Intervento di Fabrizio Pallara (teatrodelleapparizioni)
Simposio di Latina: Teatro Comunale “Gabriele D’Annunzio” – giovedì 9 aprile 2026
Educazione allo spettacolo dal vivo e alle arti sceniche. Rafforzare il legame tra teatri e istituzioni scolastiche e formative. Le professionalità trasversali al mondo dello spettacolo e della scuola.
Il teatro per le nuove generazioni non è un teatro di serie B, spiega Fabrizio Pallara. È una specialità di teatro molto complessa che richiede responsabilità, cura, mediazione e relazioni stabili affinché esso possa rivolgersi non solo ai bambini e bambine, ragazzi e ragazze, ma anche agli adulti e alla scuola. Solo in questo modo potrà crearsi una comunità capace di meravigliarsi e costruire, insieme, un presente di ascolto e immaginazione.
Lettura di un estratto del cap. 9 “ Pinocchio vende l’Abbecedario per andare a vedere il teatrino dei burattini” da Pinocchio di Carlo Collodi
Mi chiamo Fabrizio Pallara.
Sono un regista teatrale, un autore, un narratore, uno scenografo, un formatore, un operatore culturale.
Sono il direttore artistico di una compagnia che si chiama teatro delle apparizioni, nata nel 1999. Ho diretto rassegne, eventi e oggi dirigo il festival Contemporaneo Futuro per il Teatro di Roma, arrivato alla sua sesta edizione.
Tutte queste cose che faccio sono unite insieme, in modo molto ampio, da “le nuove generazioni”.
Rivolgermi a loro e, allo stesso tempo, essere ispirato da loro.
Bambini, bambine, ragazze e ragazzi, giovani adulti.
Insomma tutte quelle persone che stanno crescendo, che sono ancora in formazione.
Quando le persone mi chiedono: che lavoro fai?
Io rispondo, per semplificare: sono un regista teatrale.
E poi arriva quasi sempre la seconda domanda:
Che tipo di teatro?
E io rispondo: teatro per le nuove generazioni.
Spesso non è sufficiente, e allora aggiungo:
teatro per bambini/e, ragazzi/e.
A quel punto immagino cosa stanno pensando.
Cosa vuol dire esattamente?
È un animatore?
Un mago?
Qualcuno che fa spettacoli con i burattini alle feste?
Io ho un enorme rispetto per gli animatori, per i maghi, per i burattinai e anche per le feste.
Ma no, non faccio nessuna di queste cose, o forse le faccio tutte insieme.
Quello che spesso accade è che il teatro ragazzi, così come viene spesso definito, venga considerato una specie di sottogenere del teatro.
Una serie B.
E bisogna dirlo: a volte questo pregiudizio è fondato e alimentato da spettacoli poco curati, da programmazioni fatte con approssimazione e da un’idea semplificata di cosa significhi parlare ai bambini e ai ragazzi.
Io ho iniziato a lavorare con questo pubblico senza nemmeno sapere davvero cosa stessi facendo.
All’inizio mi occupavo di teatro di ricerca per adulti, ma già mi interessava parlare ai bambini che erano stati quegli adulti.
Creavo spettacoli sensoriali per pochissimi spettatori.
A volte bendati.
Una volta un solo spettatore nel buio, accompagnato da dieci attori.
Un’altra volta lo spettacolo si vedeva sdraiati su un letto che scorreva per quindici metri su dei binari, guardando attraverso una fessura sotto il cuscino.
Erano dispositivi di meraviglia.
Il mio obiettivo era questo:
risvegliare uno stato di meraviglia negli occhi, troppo spesso spenti e razionali, degli adulti.
Volevo farli tornare, per un momento, a sentire come quando erano bambini.
Quando stavano crescendo e potevano essere tutto quello che volevano.
Quando la paura, la gioia, la tristezza, quando le emozioni erano totali, avvolgenti.
Poi è successo l’incontro vero con loro.
Con i bambini.
È successo quasi per caso, per una commissione del Teatro delle Briciole di Parma, lo storico Teatro delle Briciole di Parma diretto da Alessandra Belledi e Flavia Armenzoni.
