Le persone giovani hanno sempre ragione

Lorenzo Gioielli

Intervento di Lorenzo Gioielli (Stap e BMA)

Simposio di Latina: Teatro Comunale “Gabriele D’Annunzio” – giovedì 9 aprile 2026

Educazione allo spettacolo dal vivo e alle arti sceniche. Rafforzare il legame tra teatri e istituzioni scolastiche e formative. Le professionalità trasversali al mondo dello spettacolo e della scuola.

Un viaggio nella necessità di educare il pubblico giovane e le giovani artiste che si affacciano alla professione, stabilendo i criteri di una formazione totale che riguardi lo spettacolo dal vivo e guidando la creatività verso un’attitudine critica alle cose del mondo.


Buongiorno a tutte e tutti, mi chiamo Lorenzo Gioielli, sono un attore, scrittore e regista teatrale, direttore artistico della Stap, Scuola di Teatro e Arti Performative, e della BMA, Brancaccio Musical Academy, accademie del gruppo Brancaccio-Sala Umberto di Roma. Ringrazio ATCL per avermi invitato a questo simposio e in particolare la dottoressa Laura Belloni, sempre attenta e competente operatrice culturale a tutto tondo.

Il nome, inequivoco, del simposio di oggi, ci spinge a riflettere su una parola bellissima e spesso fraintesa: Educare. Deriva dal latino edŭcāre, inteso come intensivo di educĕre. Composto da ex- (“fuori”) e dūcere (“condurre, guidare”), il suo significato etimologico profondo è “trarre fuori” o “condurre fuori”. Indica l’azione di far emergere le potenzialità, le inclinazioni e le qualità già presenti nella persona.
Non alludo soltanto al pubblico giovane, ma anche agli artisti giovani. Il pubblico giovane – ché ogni artista giovane è, all’inizio – dev’essere educato a esercitare il pensiero critico rispetto allo spettacolo dal vivo, senza essere manipolato e condotto verso un “bello” oggettivo che, per quanto ne so io, non esiste. Dev’essere aiutato a costruire un proprio sguardo, dev’essere abituato a partecipare al rito collettivo del teatro, senza seriosi didatticismi ma come un momento prezioso di condivisione altra e speciale rispetto all’incorporeità digitale a cui è troppo spesso esposto.

In questo senso, gli operatori che si occupano con competenza e dedizione del teatro per le nuove generazioni sono coloro che provvedono al fondamentale brodo di cultura nel quale si forma lo spettatore e quindi l’artista del futuro: non pregiudiziale, attento, critico ma partecipe, disposto a emozionarsi, pronto a esercitare il proprio diritto/dovere di sospensione dell’incredulità ma anche a ritirarlo se non vengono soddisfatti alcuni parametri comunicativi.
È quindi inevitabile rafforzare il legame fra istituzioni scolastiche e teatranti, ma nel reciproco ascolto.

Provo a essere concreto. Quando il rapporto tra scuola e teatro funziona davvero, succedono cose molto semplici e molto rare.  Le classi entrano in teatro non come pubblico da istruire, ma come presenza viva. Non devono capire tutto, devono esserci. Gli insegnanti non accompagnano per controllare, ma per esporsi insieme agli studenti a qualcosa che non dominano fino in fondo. Gli artisti non semplificano, non spiegano, non traducono: si assumono la responsabilità di essere chiari senza essere didascalici.
E poi, quando è possibile, si torna. Si rivede. Si riprova. Si sbaglia.
Il legame si costruisce così: nella continuità, non nell’evento.

E in questo spazio accade una cosa che riguarda tutti, indipendentemente dal mestiere che faranno: si impara a stare, ad ascoltare, a esporsi. A immaginare.
Gli spettacoli per le scuole non possono essere didattici, non devono “istruire” ma mostrare punti di vista ulteriori, anche controversi. Devono sollevare domande. Devono divertire, nel senso più nobile e antico del termine, divergere dal proprio piccolo o grande affanno personale. Devono educare a guardare, o meglio, a vedere l’altra, l’altro, con occhi umani per essere guardato meglio.

