Intervento di Giulia Morello
Simposio di Rieti: Teatro Flavio Vespasiano – 15 aprile 2026
Sostenibilità ambientale e accessibilità. Le nuove figure professionali necessarie per l’innovazione ecologica e l’inclusione sociale dello spettacolo dal vivo
La cultura non può prescindere dalla sostenibilità perché un vero cambiamento, e quindi impegno, è possibile soltanto se le questioni politiche, sociali, estetiche, ambientali e tecnologiche vengono ripensate insieme e non separate. Senza sostenibilità sociale, non c’è sostenibilità ambientale. La cultura è intesa allora da Giulia Morello – che si occupa di progettazione di eventi sostenibili- come la quarta dimensione dello sviluppo tramite cui poter attivamente modificare gli impatti del settore dello spettacolo dal vivo non solo sull’ambiente ma anche sui territori, al fine di allargare l’inclusione sociale.
Essere qui oggi è davvero un’occasione preziosa.
Lo è perché parlare a chi si sta formando, a chi sta entrando ora nel mondo del lavoro culturale, significa parlare non solo del presente di questo settore, ma della sua possibilità di trasformarsi davvero.
Spesso pensiamo che la sostenibilità significhi fare le stesse cose di prima, ma con meno plastica, con un fornitore più attento, con una comunicazione un po’ più verde. Ma non è questo, o almeno non è solo questo.
La vera domanda è molto più scomoda e molto più radicale: perché facciamo quello che facciamo?
Per chi lo facciamo?
E che tipo di società stiamo contribuendo a costruire attraverso il nostro lavoro?
Se la sostenibilità resta un insieme di correttivi, allora non cambia niente. Se invece diventa una domanda sul senso, sul metodo, sulle relazioni, sui corpi che includiamo o escludiamo, sui mondi che rendiamo visibili o invisibili, allora cambia tutto.
Io credo che la cultura sia la quarta dimensione dello sviluppo sostenibile.
Per molto tempo abbiamo pensato alla sostenibilità come un equilibrio tra tre pilastri: economia, società e ambiente. È stato un passaggio fondamentale. Ha permesso di uscire da una visione inconsapevole della crescita e di riconoscere che il benessere non può essere solo economico, che la dimensione sociale ed ambientale non sono variabili secondarie.
Ma oggi sentiamo che questa formula, pur importante, non basta più.
Forse il punto più interessante dell’Agenda 2030 è proprio questo: non ci parla solo di ambiente o di crescita, ma di interdipendenza. Ci dice che le questioni ecologiche, sociali, educative e democratiche non possono più essere trattate separatamente. Non serve raggiungere un obiettivo, due o tre, o tutti e 17 o non c’è sviluppo sostenibile.
Siamo interconnessi ed interdipendenti. Il cambiamento climatico ce lo insegna con forza: ciò che accade in un luogo ha conseguenze ovunque. Non esistono più isole separate.
Mi ritorna alla mente una frase che non smette di essere attuale. «Da quassù la Terra è bellissima, senza frontiere né confini». Così descrive la Terra, il 12 aprile 1961, Gagarin. Per la prima volta nella storia, un essere umano guardava il nostro pianeta dallo spazio. E lo descriveva con una semplicità disarmante, nel pieno della Guerra fredda.
Bellissimo. E, soprattutto, senza divisioni visibili.
La nostra interdipendenza, per essere davvero compresa, ha bisogno di linguaggi e immaginari. Ed è qui che entra in gioco la cultura: rende il cambiamento concreto, visibile, condivisibile. Per questo, senza transizione culturale non c’è transizione ecologica.
Possiamo avere efficienza, ottimizzazione, innovazione. Ma non trasformazione profonda, che avviene solo quando cambia il modo in cui una comunità pensa sé stessa e il proprio rapporto con il mondo. Pensiamo allo spettacolo dal vivo. È a tutti gli effetti un’industria che, come tale, inquina. Impatta. Consuma. Perché è fatta di trasporti internazionali, di tournée, di scenografie, di consumi energetici importanti, di logistiche complesse, di rifiuti, di scarti, di filiere. È fatta di contratti, di spostamenti, di budget. Riconoscere questo impatto non significa screditare il valore della cultura. Significa prenderla sul serio.
