di accessibilità nello spettacolo dal vivo, il pensiero corre spesso alle barriere architettoniche. In questi anni A MaTeMù, lo Spazio Giovani e Scuola d’Arte del I Municipio di Roma, gestito dal CIES Onlus, abbiamo imparato che la prima, invisibile barriera che talvolta si alza è quella del diritto a desiderare a entrare in contatto con le proprie aspirazioni, con la cultura, con la bellezza, e imparare a immaginarsi all’altezza dei propri sogni, restando consapevoli del proprio diritto a scegliere.
Il modello MaTeMù si fonda su un’identità pedagogica che si ispira a, e rielabora, alcuni pilastri fondamentali dell’educazione: l’Educazione come pratica di libertà ispirata a Paulo Freire — un approccio volto all’emancipazione e alla presa di coscienza critica dei giovani; la Pedagogia del Desiderio e l’Arteducazione sviluppate da Cesare de Florio La Rocca del Progetto Axé a Salvador de Bahia, in Brasile, dove l’arte è il motore per risvegliare la bellezza e la dignità di chi vive in contesti di vulnerabilità; la sapienza del pensiero africano, che ci insegna che “per crescere un bambino ci vuole un intero villaggio”; e, infine, la visione di Danilo Dolci. Sociologo, poeta e attivista italiano che ci regala l’idea profonda che “ciascuno cresce solo se sognato”.
Su queste basi abbiamo costruito una metodologia dove l’accessibilità vuole essere totale: economica, grazie alla gratuità delle attività che offre MaTeMù; culturale, attraverso alla promozione e pratica dell’intercultura; e sociale grazie al lavoro in rete con la scuola, la comunità educante e l’insieme di servizi che lavorano con e per l’adolescenza. Dal 2010 a oggi, MaTeMù ha accolto le storie di circa 10.000 ragazzə di 70 nazionalità differenti; di queste presenze, il 50% è rappresentato da giovanə italianə. In questo lungo percorso, lo spazio è diventato un punto di riferimento eterogeneo: c’è chi ha intrapreso percorsi strutturati e duraturi di teatro, musica o danza; chi, invece, ha scelto di abitare il centro per studiare, fare i compiti, frequentare la scuola di lingua italiana L2, ricevere orientamento al lavoro, alla formazione, in ambito socio-legale, sanitario o abitativo; o ancora, chi lo frequenta semplicemente per il desiderio di giocare, stare insieme e condividere il tempo con i propri coetanei, partecipando a una gita al museo, al cinema, al mare o in montagna, per mangiare un gelato, preparare insieme dei biscotti… o starsene sedutə su un divano senza per forza dover fare niente (apparentemente).
Tuttavia, mantenere aperto questo presidio è una sfida quotidiana. Operiamo in un contesto di cronica incertezza finanziaria, dove la frammentarietà dei fondi e la logica dei progetti a breve termine mettono costantemente a rischio la continuità dei percorsi educativi. La mancanza di risorse stabili ci impone uno sforzo gestionale immenso per garantire che la precarietà del sistema non ricada sulle attività che il centro offre gratuitamente.
Questa resistenza dimostra come l’innovazione sociale nasca proprio qui: nel trasformare, nonostante tutto, gli spazi di educazione non formale in un bene comune, garantendo così che anche lo spettacolo dal vivo cessi di essere un privilegio per pochə per diventare un diritto di tuttə.
Professionistə trasversale e comunità educante
Il tema di questo simposio ci interroga sulle nuove figure professionali. L’esperienza di MaTeMù suggerisce che l’innovazione non richiede solo una tecnica green, nuove tecnologie, intelligenze artificiali e via dicendo, ma figure ibride. Nel nostro centro, la figura dell’artista non è solo performance e quella dell’educatore non è solo intervento sociale. E allora emerge la necessità dell’arteducatorǝ multidisciplinare capace di far dialogare educazione, estetica, pedagogia e mediazione culturale e linguistica.
Questa sinergia trasversale tra arte, psicologia, pedagogia, educazione, ludica, scienze sociali e mediazione interculturale rappresenta la forza lavoro necessaria per rendere lo spettacolo dal vivo un motore di inclusione reale. Inoltre, nel nostro fare educativo, è fondamentale l’apporto di figure inedite che contribuiscono a una formazione olistica, andando ben oltre la cerchia degli addettə ai lavori. All’interno del nostro percorso, chi frequenta MaTeMù incontra testimonianze apparentemente distanti: unə fisiatrə, unə ingegnerə aerospaziale, unə fisicə, lə macellaiə del quartiere, unə scrittorə, unə vigilə urbanə, funzionariə della Questura di Roma, biologhə, registə, avvocatə, estetistə, antropologhə, idraulicə, medicə epidemiologhə o ginecologhə. Pensiamo che questa contaminazione trasformi l’arte in un punto di intersezione tra saperi diversi, dove ogni professione diventa uno stimolo per esplorare la realtà e i propri talenti da prospettive inaspettate, abbattendo il muro che spesso separa la formazione artistica dalla vita reale.
Sostenibilità sociale ed ecologica
Sostenibilità ambientale e inclusione sociale sono due facce della stessa medaglia: in ambito educativo uno spettacolo davvero sostenibile genera futuri possibili. MaTeMù è un laboratorio di cittadinanza attiva: offrire la possibilità a un ragazzo o a una ragazza di imparare a suonare, recitare, disegnare o danzare gratuitamente significa investire nella sostenibilità del tessuto umano della città. La nostra rete con il Municipio Roma I e il territorio è il modello di come la cultura possa abitare gli spazi urbani cercando di non escludere nessunə minimizzando lo spreco di potenziale umano.
Per innovare davvero il settore dello spettacolo dal vivo, dobbiamo smettere di guardare ai giovanə solo come al pubblico di domani e iniziare a vederlə come i creatorə di oggi. L’invito che porto da MaTeMù è quello di investire in spazi che siano, contemporaneamente, scuole d’arte di alto livello e presidi sociali. Perché non può esistere innovazione ecologica in una società che non coltiva l’inclusione e il desiderio delle generazioni che stanno crescendo qui e ora.
