Intervento di Gianluca Riggi (COMPAGNIA SEMIVOLANTI)
Simposio di Frosinone: Accademia delle Belle Arti – lunedì 30 marzo 2026
Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani
L’inversione di pensiero, relazione e sguardo tra centro e periferia; la sostituzione della logica commerciale dell’evento effimero con la costruzione di legami culturali che sappiano durare; il teatro inteso non come decorazione ma in quanto servizio pubblico (e come strumento di applicazione di un diritto formativo). Soprattutto: l’inversione generazionale, per cui i più giovani devono esser resi protagonisti e non soltanto fruitori passeggeri. In otto punti Gianluca Riggi spiega come provare a ribaltare il passato, perché il futuro sia differente.
Uno. Perché parlare di un teatro di prossimità in un simposio a Frosinone
Si deve partire da una constatazione semplice: quando parliamo di “aree interne” pensiamo spesso a luoghi lontani, marginali, quasi esotici rispetto ai grandi centri. Lo stesso errore lo facciamo quando parliamo di “periferie”. C’è sempre uno sguardo buonista di chi vive al centro e individua una periferia da salvare, o una provincia depressa, o un’area interna da valorizzare, come in questo caso. Ma chi vive in periferia come si autodefinisce o meglio: come si autodefinirebbe se non avesse subito fin dalla nascita lo stigma d’essere periferico, marginale o provinciale? E ancora: chi vive in periferia, in provincia, nelle aree interne, vuole essere salvato?
Dobbiamo avere la capacità di capovolgere lo sguardo, soprattutto in ambito culturale altrimenti si rimane fermi. Non possiamo creare un vero teatro, o una vera cultura di prossimità che agisca come presidio territoriale, se non chiariamo cos’è realmente una periferia, un’area interna, una provincia. In realtà, per molti di noi, per chi ci vive, l’area interna è casa: è la provincia, è il territorio che conosciamo nel dettaglio, tra Anagni e Ceprano, e Cassino, tra paesi collegati male, piazze svuotate e un teatro che fatica a diventare davvero strumento di vita comunitaria. Il tema che ci viene proposto – per dirla in forma di titolo: Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze – per me significa in concreto: come evitiamo, qui e ora, hic et nunc, che province come Frosinone diventino solo luoghi da cui si scappa? Come può il teatro contribuire a ribaltare una percezione di marginalità che è prima di tutto culturale e politica? Riporto parte d’un articolo del 30 luglio 2025, pubblicato su Ciociaria oggi:
«C’è stato un momento in cui Frosinone avrebbe dovuto avere 120.000 residenti. Una previsione – da piano regolatore generale – rivelatasi sovrastimata. tanto che, adesso, il capoluogo ora non arriva a toccare i 44.000 abitanti e la provincia si mantiene sotto quota 465.000. Ma tra 25 anni sarà ancora peggio. Lo spopolamento proseguirà incontrastato secondo le ultime previsioni pubblicate dall’ISTAT. Secondo l’istituto di statistica nel 2050, la provincia si fermerà a 388.942 residenti, mentre il capoluogo sarà sceso a 37.203, appena 4.000 in più di Cassino, accreditato dallo studio a 33.010 residenti.
Facendo un rapido confronto con i numeri al 1° gennaio 2024, il capoluogo scenderebbe da 43.305 a 37.203 (-14,1%) residenti, mentre la città martire tutto sommato terrebbe, con una perdita da 35.091 a 33.010 (-5,93%). Gli altri centri più popolosi della provincia vedrebbero scendere i propri cittadini da 27.605 a 23.949 Alatri (-13,24%), da 20.627 a 17.338 Anagni (-15,94%), da 22.207 a 18.363 Ceccano (-17,31%), da 20.048 a 17.033 Ferentino (-15,03%), da 10.079 a 9.131 Fiuggi (-9,40%), da 11.983 a 9.083 Monte San Giovanni Campano (-24,20%), da 12.198 a 8.994 Pontecorvo (-26,26%), da 24.811 a 20.904 a Sora (-15,74%), da 19.543 a 16.309 Veroli (-16,54%). Nel nostro territorio pesa molto un fattore: i decessi sono più delle nuove nascite. E dal 2013 il trend non si è mai invertito con un’emorragia di residenti che non ha precedenti. Da gennaio a luglio 2024, le nascite sono state 2.835. A fronte di 5.756 decessi.