Significa smettere di pensare che la bellezza ci assolva. Significa capire che non può esistere una transizione ecologica senza una revisione profonda dei nostri processi materiali. E significa anche accettare che la sostenibilità non può ridursi a un linguaggio di facciata.
Perché, ancora una volta, la domanda è: stiamo davvero cambiando il modo in cui produciamo cultura? Oppure stiamo solo rendendo più presentabile un modello che resta identico nelle sue gerarchie, nelle sue esclusioni, nei suoi sprechi?
Ma c’è un altro livello, ancora più delicato.
Molti di voi convivono con un sentimento diffuso, anche se non sempre nominato: l’ecoansia. Quel senso di impotenza di fronte a un futuro che sembra già compromesso e deciso da altri. Quella sensazione di vivere in un tempo in cui sappiamo tutto, vediamo tutto, capiamo la gravità della crisi, eppure ci sentiamo senza controllo.
L’ecoansia nasce dalla percezione di non avere potere di agire.
E qui la cultura ha una responsabilità enorme. Perché la cultura lavora sugli immaginari. Noi, nel nostro lavoro, siamo costruttori e costruttrici di storie. Produciamo visioni, combattiamo stereotipi e pregiudizi, offriamo nuove forme di esperienza. E allora il nostro compito non può essere quello di alimentare la paralisi con narrazioni catastrofiste o impotenti. Dobbiamo invece aprire possibilità. Dobbiamo mostrare che la sostenibilità non è solo sacrificio, sottrazione, rinuncia. Deve diventare una nuova forma di relazione, una nuova idea di bellezza, una nuova qualità del vivere insieme.
Gli immaginari sono il luogo in cui una società decide ciò che considera normale, desiderabile, inevitabile. E oggi uno dei problemi più grandi è che la crisi climatica viene spesso percepita come qualcosa di troppo grande per essere affrontato e troppo lontano per essere davvero sentito.
Oscilla tra l’allarme e la rimozione. Tra la catastrofe e l’indifferenza.
E in mezzo?
È qui che la cultura può intervenire in modo decisivo.
Può sottrarci a questa oscillazione costante. Può costruire forme di racconto che non banalizzino la crisi, ma non la consegnino nemmeno all’impotenza.
Può aiutarci a immaginare non solo ciò che stiamo perdendo, ma anche ciò che possiamo ancora costruire.
Può dare forma a un’idea di futuro che non sia fondata soltanto sulla paura, ma sulla responsabilità.
Anche perché, quando è dominato dalla paura, l’essere umano raramente si distingue per risposte lucide e lungimiranti.
Per costruire nuovi immaginari dobbiamo anche avere il coraggio di farci domande scomode: chi manca oggi nelle nostre narrazioni? Quali corpi, quali sguardi, quali esperienze continuano a restare ai margini dei nostri palchi, dei nostri festival, delle nostre opere?
Per cambiare davvero narrazione bisogna fare l’appello delle assenze. Manca, ancora troppo spesso, lo sguardo autonomo delle donne. Mancano le persone con disabilità. L’accessibilità non è solo entrare. È poter essere protagoniste e protagonisti della scena pubblica con la propria competenza, la propria presenza, la propria bellezza, il proprio protagonismo. L’accessibilità dovrebbe partire da un principio semplice: nulla su di noi senza di noi. Non si progetta davvero per le persone, se quelle persone non entrano nel processo di progettazione. Mancano le voci del fuori. Le voci delle periferie geografiche e sociali. Di chi vive ai margini del benessere. Di chi subisce gli effetti di decisioni prese altrove. Mancano, spesso, anche le voci di chi è dentro. Penso alle persone detenute che troppo spesso vengono ridotte a funzione del reato, cancellate dal pregiudizio, private della possibilità di essere ascoltate fuori dalla cornice detentiva. Mancano le persone straniere, o meglio: manca ancora troppo spesso il riconoscimento pieno del loro sguardo come parte viva della produzione culturale e dell’immaginario collettivo.
