La necessità determina l’efficacia

Giancarlo Fares

Intervento di Giancarlo Fares (attore, regista e pedagogo teatrale)

Simposio di Latina: Teatro Comunale “Gabriele D’Annunzio” – giovedì 9 aprile 2026

Educazione allo spettacolo dal vivo e alle arti sceniche. Rafforzare il legame tra teatri e istituzioni scolastiche e formative. Le professionalità trasversali al mondo dello spettacolo e della scuola.

Un intervento volto alla valorizzazione del teatro come necessità, come approccio all’esistenza. Fare teatro è qui una continua ricerca di relazione con sé stessi e con gli altri, non si tratta di applicare conoscenze tecniche soltanto, ma dare vita a un’urgenza viva e presente, radicare il proprio bisogno espressivo di racconto in una pluralità di forme in grado di renderne la complessità.


Fermi tutti; devo raccontarvi una storia.
Partiamo da qui. Partiamo da una frase apparentemente semplice come questa. Devo raccontarvi una storia; non voglio, ma devo.

Perché devo?

“Perché il mio mestiere è quello di raccontare storie agli altri. Devo raccontarle. Non posso non raccontarle.
Racconto storie di altri ad altri. O racconto storie mie, agli altri.
Le racconto su un palco di legno con altri esseri umani, le racconto in mezzo a oggetti e luci.
Se non ci fosse un palco di legno le racconterei per terra, in una piazza, in una strada, in un angolo, a un balcone, dietro una finestra.
Se non ci fossero altri esseri umani insieme a me a raccontare, racconterei con pezzi di legno, brandelli di stoffa, carta ritagliata, latta, con qualsiasi cosa esista.
Se non ci fosse niente, racconterei parlando ad alta voce, se non avessi voce parlerei con le mani, con le dita, con gli occhi.
Se non ci fossero le mani le dita e gli occhi racconterei col resto del corpo. Racconterei muto, racconterei immobile, racconterei attraverso fili, dentro uno schermo, dentro una ribalta. In qualsiasi modo racconterei, perché per me l’importante è raccontare le cose ad altri che ascoltano. Raccontare è il pretesto per parlare agli altri di cose che ti stanno dentro.
Capite?
Appeso a un filo in una piazza, seduto su una sedia a venti metri da terra, anche quello sarebbe un modo di raccontare: cosa può fare un uomo, solo, lassù, con la sua sedia.
Raccontare che esiste, che sta in equilibrio, che può cadere e non cade, che ha paura e non lo fa vedere, e mille altre cose.
È tutto qui. Questo è il Teatro.”

Queste parole sono di Giorgio Strehler. E il libro dal quale sono tratte è: Giorgio Strehler o la passione teatrale.

Ecco.
Insegnare teatro per me vuol dire questo.
Insegnare teatro oggi, in Italia, per me significa partire da qui: da un bisogno, da un’urgenza, da una necessità.

La necessità determina l’efficacia, ciò che è necessario per noi arriva agli altri: fermi tutti devo raccontarvi una storia

Non voglio, ma devo.
Non si parte soltanto da un metodo, dalla tecnica che si acquisisce dal metodo, una tecnica che deve esserci perché “Tutti possono fare Teatro ma non tutti sanno fare Teatro”.

Tecnica, artigianato, mestiere. Professionismo.

A monte deve esserci una necessità. Qualcosa da voler dire.
Una necessità che spesso i ragazzi non sanno nemmeno di avere.
E questo è uno dei compiti fondamentali di chi educa: portare l’allievo a porsi delle domande, farlo arrivare serenamente, se possibile, ad una crisi.

Senza crisi non c’è crescita. (Albert Einstein)

Per fare un passo in avanti, per una frazione di secondo bisogna perdere l’equilibrio. Per camminare, dobbiamo spostare il nostro centro di gravità in avanti, oltre la nostra base di appoggio, i piedi. In quel brevissimo istante, stiamo tecnicamente “cadendo”. Il passo successivo serve a ristabilire l’equilibrio. E via così.