Nei comuni con oltre 15.000 abitanti, l’unica eccezione è Cassino dove i residenti sono cresciuti. A Frosinone, il calo è evidente: dai 46.807 residenti del 2013 ai 45.073 del 2019 fino a toccare i 43.454 del 1° gennaio 2024 per un meno 7,16% nel periodo 2013-2024. Le previsioni erano ben altre: per Frosinone, si ipotizzavano 120.000 abitanti nel 1990 secondo il piano regolatore generale e 160.000 residenti, tra stanziali (120.000) e fluttuanti (40.000) in base al piano regolatore generale degli acquedotti. L’altro aspetto, di conseguenza, è la crescita dei residenti più anziani. Nella fascia tra i 75 e i 79 anni erano 1.984 nel 2022, saranno 2.784 nel 2042. Stesso andamento ipotizzato per le fasce tra gli 85 e gli 89 anni (da 1.072 a 1.420), tra i 90 e i 94 (da 462 a 759), oltre i 95 anni (da 134 a 241). Si tratta di numeri che devono imporre una riflessione seria. Le zone si spopolano quando non c’è occupazione e quindi, soprattutto i giovani (ma non solo), sono obbligati ad andare altrove. E quando si parla di “fuga di cervelli” si fa riferimento ai tanti ragazzi della Ciociaria che vanno a studiare altrove. È un fenomeno che conosciamo bene.
D’altronde se il territorio non recupera attrattività e competitività, sarà impossibile invertire una tendenza ormai consolidata (dati ISTAT 2025)».
Due. Un territorio che invecchia e si svuota
La provincia di Frosinone vive da anni un processo di spopolamento progressivo, che colpisce in particolare i giovani: chi può va a studiare e lavorare altrove e raramente trova motivi per tornare. Il risultato è un territorio che viaggia “ai tempi degli anziani”: l’agenda pubblica, le priorità, i ritmi delle città e dei paesi sono spesso modellati su chi resta, non su chi potrebbe arrivare o tornare. In questo contesto, la cultura – e il teatro in particolare – non sono visti come infrastrutture strategiche ma come appendici decorative: qualcosa che si aggiunge, quando avanza tempo e qualche fondo, alle esigenze considerate “più serie” (questo concetto è riscontrabile peraltro ormai anche nei centri urbani più densamente popolati e complessi: è un virus che sta permeando tutta la società italiana da nord a sud). Tale propensione ha un effetto diretto sulla possibilità di costruire nuove centralità e nuove relazioni: se il teatro è solo intrattenimento episodico, se non è percepito come servizio pubblico, è impossibile che diventi motore di trasformazione sociale. È uno sforzo velleitario: ci stiamo dando un compito che non riusciremo ad assolvere perché noi operatori di settore in realtà siamo solo un ingranaggio.
Tre. Giovani, aggregazione e falsa idea di “evento”
Tra Anagni, Frosinone, Ceprano e l’area circostante, quello che colpisce è la quasi totale assenza di luoghi di aggregazione giovanile stabili: spazi dove incontrarsi, provare, sperimentare, formarsi in modo non scolastico. Non mancano i “centri”, le sale parrocchiali, i teatri comunali, i circoli ma spesso sono gestiti, programmati e abitati da una generazione che, per anagrafe e visione, fa fatica ad affidare responsabilità reali ai più giovani.
Inoltre la cultura, quando c’è, viene letta in chiave di sagra di paese: programmi costruiti più per compiacere un elettorato che per creare percorsi; eventi isolati, senza continuità, pensati per “riempire una data” più che per lasciare tracce; bandi e incarichi giocati su logiche clientelari, dove la professionalità vale meno della prossimità politica.
Il risultato è che i ragazzi e le ragazze non si riconoscono in queste proposte. Non è solo una questione di linguaggi, ma di ruolo: vengono chiamati come pubblico quando serve “riempire” la sala, mai davvero come co-protagonisti, co-curatori, co-gestori. Quando gli imprenditori sono realmente dei giovani i loro eventi si riempiono di under 30, e in questo territorio ci sono alcuni esempi in tal proposito.
Quattro. Una classe dirigente senza visione
Qui entra in gioco la responsabilità della classe politica e dirigente, a livello comunale e provinciale. Per anni si è lavorato con uno sguardo cortissimo: la cultura come vetrina pre-elettorale; il sociale come risposta emergenziale e non come costruzione di diritti; lo spettacolo dal vivo come costo da comprimere, non come investimento in capitale sociale. Non esistono – salvo rare eccezioni – piani strutturati che mettano insieme cultura, giovani, welfare, scuola, salute mentale. Gli interventi in ambito socio-sanitario e nel sociale sono spesso frammentari, occasionali, delegati a “progettini” a termine. La parola “rete” viene usata, ma raramente praticata. La rete è un concetto da bando europeo, impraticabile nella realtà della nostra regione, dove tutto è rigorosamente frammentato per volontà e per necessità: la necessità di non condividere per paura di perdere ciò che con fatica abbiamo conquistato. I giovani invece condividono per natura, anche se suddivisi in branchi o clan: dal fumo al campo di calcio, alle piazze. Dunque è come se il territorio dicesse implicitamente ai giovani: «qui non c’è posto per la tua competenza e il tuo desiderio, i tuoi progetti, se vuoi crescere vai altrove». E molti obbediscono, perché non vedono alternative.
