Intervento di Marta Vitalini (Compagnia Dynamis)
Simposio di Rieti: Teatro Flavio Vespasiano – 15 aprile 2026
Sostenibilità ambientale e accessibilità. Le nuove figure professionali necessarie per l’innovazione ecologica e l’inclusione sociale dello spettacolo dal vivo
Una serie di riflessioni e ragionamenti intorno alle possibilità dell’esperienza teatrale come forma di riappropriazione della dimensione del sacro, nella relazione tra l’uomo e la natura.
«La natura cessò di parlarci oppure non fummo più capaci di udirla. La persona di Pan il mediatore, come un etere che avviluppava invisibile tutte le cose naturali di un significato personale di lucentezza, era scomparsa. Le pietre divennero soltanto pietre, gli alberi alberi; le cose, i luoghi e gli animali non erano più questo dio o quello, ma diventarono “simboli” o si disse che “appartenevano” a questo o a quel dio. Quando Pan è vivo anche la natura lo è, ed è piena di Dei, talché lo spirito della civetta è Atena e il mollusco sulla riva è Afrodite. Questi pezzi di natura non sono semplicemente attributi o proprietà. Sono gli dei nelle loro forme biologiche. E dove trovare gli Dei meglio che nelle cose, nei luoghi e negli animali che essi abitano, e come essere partecipi di essi meglio che attraverso le loro concrete rappresentazioni naturali? Ogni cosa che veniva mangiata, odorata, calpestata o osservata era una presenza sensuosa dotata di pregnanza archetipa. Una volta che Pan è morto la natura può essere controllata dalla volontà del nuovo dio, l’uomo, modellato a modello di Prometeo o Ercole, che crea da essa e l’inquina senza alcun turbamento morale.
Non c’è accesso alla mente della natura se manca la connessione con la mente naturale della ninfa. Ma quando la ninfa è diventata strega e la natura un morto campo oggettivo, ciò che abbiamo è una scienza naturale priva di una mente naturale. La scienza escogita altri metodi per divinare la mente della natura, e il fattore ninfico diventa una variabile irregolare che va esclusa. Gli psicologi parlano del problema di Anima dello scienziato. Ma la ninfa continua ad operare nella nostra psiche. Quando attribuiamo valore magico alla natura, quando crediamo nei metodi naturali e diventiamo nebulosamente sentimentali nei confronti dell’inquinamento e della conservazione della natura, quando ci affezioniamo a particolari alberi, angoli, vedute, quando cerchiamo di cogliere dei significati nel soffiare del vento o ci rivolgiamo agli oracoli in cerca di confronto – allora la ninfa sta compiendo la sua opera».
(Estratto da Fuochi Blu di James Hillman).
Sono Marta Vitalini, sono attrice e ricercatrice, nel mio lavoro cerco di connettere la ricerca pratica della scena e della formazione a quella teorica. Faccio parte della compagnia Dynamis, con cui da anni ideiamo progetti performativi, formativi e di comunità che si sviluppano intrecciano la ricerca teatrale all’incontro con diverse discipline come la filosofia, la scienza, la spiritualità, le arti visive connettendo il “nuovo” alla tradizione teatrale. Dal 2021 abbiamo iniziato un lungo e complesso lavoro di ricerca con un gruppo di scienziati dell’Enea, nello specifico la botanica-naturalista Patrizia Menegoni è diventata parte integrante di un filone della nostra ricerca sulla relazione tra l’uomo e la natura. Grazie al confronto dei nostri saperi umanistici, scientifici, naturalistici e antropologici, e attraverso uno scambio dialogico, abbiamo progettato insieme.