Quindi: Il movimento è una serie continua di equilibri perduti e ritrovati.

Biomeccanica, Mejerchol’d, metodo.

Per progredire, cambiare o migliorare, bisogna rischiare, bisogna lasciare la propria zona di comfort e accettare un momento di incertezza prima di trovare una nuova stabilità.

Quindi: Per progredire bisogna avere il coraggio di sbilanciarsi.

Il lavoro dell’attore su se stesso, Stanislavskij, metodo.

Noi siamo Artigiani di una tradizione vivente. Questo è il titolo di un bellissimo libro di Jacques Copeau.

Tradizione etimologicamente significa consegnare oltre.
Ed è in questo significato originario che si espleta la mia funzione di insegnante, di pedagogo. Analizzando le parole, il pedagogo è colui che guida i fanciulli mentre insegnare deriva dal latino insignare: incidere. Il mio desiderio non è quello di incidere, bensì quello di guidare, quello di accompagnare, passo dopo passo.
Come un padre, che insegna alla propria figlia ad andare in bicicletta: la mano non vorrebbe mai staccarsi dal sellino, vorrebbe continuare a sospingerla e sostenerla. Ma non sarebbe giusto. È necessario cadere e scoprire il dolore. All’Odin Teatret, hanno definito il pavimento “Il primo maestro dell’attore”. Io non sono davanti all’allievo a mostrare per farmi imitare, ma seguendolo lo lascio camminare da solo, sempre pronto a tendere una mano quando perde l’equilibrio. La mia fatica è nella schiena curva e nelle braccia protese.

Quello che posso fare è dare all’allievo la possibilità di pedalare. Per andare lontano.
Pedalare, ma senza correre. La poesia non si incontra correndo.

Viviamo in un tempo in cui tutti parlano, ma pochi raccontano davvero.
Viviamo immersi in immagini, video, messaggi vocali, un turbinio di storie da pochi secondi che scompaiono e si trasformano nella successiva. Eppure, in mezzo a questa sovrabbondanza di comunicazione, manca qualcosa: manca il tempo dell’ascolto, manca il rischio della presenza dell’altro, manca il corpo.

E allora il mio lavoro diventa questo: riportare le persone nel luogo più semplice e più difficile che esista: qui, adesso, insieme. Qui e ora.

Quando entro in una classe o in una sala prove, delle volte trovo attori e attrici che hanno paura: paura di esporsi, di sbagliare, di essere guardati e guardate.
E non è una paura da poco. È una paura profondamente contemporanea.

Perché oggi siamo abituati a controllare tutto: l’immagine, la voce, il messaggio. Possiamo cancellare, modificare, rifare.
In teatro no. Fare teatro significa accettare di vivere una vita in bilico. Rischiando.

Il teatro accade una volta sola. Qui e ora.

E accade davanti ad altri esseri umani che respirano con te. Che rischiano con te. Che pagano, ma perchè lo fanno? Lo sanno che è tutto finto ma vogliono assistere al rito e nel rito cercano l’esperienza. Un’esperienza di vita. Che l’attore vive nel qui e ora e la restituisce, la comunica.

“Nel teatro tutto è finto, ma niente è falso”. Gigi Proietti.

Il teatro è rito, e ha la sua funzione principale nel rendere tangibile e ripetibile un’esperienza. Questi termini appartengono alla religione. E nell’esperienza non dobbiamo aver paura di sentirci soli.

“Ci sono per voi, per me, momenti nel viaggio in cui le domande invadono mente e corpo, in cui dubbi e incertezze riempiono la persona nella sua interezza di uomo o donna e di professionista. Ci sono dei momenti in cui tutte le maschere cadono e l’anima piange, di dolore o di gioia, lacrime necessarie che hanno bisogno di un loro tempo e d’un loro spazio, lacrime belle, come gemme di solitudine.”

