Intervento di Loredana Parrella (TWAIN Centro Produzione Danza)
Simposio di Frosinone: Accademia di Belle Arti – 30 marzo 2026
Teatro e aree interne: nuove centralità, nuove relazioni, nuove competenze per il teatro diffuso nei contesti non metropolitani
Approfondire il lavoro “decentrato” di un centro di produzione permette di comprendere quanto sia fondamentale porsi in ascolto del territorio che si abita e che è diverso dalla città o dal centro. “In punta di piedi” è l’approccio scelto da Loredana Parrella che illustra le azioni artistico territoriali e sociali nella provincia viterbese portate avanti da Twain. Una sinergia che favorisce partecipazione attiva da parte della comunità destinataria dei progetti e rende il teatro un mediatore geografico per artisti e pubblici eterogenei.
SINTESI: Cosa significa trasformare il “margine” in un Centro di Produzione della Danza? Partendo da un “fraintendimento” infantile — il desiderio di emulare la scivolata di Giorgio Gaber nel programma del 1970 …E noi qui piuttosto che diventare una ballerina — l’intervento ripercorre una parabola professionale che, dalle grandi capitali europee (Belgio, Opéra de Liège) e dall’alta formazione (Aterballetto), approda alla scelta politica di abitare la provincia.
Viene analizzato il modello di Twain come organismo multidisciplinare complesso che “abita” capillarmente la provincia viterbese: dalla sede di Tuscania (Supercinema, Spazio Fani, Il Rivellino, l’Anfiteatro Torre di Lavello e l’Ex Tempio Santa Croce) al Teatro Comunale di Canino (Teatro Bonaparte), fino a Viterbo presso il Teatro dell’Unione (residenza artistica e programmazione per le nuove generazioni). Il progetto, accanto alla produzione propria con opere distribuite a livello internazionale, si fa carico della programmazione e delle stagioni teatrali nei teatri comunali “Il Rivellino” di Tuscania e “Luciano Bonaparte” di Canino, affiancando una proposta di stampo contemporaneo presso il Supercinema e dell’ospitalità di 5 progetti in residenza artistica. L’intervento esplora l’etica del lavoro sul territorio: un’azione che non “invade”, ma entra in punta di piedi nella quotidianità delle comunità per trasformare gli “spazi indecisi” in nuove centralità. Attraverso il nomadismo del festival direzioniAltre e il concetto di residenza come “cura”, si delineano le competenze del “cercatore” contemporaneo: figure ibride capaci di abitare il confine tra arte, gestione e presidio sociale.
RELAZIONE:
1. L’equivoco generativo: “…E noi qui”
Vorrei iniziare con un ricordo del 1970. In televisione andava in onda un varietà intitolato …E noi qui, condotto da Giorgio Gaber. Ricordo perfettamente la sigla finale in cui Gaber eseguiva la sua celebre scivolata sulle ginocchia verso la telecamera: un gesto d’intensità dirompente, un modo per accorciare le distanze e rompere la quarta parete. Avevo sei anni e ne ero ipnotizzata: passavo le ore a scivolare lungo il corridoio di casa verso la finestra che, nella mia immaginazione, era l’obiettivo della telecamera. I miei genitori, osservandomi, conclusero: “Vuole fare la ballerina”, e mi iscrissero a danza. Ma la verità era un’altra: io non volevo fare la ballerina, io volevo essere Giorgio Gaber. Ovviamente, a quell’età, non potevo cogliere lo spessore storico-politico della sua figura, ma ricordo ancora nitidamente quella sensazione che, da allora, ho sempre ricercato. Ammiravo la sua capacità di fondere la fisicità alla parola e, inconsapevolmente, l’ironia all’impegno sociale. Quel programma fu l’ultimo varietà di Gaber prima del suo addio definitivo alla TV per il teatro-canzone. Per me, quel “fraintendimento” è stato la guida del mio percorso professionale: se la danza è diventata il mio linguaggio, la vocazione è rimasta quella scoperta allora: la necessità di un incontro autentico con l’altro.