Prima di raccontarvi la nostra esperienza legata ai progetti vorrei condividere l’orizzonte contenutistico della nostra ricerca. Questo orizzonte contenutistico si riversa nell’azione teatrale, che è nella pratica il nostro strumento espressivo. Vi leggerò una citazione di Guido Ceronetti da La carta è stanca, per inquadrare il nostro punto di vista sulla relazione tra l’uomo e la natura: «Un albero senza Dei, senza fate, senza significati trascendenti, è già un albero morto. Contro la passione distruttiva dell’uomo dissacrato non ha difesa. Se c’è, in un cortile, un cedro del Libano più vecchio delle Piramidi che impaccia la sosta delle vetture di undici avvocati, nove commercianti, tre dentisti, un fotografo, una pediatra, lo si taglia subito. Ma se al cedro del Libano è legata la credenza che, tagliandolo, tutto il casamento crolla, perché morrebbe con l’albero il genio protettore del luogo, un rispettoso terrore impedirà il taglio; sbarrato da Psiche, il cortile resterebbe vuoto. L’uomo tolto alle manette del sacro può fare soltanto quello che sta facendo non rispetterà quel che non gli si presenta come una realtà oscura, funesta e imprevedibile».
Questo testo di Guido Ceronetti esprime perfettamente il punto centrale emerso dalla nostra ricerca, ovvero la parziale scomparsa della dimensione del sacro nella relazione tra l’uomo e la natura. Come ci dice nell’estratto appena citato quel cedro del libano diviene un oggetto, un materiale da gestire e controllare, privo di un significato trascendente. La nostra specie esiste solo da 300.000 anni, siamo giovani, pochi e dannosi all’equilibrio del pianeta. I nostri occhi non riescono più a vedere la natura, esiste un fenomeno chiamato Plant Blindness, cioè una diffusa cecità dell’uomo nel guardare alle piante. La dimensione del sacro ha permesso all’uomo di guardare oltre, di cogliere tutto quello che esiste oltre al visibile e all’apparente, stabilendo l’equilibrio delle sue relazioni. Il rapporto tra esseri umani e la natura è mutato nei secoli e oggi, alla luce dei nostri tempi è sempre più evidente la necessità di una riforma del pensiero e del lessico. Ricostruire lo sguardo dell’umano comporta un mutamento radicale dei punti di vista. Abbiamo bisogno di immaginare uno sguardo post-umano che decentri la nostra posizione e la riconduca all’evoluzione naturale di cui siamo parte. Passare da una posizione apicale a una posizione di pienezza nella quale riconoscerci parte del tutto. È sempre più urgente un sostanziale recupero del senso etico e della capacità di guardare al vivente nella sua sacralità, consapevoli di essere sempre più compartecipi del destino di tutto il pianeta, e per ricostruire un nuovo senso etico dobbiamo lavorare sul trasformare il sentire e il pensiero umano. Il concetto della sostenibilità ambientale in un mondo diverso non potrebbe neppure esistere, si può sostenere qualcosa a cui non si appartiene, un amico, un altro da sé e, come afferma il filosofo Whitehead, la natura può essere compresa solo dall’interno della natura, non come oggetto esterno da sfruttare, ma come processo vivente di cui, consapevolmente o inconsapevolmente, facciamo parte. Noi siamo natura.
Che cosa ci ha allontanato dalla dimensione del sacro nella relazione con la natura? Dal punto di vista antropologico il mondo occidentale contemporaneo ha lentamente costruito una profonda frattura culturale con tutti i dispositivi mitici rituali che tenevano insieme le nostre società. La globalizzazione ci ha trasformato in attori liberi da ogni impedimento, l’esaltazione delle possibilità per la fuoriuscita verso un mondo aperto e per certi versi sconosciuto, espone a una condizione di vulnerabilità. In questo orizzonte sociale e culturale incerto e vulnerabile, abbiamo perso i vincoli culturali tra i membri del gruppo sociale e in termini antropologici si verifica una crisi della presenza. La presenza, l’esserci-nel-mondo, è il punto centrale delle teorie demartiniane. La presenza demartiniana è la capacità umana di dare valore sociale, intersoggettivo e condiviso alle situazioni, di dare senso al fatto naturale secondo criteri culturali. La crisi della presenza incombe quando si perde la possibilità di andare oltre “il qui e adesso”, quando avviene la perdita dello spazio e del tempo come vettori. Secondo De Martino il rito è una “finzione” mitico-rituale, una imitazione della natura organizzata e strutturata dalla cultura al fine di proteggere l’individuo o la comunità dai vari rischi esistenziali del divenire storico. Il mito è un ponte, un ponte tra visibile e l’invisibile, si mostra attraverso i simboli e le immagini che il tempo sembra degradare, secolarizzare, ma nel nostro profondo non scompaiono mai. Quando i riti collettivi e individuali vengono a mancare in qualche modo vanno ricostruiti e rievocati in forme e strutture nuove e cosa meglio del teatro, dunque, che dal rito e dal mito si è originato, può tentare questa strada?