Solitudine, mestiere, rivolta. Un bellissimo libro di Eugenio Barba.

E per rivolta si intende la continua rivoluzione interiore a cui si è sottoposti facendo questo mestiere.

La rivolta è continuare a sognare, continuare a sognare attivamente e razionalmente, evitando che il sogno diventi monumento o rimpianto.”
Una rivolta che così è davvero una rivoluzione.

Allora insegnare teatro significa insegnare a stare nel rischio. Nella solitudine.
Nel silenzio.
Nel vuoto talvolta.
Significa abitare consapevolmente la crisi.

Significa dire a qualcuno: vieni qui, mettiti in piedi, guarda gli altri… e resta. Non fare niente.
Resta.

E quel “restare” diventa un atto rivoluzionario.

Perché stare fermi davanti a qualcuno oggi è un atto quasi politico. Vuol dire accettare di essere visti senza filtri.
Vuol dire accettare di non essere perfetti.
Vuol dire accettare di essere vivi.
Io insegno teatro per questo: per creare spazi in cui sia ancora possibile essere umani senza difese.

“Vogliamo a tutti i costi salvare questa maschera, la difendiamo con orgoglio, quando è invece così dolce, arrendersi, abbandonarsi, svelare il nostro intimo essere.
Non siamo nel corpo che l’altro ci vede, ma nell’anima invisibile, che liberata da ogni impaccio ci resta grande come l’aria, piena di sole o di nuvole, aperta a tutti i lampi, abbandonata a tutti i venti, superba e misteriosa materia di prodigi, che ci solleva e disperde in favolose lontananze.”

I giganti della montagna, Luigi Pirandello.

Non è facile, in Italia, oggi, insegnare, essere un pedagogo.

Non è facile perché il teatro è spesso considerato marginale. Un’attività “in più”.
Un laboratorio pomeridiano o serale.
Un lusso.

E invece il teatro è una necessità.

Lo è per i bambini, che attraverso il gioco imparano a diventare altro da sé.

Lo è per gli adolescenti, che cercano un modo per capire chi sono.

Lo è per gli adulti, che hanno dimenticato come si fà ad essere bambini.

Insegnare teatro oggi significa lavorare controcorrente.

Significa dire che il tempo lento ha un valore.
Che il corpo conta.
Che la voce non è solo uno strumento, ma un’estensione dell’anima.

Significa anche fare i conti con le difficoltà concrete: pochi spazi, pochi fondi, poca continuità.

Sale improvvisate, palchi che non sono palchi, orari impossibili.

Ma, come dicevo all’inizio, il palco è un pretesto.

Se non c’è un palco, si fa altrove.
E spesso è proprio lì, fuori dai luoghi ufficiali, che accade qualcosa di vero.

Nei cortili di scuola, in palestre rumorose, in stanze piccole, in cantine muffose, ho visto spettacoli nascere e funzionare. Ho vissuto esperienze.
Perché il teatro non è il luogo. Il teatro non è l’edificio.
È l’incontro.

Allora il mio lavoro diventa accompagnare le persone verso quell’incontro. 

Non insegnare a “recitare bene”, ma insegnare ad ascoltare.
Non costruire personaggi perfetti, ma attraversare emozioni vere. Interpretare, non recitare.

Insegnare teatro oggi significa anche fare educazione emotiva, senza chiamarla così.
Significa
dare un nome alla paura, alla rabbia, alla gioia.
Significa permettere a qualcuno di affermare: “questa cosa mi riguarda”.

E quando succede, succede qualcosa di potente.

Succede che uno studente, magari il più silenzioso, improvvisamente parla e poi urla.
Succede che qualcuno ride di sé per la prima volta.
Succede che un gruppo diventa davvero un gruppo.

E lì capisci che il teatro non è solo arte. 

È relazione.

È comunità.