Cinque. Teatro come servizio e non come decorazione
In questo quadro, parlare di teatro diffuso e di nuove centralità significa, per me, ribaltare la logica. Il teatro non può essere solo spettacolo che arriva da fuori, una sera, e riparte: deve diventare servizio continuo, pratica quotidiana, luogo di incontro tra linguaggi artistici, bisogni sociali e desideri dei giovani.
Alcune direzioni possibili:
Aprire spazi culturali esistenti (teatri comunali, centri sociali, scuole fuori orario) come luoghi di residenza, formazione, co-programmazione, non solo di ospitalità tecnica, luoghi anche improduttivi secondo le logiche correnti nel management ma dove ci si possa incontrare, luoghi di scambio.
Affidare responsabilità reali a under 35: non solo come volontari, ma come operatori, organizzatori, tecnici, comunicatori, facilitatori. Il progetto TIR va esattamente in questa direzione: colmare il divario tra formazione e lavoro, trasformando i teatri in ecosistemi produttivi dove i giovani possano fare esperienza retribuita.
Integrare il lavoro teatrale con il sociale e il sanitario: laboratori nei centri di salute mentale, nei servizi per adolescenti, nelle case famiglia, con i migranti, una realtà di invisibili, spesso under 25; progetti di comunità che usano il teatro come strumento di ascolto e narrazione condivisa, non come intrattenimento terapeutico episodico.
Sei. Dal teatro di “passaggio” al teatro “di presidio”
In provincia spesso il teatro è di passaggio: uno spettacolo, una tournée, una rassegna stagionale. Credo che oggi servano soprattutto teatri di presidio: luoghi che restano, persone che restano, relazioni che si sedimentano nel tempo.
Questo significa: lavorare su programmazioni pluriennali e non solo su stagioni annuali; prevedere, nei bandi e nei contratti, una quota obbligatoria di attività sul territorio (laboratori, incontri, percorsi con scuole e associazioni) legata agli spettacoli ospitati; pensare ai teatri non come “contenitori neutri”, ma come centri culturali di area, capaci di tenere insieme più comuni, soprattutto dove i paesi sono piccoli e isolati.
Un teatro di presidio è quello che, se chiude per qualche mese, lascia un vuoto percepibile nella comunità. Se chiudiamo oggi molti spazi in provincia, quanti se ne accorgerebbero davvero?
Sette. Giovani al centro: cedere le chiavi
Il punto cruciale, secondo me, è cedere le chiavi, non solo il microfono.
Non basta invitare i giovani a parlare in un simposio o a presentare un corto in rassegna: occorre creare strutture in cui possano progettare, gestire budget, costruire reti, sbagliare e correggersi, vedere riconosciuta economicamente la propria competenza e formarsi in maniera informale. Non hanno bisogno di un corso, di un attestato per qualsiasi cosa, devono invece avere la possibilità di fare e di attivare in maniera autonoma le proprie risorse per esistere e sopravvivere, per essere in ambito artistico e culturale.
Questo chiede alle generazioni precedenti (me compreso) un atto di fiducia e un po’ di decentramento: lasciare, insomma, che le forme, i linguaggi e le priorità cambino.
In un territorio che “ha i tempi degli anziani” è una rivoluzione lenta ma necessaria: se i giovani non trovano qui spazio per esercitare responsabilità, l’unica scelta logica sarà continuare a partire.
Otto. In conclusione: una domanda politica, non solo culturale
Parlare di teatro e aree interne nella provincia di Frosinone significa, in definitiva, porre una domanda politica: vogliamo che questo territorio sia solo un luogo di passaggio – per le merci, per i turisti occasionali, per i giovani che poi vanno via – o che torni a essere un posto dove valga la pena restare e investire tempo, competenze, affetti? Il teatro, da solo, non può risolvere lo spopolamento, la crisi occupazionale, il vuoto di progettualità. Ma può fare una cosa decisiva: rendere visibili le persone, farle incontrare, dare forma e voce a conflitti e desideri che altrimenti resterebbero muti. Non dobbiamo avere paura dei conflitti; il conflitto è sano e d’altro canto lo scontro generazionale quando non trova voce e spazio poi può generare rabbia. Se in quest’area tra Anagni e Ceprano, e Cassino, riusciremo ad aprire spazi culturali vivi, se riusciremo a non affidarli alle stesse associazioni di sempre, se riusciremo infine a far sì che i giovani non siano solo pubblico ma co-autori e co-gestori allora forse, tra qualche anno, non parleremo più di “fuga”, ma di “ritorno”. E potremo dire che il teatro, almeno in parte, avrà contribuito a cambiare la direzione di marcia.