E da quell’incontro è nato il nostro primo vero spettacolo per l’infanzia: La stanza dei segreti.
Io ero in scena ed ero il Mastro di Chiavi.
Accanto a me c’era Toppa, un servo muto che girava al mio fianco portando un sacco pieno di scatole che contenevano segreti.
Ogni volta ne aprivamo una decina insieme ai nostri complici-spettatori.
Lo facevamo per salvare quei segreti dall’orrenda bocca di Oblió, che tutto divora e che ci stava inseguendo.
Poi il sacco si richiudeva e si scappava altrove, in un altro teatro che voleva accoglierci, dove avremmo raccontato ancora altri segreti.
Per non farli sparire.
Per non dimenticare.
E lì è cambiato tutto.
Perché loro sapevano meravigliarsi.
Davanti avevo un pubblico che non aveva bisogno di essere persuaso a meravigliarsi.
Loro credevano.
La sospensione dell’incredulità per loro è una capacità naturale.
Se ascoltano una storia raccontata con onestà e passione, ci entrano dentro.
Si immedesimano completamente.
Credono in quello che gli dici.
E proprio per questo, quando si parla a loro, si ha una grande responsabilità.
Loro guardano davvero dove il dito indica e non guardano il dito.
Fanno domande ad alta voce.
Si muovono.
Si spaventano.
Ridono forte.
Piangono.
Cantano se hanno bisogno di farlo.
E purtroppo, a volte, alcune di queste meravigliose reazioni vengono accompagnate dagli “ssshhh” delle maestre.
Oppure dalla luce dei cellulari degli adulti che li hanno accompagnati a teatro.
Ma succede anche spesso che gli occhi di quegli adulti cambino.
E che la meraviglia arrivi anche a loro.
E in quel momento succede una cosa straordinaria:
il teatro per le nuove generazioni smette di essere teatro per qualcuno e diventa teatro per una comunità temporanea.
Per lavorare davvero nel teatro per le nuove generazioni quindi non basta confrontarsi con i bambini e con le bambine, con i ragazzi e con le ragazze.
Bisogna confrontarsi anche con chi porta quel pubblico a teatro.
I mediatori.
La famiglia.
E la scuola.
E lì iniziava la parte più difficile.
Solo Pinocchio è andato a teatro da solo, seguendo i pifferi e le gran casse:
pì-pì-pì, pì-pì-pì, zum, zum, zum, zum.
I bambini a teatro non ci arrivano da soli.
C’è sempre qualcuno che decide per loro.
Qualcuno che sceglie se portarli oppure no.
Se vale la pena uscire di casa la domenica.
Se quello spettacolo è adatto.
Se vale il prezzo del biglietto.
Se vale il tempo.
Se è educativo abbastanza.
Se è divertente abbastanza.
Se è comprensibile abbastanza.
E quindi, molto presto, ho capito che il mio lavoro non era solo fare spettacoli per le nuove generazioni.
Il mio lavoro era parlare anche agli adulti che li accompagnavano.
Cercare di fargli capire che il teatro non è un parcheggio educativo.
Non è un’attività riempitiva.
Non è qualcosa che serve semplicemente a intrattenerli.
E che quello spettacolo è anche per loro.
L’esperienza è per entrambi.
Il teatro è un luogo di esperienza.
Un luogo dove si impara qualcosa che a scuola non si può imparare nello stesso modo:
la presenza,
l’ascolto,
l’immaginazione condivisa.
Perché a teatro succede una cosa molto semplice e rara:
delle persone entrano nello stesso spazio, nello stesso momento, e immaginano insieme qualcosa che non esiste.
E questo vale per i bambini come per gli adulti.
Poi c’è la scuola.
La scuola è il grande interlocutore del teatro per le nuove generazioni.
È anche il grande alleato possibile.
Ma è una relazione complessa.
Perché la scuola ha tempi, programmi, direttive, responsabilità.
E spesso il teatro entra nella scuola come qualcosa di laterale.
Una gita.
Un progetto.
Un laboratorio ogni tanto.
Ma io credo che il teatro possa essere qualcosa di più.
Non perché debba diventare una materia scolastica.
Non perché tutti debbano fare teatro.
