Il teatro come infrastruttura umana

Giorgio Andriani e Antonino Pirillo di Teatro Biblioteca Quarticciolo intervengono durante il Simposio di Roma, che si è tenuto a Spazio Rossellini il 16 marzo 2026

Intervento di Giorgio Andriani e Antonino Pirillo (Teatro Biblioteca Quarticciolo)

Simposio di Roma: Spazio Rossellini – 16 marzo 2026

Il ruolo dei teatri nella ridefinizione dello spazio pubblico culturale

Che relazione si stabilisce tra uno spazio teatrale e il territorio di cui fa parte? Come si fa a rendere un luogo di spettacolo parte della vita quotidiana delle persone? In che maniera un palco, un foyer o un botteghino possono diventare ambiente ulteriore di un quartiere? E che può l’arte in termini di ascolto e di racconto, di inclusione e di rappresentazione?


In questa giornata densa di riflessioni e pensieri speriamo che il nostro intervento non venga percepito come una ripetizione ma piuttosto come un esempio concreto delle pratiche e delle esperienze di cui si è parlato. Consideriamo infatti importante incontrarsi e lo è altrettanto pensare insieme e scambiarsi idee. Per chi ci conosce, sa che siamo abituati a parlare in pubblico ed è per questo, ieri io e Antonino ci siamo anche esercitati a “sbagliare”, per non risultare troppo perfetti. 
A questo punto della giornata è emerso chiaramente come il teatro non sia soltanto un luogo di spettacolo – non solo palco, attori e rappresentazione – ma un insieme di lavoro quotidiano, relazioni, organizzazione e progettazione culturale: è uno spazio in cui si incontrano artiste e artisti, tecniche e tecnici, operatori e operatrici culturali, pubblico, studentesse e studenti e abitanti di un territorio.
È importante, in premessa, ricordare che in teatro non esistono solo le artiste e gli artisti: non per una rivendicazione di ruolo ma perché il risultato è sempre il frutto di un lavoro collettivo. La “magia”, infatti, avviene solo grazie al contributo di tutte e tutti. Se un artista è in assito è perché qualcun altro ha lavorato affinché ciò fosse possibile.

Il Quarticciolo per noi non è semplicemente un luogo della città di Roma in cui si trova il teatro ma un contesto che ci obbliga ogni giorno a ripensare cosa significhi fare cultura oggi. Per chi non lo sapesse il Teatro Biblioteca Quarticciolo è un teatro del Comune di Roma inserito nella rete TIC-Teatri in Comune, che riunisce diversi spazi distribuiti in aree anche periferiche della città. Da quasi dieci anni è gestito da un’ATI composta da Cranpi e Spellbound, due realtà di produzione di teatro e danza contemporanea. Grazie alla presenza di Spellbound è anche uno dei Centri di Produzione della danza di Roma. Parliamo quindi d’uno spazio con un ruolo riconosciuto nel panorama cittadino, inserito in un modello di gestione misto pubblico-privato: il pubblico contribuisce con i finanziamenti mentre il privato, oltre a cofinanziare, porta progettualità e visioni.
Ci piace pensare al Teatro Biblioteca Quarticciolo come qualcosa che va oltre il luogo di spettacolo. Da qui nasce il titolo del nostro intervento: Il teatro come infrastruttura umana. Il termine “infrastruttura” richiama solitamente elementi concreti (strade, ponti, ferrovie) che mettono in comunicazione le persone e permettono alla società di funzionare. Se trasferiamo questo concetto alla cultura possiamo immaginare i teatri come infrastrutture culturali: luoghi che permettono incontro, condivisione ed elaborazione dell’immaginario. Ma nel caso di un “teatro di quartiere” accade qualcosa d’ulteriore: il teatro non è solo uno spazio fisico ma una rete di relazioni costruite nel tempo: tra artisti e pubblico, operatori e territorio, istituzioni e comunità. Per questo parliamo di “infrastruttura umana”: ciò che tiene vivo un teatro non è soltanto il luogo ma le persone, le pratiche e i rapporti che lo attraversano ogni giorno.