Inoltre, a qualunque età, le giovani generazioni devono esser condotte a visitare i teatri, a sperimentarne le meraviglie e la straordinarietà, come pure la quotidianità, per acquistare confidenza col luogo fisico in cui avvengono gli spettacoli. Devono sperimentare la scrittura teatrale, la recitazione, giocare al teatro come prolungamento del loro gioco: Facciamo che io ero…
Gianni Rodari, ne La grammatica della fantasia, è stato molto più chiaro di me, ovviamente, sulla necessità di coltivare l’immaginazione nell’educazione, “… non perché tutti diventino artisti”, scrisse, “ma perché nessuna sia più schiavo”

Il mio intervento s’intitola “Le persone giovani hanno sempre ragione”. Non è un paradosso e neppure una dimostrazione di eccessiva indulgenza. Le persone giovani hanno ragione perché vivono il presente dal vivo, nella loro anima e nella loro carne, con un’immediatezza che noi delle generazioni precedenti non conosciamo. I giovani hanno ragione perché colgono le contraddizioni del proprio tempo, anche quando ne sono travolti. Per chi fa formazione e, più in generale, per chi è genitore, sodale, formatore delle persone giovani, è fondamentale, in primis, esercitare l’ascolto attivo delle loro voci, dei loro pensieri, delle fragilità, della forza, dei loro desideri. 

Se riteniamo di poter versare una qualunque quantità di nozioni, più o meno oggettive, di valori, più o meno condivisibili, di modi di pensare, lasciandoli discendere dalla nostra esperienza, o, ancor peggio, sventolando la nostra età anagrafica come un certificato di competenza, siamo destinati alla marginalità, all’inefficacia, al fallimento, nella migliore delle ipotesi. Nella peggiore, a reiterare gli inevitabili errori compiuti durante le nostre esistenze. Una buona formazione consente ai giovani artisti di mitigare l’impatto degli errori che si compiono durante il lavoro, ma non di evitarli. Mi si scuserà, spero, per la banalità, ma cadere è parte integrante e necessaria dell’imparare a camminare.

La tradizione, quindi, che posto ha in tutto questo ragionamento? Una parte preponderante, ma dev’essere intesa e vissuta non come una serie di principi inderogabili, come un corpus di regole immutabili e museali. La tradizione fa bene finché è utile, poi basta. Non può sottomettere e impedire il cambiamento dei pensieri, delle forme, del tempo. Dev’essere strumento e non gabbia.
Dobbiamo considerare le giovani generazioni la priorità della nostra vocazione di formatori. Dobbiamo dialogare con loro ed essere pronti a mettere in discussione le nostre convinzioni, senza infingimenti. Dobbiamo educare le giovani generazioni a essere ascoltate e a contraddirci, se necessario. Dobbiamo educare le persone giovani in modo che siano maestre di se stesse.

Per concludere vorrei citare l’ultimissima scena di “Non è un paese per vecchi”, un film dei fratelli Coen, tratto da un libro di Cormac McCarthy. Il mattino dopo la fine del caotico e insensato male che ha perseguitato tutta la storia, affogandola in un mare di sangue versato per avidità, per idiozia, per malvagità, l’anziano sceriffo Ed Tom Bell racconta alla moglie un sogno che ha fatto:
“Io ero a cavallo e attraversavo un passo di montagna, di notte. Faceva freddo, a terra c’era la neve. Mio padre mi superava col suo cavallo, andava avanti senza dire una parola. Era avvolto in una coperta e teneva la testa bassa. Aveva in mano una fiaccola, ricavata da un corno, come usava ai vecchi tempi. Il corno e la fiamma che c’era dentro erano del colore della luna. Poi lo perdevo di vista, ma nel sogno sapevo che stava andando avanti, per accendere un fuoco da qualche parte, in mezzo a tutto quel buio e quel freddo. E che quando ci sarei arrivato l’avrei trovato lì. Poi mi sono svegliato”.
Andiamo avanti con la fiaccola, in mezzo al buio e al freddo. Quando le ragazze e i ragazzi ci raggiungeranno, potremo accendere un fuoco insieme.