Stiamo dicendo che non esistono vite minori, storie meno degne, parole che non meritano ascolto. E questa, per me, è una questione culturale.
Perché ogni volta che allarghiamo il campo della rappresentazione, ogni volta che rendiamo visibile una voce esclusa, non stiamo semplicemente arricchendo un programma: stiamo ridefinendo l’idea stessa di comunità.
Non stiamo parlando in astratto. Esistono già esperienze che mostrano come sostenibilità, inclusione e relazione con i territori possano diventare pratiche concrete di progettazione culturale.
Penso, per esempio, all’esperienza di Aliano, dove la cultura si intreccia con il paesaggio, con la memoria e con il rapporto tra abitanti, artiste/i e visitatori/trici.
Penso anche a IT.A.CÀ, il Festival del Turismo Responsabile, nato a Bologna e oggi diffuso in molte regioni italiane. IT.A.CÀ promuove viaggi lenti, comunità ospitali e progetti di rigenerazione locale.
A livello internazionale, penso al Reykjavík Arts Festival, che ha scelto di trattare l’accessibilità non come un adattamento successivo, ma come un principio strutturale della progettazione.
Queste esperienze ci ricordano che la sostenibilità e l’accessibilità non sono qualcosa che si aggiunge alla fine di un evento. È il modo in cui quell’evento nasce, si colloca in un territorio e costruisce relazioni.
Anche nel lavoro che portiamo avanti con l’Associazione Dire Fare Cambiare questa prospettiva prova a prendere forma in pratiche concrete. E qui ci tengo a dire una cosa con chiarezza: non abbiamo la pretesa di essere i risolutori di queste assenze. Sarebbe ingenuo, e forse anche arrogante. Proviamo piuttosto a stare dentro queste domande, a non distogliere lo sguardo, a costruire spazi in cui alcune di queste fratture possano almeno essere nominate.
Penso, per esempio, al Premio Cambiare, un premio dedicato alle buone pratiche culturali, ambientali e sociali della città di Roma, nato per riconoscere e rendere visibili esperienze capaci di produrre trasformazione reale. Per me non è un traguardo, ma una mappatura. Un modo per dire: “guardate, ci sono già persone, gruppi, progetti che stanno provando a fare le cose diversamente. Ci sono già forme di resistenza, di invenzione, di responsabilità. E vale la pena riconoscerle pubblicamente”.
La cosa che più mi dicono le persone che ogni anno partecipano al Premio Cambiare è: mi ha fatto bene. Mi ha fatto bene significa: mi ha fatto bene sapere che la nostra città è piena di buone pratiche, di storie meravigliose invisibili. Che non esistono solo le cose che non vanno e che conquistano più facilmente le prime pagine. Esiste un esercito di persone invisibili che credono in un’altra idea di città: accogliente, libera, sostenibile e inclusiva.
Penso alle attività che da anni svolgiamo in carcere. E qui per me il punto è molto netto: non si tratta di beneficenza culturale. Non si tratta di portare un po’ di bellezza dove manca. Si tratta di aprire spazi di parola, di ascolto, di riconoscimento. Si parla di quel diritto alla partecipazione, di quel diritto alla bellezza che non dovrebbe mai essere messo in discussione.
E penso al lavoro che svolgiamo sul tema dei diritti delle donne. Alla memoria dell’artista Pippa Bacca, violentata e uccisa durante una performance artistica sulla pace tra i popoli. Alla mostra che presto inaugureremo Donne che cambiano il mondo per gli 80 anni del voto alle donne. Il punto è ricordare a noi stessi quanto sia ancora faticoso, per una donna, vedere riconosciuto il proprio sguardo sul mondo come sguardo politico, culturale, generativo. E quanto lavoro ci sia ancora da fare perché questo sguardo non venga trattato come eccezione, ma come parte costitutiva dello spazio pubblico.
Queste esperienze sono diverse tra loro, ma hanno un punto comune: mostrano che la cultura ha davvero una funzione pubblica quando non si limita a rappresentare il mondo, ma crea le condizioni per leggerlo, interrogarlo e trasformarlo.