Anticamente e antropologicamente il performer è un mediatore con il mondo del sacro, è colui che agisce, che fa, che agisce in rapporto e in relazione agli altri, ma anche in loro aiuto e a sostegno. Si tratta della capacità di leggere i segnali, dell’abilità nella comunicazione, dello scambio e della diffusione della relazione dialogica. Tutti elementi che vengono finalizzati e utilizzati per inventare soluzioni ai problemi. Concretamente significa entrare in contatto diretto, mettere in atto la relazione fondamentale Io-Tu. Vuol dire avere la capacità di fare con le parole e agire con esse. Intervenire, aprire discussioni, analisi e riflessioni; condividere lo spazio dello scambio e immaginare soluzioni e alternative. Il performer è l’espressione massima di colui che fa, che stabilisce legami e struttura e ristruttura relazioni. E che, soprattutto, considera l’altro una risorsa con cui costruire assieme nel presente per il futuro.
Da artisti e operatori culturali che si interrogano sul loro ruolo nell’innovazione ecologica e nell’inclusione sociale dello spettacolo dal vivo e su come agire all’interno di questi ambiti, non possiamo non analizzare a fondo le mancanze culturali e antropologiche che si consumano nella nostra società per tentare di colmarle o almeno di attraversarle. Nel progetto Huldra. La scomparsa del sacro e la distruzione della foresta il tentativo è quello di creare una mappatura delle foreste italiane, in cui costruire nuove strade del mito e una nuova sensibilità al vegetale attraverso un incontro tra ricercatori e comunità locale e attraverso una performance che si svolge nella foresta di notte.
Il percorso Huldra. La scomparsa del sacro e la distruzione della foresta è preceduto da un incontro di orientamento guidato dai ricercatori di Territori e Oltre, il gruppo Dynamis ed esperti del territorio. Orientarsi è la conoscenza della propria posizione rispetto alla geografia del luogo, alla sua storia e alle sue tradizioni. L’incontro vuole essere un momento di confronto e di analisi del luogo attraversato nella sua componente naturalistica, nella sua storia e nelle sue relazioni con l’umano e con le comunità limitrofe. Nel percorso gli spettatori sono guidati all’interno di un itinerario stabilito in base alle caratteristiche naturali della foresta attraversata. La luce di una torcia li accompagna ad entrare nella visione di una natura padrona della sua vita notturna. L’invito per il partecipante è di incedere grazie all’intuizione dei sensi, guardare a bocca aperta per incontrare la meraviglia e lo spavento. Lo spettatore sarà investito da visioni enigmatiche, segni e suoni misteriosi: un ponte tra mondo del visibile e mondo dell’invisibile. Dopo una prima fase di preparazione il gruppo è accompagnato a fermarsi in una serie di postazioni. Nel cuore del sentiero si sviluppa la performance, che evoca la leggenda svedese di Huldra, creatura mitologica appartenente al folklore del nord Europa: «I taglialegna nelle foreste di pini, abeti e larici del Nord erano soliti lavorare in solitudine quando abbattevano e sfrondavano alberi con la loro accetta. E bevevano, naturalmente, nelle brevi giornate di bianco gelo: caffè, schnaps. A volte appariva Huldra. Huldra era una creatura di squisita bellezza, delicata, ammaliante e irresistibile. Capitava che, al vederla, un taglialegna lasciasse cadere l’accetta e si mettesse a seguire il richiamo del suo sorriso, addentrandosi nel folto della foresta. Non appena le arrivava vicino, Huldra gli voltava le spalle e svaniva. Distolto il viso sorridente, non c’era più nulla: la creatura non aveva un dietro, oppure la sua schiena era invisibile o di corteccia. E il taglialegna, attirato troppo addentro la foresta, incapace di ritrovare i segni familiari per ritornare alla radura, perdeva l’orientamento e moriva congelato».