È uno dei pochi luoghi rimasti in cui le persone possono guardarsi negli occhi senza uno schermo in mezzo.

Le giovani generazioni sono immerse in ambienti digitali e accedono ai contenuti culturali soprattutto attraverso piattaforme online, social media e streaming audiovisivo.

In questo contesto il teatro potrebbe sembrare una forma culturale appartenente al passato.

In realtà è esattamente il contrario.

Proprio perché viviamo in una società sempre più mediata dalla tecnologia, lo spettacolo dal vivo acquista un valore ancora più significativo.

Il teatro offre infatti qualcosa che nessuna piattaforma digitale può replicare: l’esperienza della presenza, la condivisione di uno spazio, di un tempo e di un evento irripetibile.

Fare teatro, significa partecipare a un’esperienza collettiva, entrare in relazione con altri, confrontarsi con un’opera artistica che si sviluppa davanti ai nostri occhi.

Per le nuove generazioni questa esperienza può rappresentare un’occasione fondamentale di incontro con la dimensione comunitaria della cultura.

Ed è proprio per questo che rafforzare il legame tra teatri e istituzioni educative non è soltanto una questione culturale, ma anche una questione sociale e civile.

Investire nell’educazione allo spettacolo dal vivo significa contribuire alla formazione di cittadini culturalmente consapevoli, capaci di interpretare il mondo e di partecipare attivamente alla vita culturale della società.

Per questo motivo il dialogo tra mondo dello spettacolo e sistema educativo non dovrebbe essere considerato un ambito marginale, ma una componente centrale delle politiche culturali e formative.

Una relazione che sia basata sulla partecipazione, sulla comprensione e sull’esperienza condivisa della cultura.

Il Piccolo Teatro di Milano è stato fondato il 14 maggio 1947 da Giorgio Strehler, Paolo Grassi e Nina Vinchi, diventando il primo teatro stabile pubblico in Italia.
Nato nel secondo dopoguerra con il motto “Teatro d’Arte per Tutti”, aveva l’obiettivo di creare un “teatro di servizio pubblico”, unendo qualità artistica a prezzi popolari. Nella brochure di presentazione della prima stagione scrivevano: “Il teatro è il luogo dove una comunità, liberamente riunita, si rivela a se stessa: il luogo dove una comunità ascolta una parola da accettare o da respingere. Perché, anche quando gli spettatori non se ne avvedono, questa parola li aiuterà a decidere nella loro vita individuale e nella loro responsabilità sociale”.
Il Piccolo di Milano oggi ha tre teatri e 25.000 abbonati
Torno a quello che dicevo all’inizio: raccontare.

Io insegno teatro per insegnare a raccontare.
Ma soprattutto per insegnare a condividere.

Perché una storia, da sola, non basta. 

Ha bisogno di qualcuno che la ascolti.

E in quel momento, quando qualcuno racconta e qualcun altro ascolta davvero, succede qualcosa di antico e potentissimo.
Succede che, per un attimo, non siamo più soli.
E forse è proprio questo, oggi, il senso più profondo del mio mestiere.
Non formare attori.
Non creare spettacoli perfetti. 
Ma creare occasioni di incontro.

Fare in modo che, anche solo per un’ora, delle persone si siedano insieme, in una stanza, su un palco, in una piazza, e condividano qualcosa che non si può scaricare, non si può salvare, non si può riprodurre.

Qualcosa che esiste solo lì.

In quel momento.

Come un uomo seduto su una sedia a venti metri da terra. In equilibrio.

Con la paura addosso.

E qualcuno che lo guarda.

E capisce.

Capisce senza bisogno di spiegazioni.

Ecco, insegnare teatro oggi, in Italia, per me significa questo: continuare ostinatamente a creare quei momenti.

Anche quando sembra inutile. Anche quando sembra difficile.
Anche quando sembra che nessuno ascolti.

Perché qualcuno, prima o poi, ascolta.

E quando questo succede, tutto assume un senso. Grazie.