Quando un teatro si trova in un quartiere, e non in un centro turistico o monumentale, il suo ruolo cambia profondamente. Diventa un luogo quotidiano, attraversato da persone eterogenee e da bisogni differenti, per cui la cultura non è intendibile solo consumo ma in quanto relazione. In un contesto come il Quarticciolo il teatro non può, insomma, limitarsi a programmare spettacoli: deve costruire azioni nel territorio e diventare parte della sua vita ordinaria. Spesso, parlando di teatri come il nostro, viene chiesto quale sia il lavoro compiuto sul territorio. È una domanda in parte abusata, che in sé ha un presupposto non dichiarato: l’arte considerata come un valore in sé se siamo in un teatro “centrale” mentre in uno spazio di periferia o “di quartiere” dev’essere giustificata o finalizzata: deve servire, deve attivare, deve persino “riparare”. Come se non bastasse fare buon teatro o buona danza ma fosse necessario svolgere anche una funzione sociale. Nel nostro caso, pur essendo la vocazione del teatro legata alla drammaturgia contemporanea – come indicato d’altronde nel bando di gestione – abbiamo scelto di assumere il contesto come elemento centrale della nostra missione. Ci interessa programmare spettacoli che siano in dialogo con il territorio, evitando sempre la dicotomia Noi/Loro per costruire invece un “Noi” condiviso. I progetti non devono quindi essere calati dall’alto, come pacchetti predefiniti, ma trovare un punto di incontro reale con le persone. Questo non ne garantisce il successo, naturalmente, ma rende il processo autentico.

Il progetto realizzato nel 2020 con il Teatro delle Ariette è stato particolarmente significativo. Il gruppo infatti pratica ciò che lei stessa definisce “teatro da mangiare”: cucina, racconta e condivide il cibo con il pubblico, creando una relazione diretta e reciproca. La compagnia è stata ventuno giorni nel quartiere: offriva caffè con un carrello per entrare in contatto con gli abitanti, ha portato lo spettacolo Io, Albert Camus e il couscous in vari giardini ed è entrata nelle case di spettatrici e spettatori, ospite a pranzo e a cena. Il regista Alberto Caviglia ha documentato tutto con uno sguardo discreto, realizzando un film proiettato alla fine del percorso. Parallelamente una “redazione meticcia” ha seguito il progetto producendo materiali video. Non lo neghiamo: all’inizio c’era diffidenza diffusa ma, col tempo, si sono create relazioni spontanee: emblematico, per noi, è il momento in cui gli abitanti passavano dai balconi dell’acqua calda, utile per una scena dello spettacolo, ricevendo in cambio il couscous cucinato dalla compagnia. 
Da allora abbiamo cercato di portare nel quartiere realtà di rilievo nazionale e internazionale. Un esempio recente è il lavoro con Motus, che ha indagato il tema dell’odio in adolescenza, mettendo in relazione il Quarticciolo con altri quartieri e luoghi periferici di Rimini e Amburgo. Il progetto ha adottato un approccio orizzontale: Daniela Nicolò ed Enrico Casagrande, fondatori e anima pulsante della compagnia, hanno condiviso le proprie storie, non limitandosi a raccogliere testimonianze. Inoltre, il lavoro si è sviluppato in collaborazione con il Doposcuola del quartiere. L’arte, in tal modo, è diventata uno strumento per dare voce e visibilità ai più giovani.
Abbiamo poi lavorato con realtà come Cubo Teatro, che ha sviluppato un progetto su un pugile algerino censurato durante il fascismo, coinvolgendo la Palestra Popolare. Anche qui il lavoro si è diviso tra teatro e territorio, creando un dialogo reale con le associazioni locali.
Inoltre, assieme a quest’esperienze portiamo avanti progetti educativi come Cantamondo, ad esempio: un coro interculturale per bambini tra i sette e gli undici anni, realizzato con il Teatro dell’Opera e Musica per Roma.

Infine, il territorio influenza anche il nostro modo di comunicare. Le campagne sono costruite coinvolgendo abitanti, operatori e spettatori, spesso attraverso l’utilizzo d’un tono ironico e giocoso. Abbiamo lavorato sui simboli del quartiere e prodotto rappresentazioni inclusive, non per esplicitare messaggi ma per rendere le persone visibili. In un caso abbiamo persino immaginato una campagna sui tetti del Quarticciolo, poi realizzata in forma diversa per ragioni tecniche, utilizzando una nuvola costruita da un’associazione che lavora con bambini con fragilità.
Concludiamo lasciandovi con un ultimo progetto realizzato in pandemia: abbiamo distribuito delle GoPro a diversi partecipanti (artisti e operatori) chiedendo loro di partire da un luogo del cuore e arrivare al centro della città, ovvero al Quarticciolo, creando così una mappa emotiva e condivisa della città.
Per noi, in fondo, il teatro è questo: una pratica che costruisce relazioni, attiva immaginari e mette in connessione le persone. O per dirla in breve: il teatro è vita.