2. Twain: il “Margine” e il nome come destino
Dopo una carriera internazionale tra Belgio, Francia e Italia — dall’Opéra de Liège all’Aterballetto — nel 2006 ho fondato Twain. Senza tediarvi con l’intera genesi del nome, arrivo al punto: Twain diventa l’acronimo di un “Teatro Senza un nome importante”. Ho scelto consapevolmente di investire in un progetto “al margine”, lontano dai grandi centri metropolitani, perché il margine non è un luogo di isolamento, ma una zona di connessione: un punto di osservazione privilegiato e di libertà. In questo spazio, l’assenza di un nome “ingombrante” ci permette di agire come un ponte tra l’arte contemporanea e la vita quotidiana dei territori che abitiamo. Oggi Twain opera come Centro di Produzione Regionale e Residenza Artistica Nazionale, grazie al sostegno costante del MiC, della Regione Lazio, di Zètema Progetto Cultura e dei Comuni di Tuscania, Canino e Viterbo.
3. Il Teatro come Relazione e Processo Identitario
Negli anni, Twain ha attraversato e abitato diversi territori, da Ladispoli a Tolfa (Teatro Claudio), fino all’approdo nella Tuscia nel 2018. Per noi, esplorare il legame tra teatro e territorio è una scelta precisa che implica la gestione di un sistema complesso di relazioni identitarie, sociali e geografiche. Twain agisce oggi come un motore che alimenta diverse “case”:
- I Teatri Storici: curiamo le stagioni di teatro e danza nel Teatro Comunale “Luciano Bonaparte” di Canino e nel Teatro Comunale “Il Rivellino” di Tuscania. Qui la multidisciplinarietà entra nei contesti istituzionali, creando un ponte solido tra tradizione e nuovi linguaggi.
- La Sperimentazione: una programmazione contemporanea è dedicata al Supercinema, un vecchio cinema ristrutturato a sala teatrale da 99 posti. Qui la nostra attività si fa più radicale, con un’attenzione particolare alla ricerca, alla sperimentazione e alla cura dei giovani artisti (attraverso residenze e autori associati).
- La Creazione: i nostri spazi sono officine vive dove nascono produzioni che viaggiano in Italia e in Europa, portando con sé l’anima e il tempo dei luoghi in cui sono state generate.
Quando portiamo una performance in una piazza di Canino o in un sito archeologico di Tuscania, lo spazio cessa di essere un semplice luogo di passaggio: per la durata dell’azione, si trasforma in un territorio artistico vivo, capace di ridefinire il senso di appartenenza di chi lo attraversa.
4. Abitare il Territorio: Entrare in punta di piedi
Come si lavora sulle aree interne? La mia visione è l’opposto dell’invasione culturale. Abitare un territorio significa entrarci in punta di piedi, con profondo rispetto per la comunità. Significa non imporre un modello calato dall’alto, ma cercare il luogo adatto per la propria attività fino a diventare parte della quotidianità organica di quel luogo. Dobbiamo interrogarci costantemente: dove siamo? Cosa siamo disposti a lasciare, a trovare e, dunque, a trasformare?
5. Il Nomadismo come scelta: Festival direzioniAltre
Il festival direzioniAltre ha come prerogativa il nomadismo, inteso come scelta identitaria e culturale. Giunto alla sua decima edizione, ha attraversato città e territori diversi, privilegiando spazi periferici e non convenzionali. Questo “vagabondare” non è casuale, ma rappresenta un modo di abitare i luoghi creando relazioni inedite tra artisti e comunità locali.
6. Nuove Competenze per il Teatro Diffuso
Ai giovani under 35 del progetto TIR dico sempre: il teatro può essere un mediatore geografico. Non si limita a occupare uno spazio, ma contribuisce a “produrre” il territorio, dando voce alle relazioni umane che lo abitano. Le competenze necessarie oggi sono ibride:
- Capacità di Presidio: essere un punto di riferimento costante, non episodico
- Mediazione Culturale: saper abitare i teatri storici e gli “spazi non convenzionali” (siti archeologici, ex chiese) con la medesima consapevolezza ● Etica della Cura: intendere la residenza artistica come una pratica di relazione. Mi riferisco alla Sorge (Cura) di Martin Heidegger: non una semplice assistenza, ma una struttura dell’essere. “Aver cura” significa creare le condizioni affinché l’artista possa fiorire in un territorio specifico e affinché la comunità locale non sia un semplice spettatore, ma parte di un processo vitale. È la cura di un legame che prima non esisteva.
7. Conclusione
Scegliere di abitare le aree interne significa restare in quel corridoio della mia infanzia, correndo verso una finestra che affaccia sul mondo. Significa mantenere viva la direzione di quella scivolata verso l’altro. A distanza di anni, la lezione rimane la stessa: non importa l’etichetta che ci viene data. L’importante è la capacità di tenere insieme quei “due” mondi. Perché, in fondo, io non volevo fare la ballerina… io volevo essere Giorgio Gaber!