Ma perché il teatro lavora su alcune competenze profonde e importanti.
L’attenzione.
L’ascolto.
La relazione con gli altri.
Il rapporto con corpi e voci dal vivo.
L’esercizio all’immaginazione.
E soprattutto una cosa che oggi è molto preziosa:
il tempo dell’esperienza.
Uno spettacolo non si può mettere in pausa.
Non si può accelerare.
Non si può scrollare.
Succede qui e ora.
E in quel momento ogni spettatore è chiamato a fare una cosa molto semplice e molto difficile:
restare.
Restare lì, con gli altri, dentro quello che sta accadendo.
E questa capacità per un ragazzo, per una ragazza, per un bambino, è importantissima.
Però perché questo accada davvero serve un patto.
Un patto tra teatro e scuola.
Il teatro non può limitarsi a dire:
“Vi portiamo uno spettacolo”.
E la scuola non può limitarsi a dire:
“Portiamo i ragazzi a vedere uno spettacolo”.
Serve qualcosa in mezzo.
Un lavoro di mediazione.
Preparare la visione.
Accompagnarla.
Lasciare spazio dopo.
Fare domande.
Ascoltare le reazioni.
Accettare anche il disorientamento.
Perché uno spettacolo non è una lezione.
Uno spettacolo è un’esperienza che continua a lavorare dentro.
Nel tempo ho capito che il teatro per le nuove generazioni è una specialità molto complessa.
Perché lavora su tre livelli contemporaneamente:
gli artisti,
i bambini/e e i ragazzi/e,
gli adulti mediatori: famiglie e insegnanti.
E se uno solo di questi livelli non funziona, tutto diventa più fragile.
E allora entrano in gioco quelle che nel titolo di questo Simposio vengono chiamate professionalità trasversali.
È una definizione molto bella.
Perché significa che intorno a uno spettacolo per le nuove generazioni non lavorano solo gli artisti.
Lavorano operatori culturali.
Pedagogisti.
Educatori.
Insegnanti.
Curatori.
Mediatori.
Persone che spesso non si vedono sul palco,
ma senza le quali quello spettacolo non arriverebbe mai davvero al suo pubblico.
Persone che costruiscono ponti.
Ponti tra linguaggi diversi.
Tra istituzioni diverse.
Tra il mondo dell’arte e quello della formazione.
Senza queste figure spesso il teatro rimane chiuso nel suo spazio.
E la scuola rimane chiusa nel suo.
Negli anni mi sono convinto che i bambini e i ragazzi non hanno bisogno di un teatro semplificato.
Hanno bisogno di bellezza e onestà più di chiunque altro.
Di un teatro che li rispetti come spettatori.
Che non abbia paura della complessità.
Che non abbia paura delle emozioni.
Che non abbia paura della poesia.
Che non abbia paura delle domande.
Perché i bambini sono spettatori molto più radicali degli adulti.
Se si annoiano lo capisci subito.
Se qualcosa li tocca davvero te ne accorgi.
Non fingono.
E quando succede, quando davvero uno spettacolo parla a loro, succede qualcosa di importante.
Per un’ora una comunità intera respira insieme.
Bambini e bambine.
Ragazzi e ragazze.
Insegnanti.
Genitori.
Artisti.
E in quel momento il teatro torna ad essere quello che è sempre stato:
un luogo dove una comunità si incontra per immaginare il mondo.
E forse anche per immaginarlo diverso.
E allora forse la domanda non è:
come possiamo portare le nuove generazioni a teatro?
La domanda è:
che tipo di esperienza teatrale vogliamo offrirgli?
Se pensiamo che il teatro sia solo intrattenimento educativo, basterà poco.
Se invece pensiamo che il teatro sia un luogo dove si forma lo sguardo sul mondo…
allora dobbiamo prenderlo molto sul serio.
Altro che serie B.
Perché quei bambini che oggi siedono in platea sono il nostro presente più delicato e anche il nostro futuro.
E il modo in cui oggi li invitiamo a guardare una storia,
a immaginare qualcosa che non esiste,
a condividere un’esperienza con gli altri
dice moltissimo
del mondo che stiamo costruendo insieme.