Anche in questo caso possiamo dire che le norme sono importanti ma non bastano senza un profondo lavoro culturale.
E questo ci porta a un punto centrale di questo simposio: le nuove figure professionali.
Se prendiamo sul serio la cultura come quarta dimensione dello sviluppo sostenibile, allora dobbiamo prendere sul serio anche il fatto che il lavoro culturale sta cambiando. Servono competenze nuove, ibride, trasversali.
Servono figure capaci di tenere insieme visione artistica, organizzazione, sostenibilità ambientale, accessibilità e relazione con le comunità. Servono persone capaci di leggere un progetto non solo in termini di qualità estetica, ma anche di impatto, di accesso, di responsabilità. Servono competenze di coordinamento, di ascolto, di mediazione, di progettazione.
Ma forse la questione più importante è un’altra: non si tratta solo di inventare nuovi ruoli. Si tratta di cambiare il profilo culturale di tutti i ruoli.
Chi lavora nello spettacolo dal vivo oggi, a qualsiasi livello, dovrebbe avere almeno una consapevolezza di base su questi temi.
Dovrebbe sapere che l’accessibilità riguarda la qualità democratica di un’esperienza.
Che la sostenibilità ambientale riguarda l’intera filiera delle scelte organizzative.
Che la rappresentazione non è mai neutra.
Che ogni progetto culturale produce effetti anche quando non li nomina.
In questo senso, la formazione è decisiva.
E c’è un ultimo punto che non possiamo ignorare. Parlare di sostenibilità nello spettacolo dal vivo significa anche parlare della sostenibilità del lavoro culturale. Perché non esiste innovazione ecologica né inclusione autentica in un settore fondato sulla precarietà, sull’invisibilità di molte competenze.
Non esiste trasformazione vera se continuiamo a chiedere alle persone di essere flessibili, motivate, appassionate, disponibili, ma senza riconoscere il valore reale del loro lavoro.
Anche questo è sviluppo sostenibile. Perché la cultura non è soltanto ciò che mettiamo in scena.
E allora forse la domanda più importante da lasciarci oggi non è solo: come rendiamo più sostenibile e accessibile lo spettacolo dal vivo?
Ma: che idea di società stiamo costruendo attraverso il modo in cui produciamo e condividiamo cultura?
Se la cultura non affronta il tema della rappresentazione, resterà sempre un esercizio per pochi.
Se non affronta il tema dell’accesso, resterà sempre una promessa incompiuta.
Se non affronta il tema del proprio impatto ambientale, resterà sempre una contraddizione non risolta.
Per me è questo il punto.
La cultura è la quarta dimensione dello sviluppo sostenibile perché è il luogo in cui una comunità decide non solo che cosa fare, ma chi vuole essere. È il luogo in cui la sostenibilità smette di essere una parola giusta e diventa una pratica condivisa.
E forse, in fondo, la domanda è molto semplice: che cosa rende davvero abitabile il futuro?
Non solo risorse. Non solo tecnologie. Non solo norme.
Ma la capacità di costruire mondi in cui più persone possano entrare, restare, riconoscersi. Mondi meno escludenti, meno distruttivi. Mondi in cui la bellezza non sia separata dalla giustizia.
Se è così, allora la cultura non viene dopo lo sviluppo sostenibile. Ne è una condizione.
E lo spettacolo dal vivo, con la sua capacità di creare presenza e relazione, può essere uno dei luoghi più potenti in cui questa consapevolezza prende forma. Perché la sostenibilità non riguarda solo il mondo che lasciamo. Riguarda il modo in cui scegliamo di abitarlo insieme.
La cultura è lo spazio dove possiamo smettere di aver paura del futuro e iniziare, finalmente, a progettarlo.
E allora possiamo sentirci progettisti e progettiste di questa quarta dimensione.
Perché il futuro dello spettacolo dal vivo non dipende solo da cosa mettiamo in scena, ma da come decidiamo di farlo esistere.
People have the power cantava Patti Smith…dobbiamo tornare a riappropriarci di questo potere che pensiamo di aver perso per sempre.