Il mito ci ricorda i nostri confini e la nostra impermanenza.
Il secondo progetto che vi voglio raccontare è il processo creativo dello spettacolo Monday. Nel 2021 con Dynamis abbiamo partecipato a un bando europeo Life, propostoci da una squadra di ricercatori dell’Enea (chimici, biologi, botanici). Questi ricercatori si interrogavano su come riuscire a comunicare con l’arte le loro scoperte scientifiche. Nello specifico la squadra stava compiendo ricerche innovative a livello europeo sulle micro-plastiche presenti nelle acque dolci. Per la priva volta sono riusciti a campionarle, definirle e a seguire i loro percorsi, dalle nostre case alle acque dolci, che poi in parte torniamo a bere. Non perdiamo qualcosa solo quando ci cade di mano, perdiamo costantemente particelle da tutti i materiali che utilizziamo. Ogni lavaggio rilascia microfibre. Ogni chilometro consuma pneumatici. Ogni oggetto perde particelle: vernici, asfalti, oggetti quotidiani: tutto, lentamente, perde frammenti. E noi non siamo consapevoli di questa dispersione.
Il processo con i ricercatori è stato virtuoso e molto complesso, la scrittura dello spettacolo Monday ci ha visti impegnati in tre stesure. per circa un anno e mezzo di tempo. Cercare di far incontrare linguaggi diversi è una pratica e, talvolta, una scommessa: richiede infatti tempo per conoscersi, per capirsi e cedere qualcosa di nostro per incontrare l’altro.
Lo spettacolo ha avuto una lunga tournée in tutta Italia sia in spazi teatrali che scientifici e ha avvicinato le persone agli argomenti scientifici. È stato accompagnato da un progetto di formazione di nome Dispersi, che coniugava gli strumenti scientifici con quelli artistici legati al teatro. Il processo di ricerca che abbiamo fatto in questi anni coi ricercatori è stato trasformativo e, nella loro necessità di comunicare attraverso l’arte, sono emerse le criticità comunicative della divulgazione scientifica e nello stesso tempo la componente umanistica e simbolica del teatro ci ha permesso di questionarci su come comunicare un dato senza renderlo una mera informazione, che non tocca lo spettatore. Abbiamo analizzato una dimensione di mediazione, tra il simbolo e la comunicazione. Nello spettacolo Monday abbiamo scelto di usare un dispositivo meta-teatrale: l’unica forma che ci permetteva di portare la componente umana attraverso i nostri stessi corpi e la nostra storia di consumatori seriali di plastica. L’opera è un ironico racconto di confronto (in scena siamo due attori di generazioni diverse) sulle contraddizioni umane, in relazione all’ecologia e alla relazione tra natura ed essere umano.
Da un orizzonte teorico e contenutistico ho cercato di raccontarvi due progetti che abbiamo sviluppato. Il nostro operare è solo un’esperienza come molte altre. Penso che per innovare la nostra capacità, come artisti e operatori culturali, di essere necessari nell’innovazione ecologia e nell’inclusione sociale, bisogna provare a stare nei processi, senza paura e senza fretta, attendere senza troppe preteste che il potere trasformativo si generi nell’incontro con l’altro, nella ricerca e in quei processi di mediazione che ogni performer dovrebbe riuscire ad attivare nello spazio culturale che abita. Si tratta d’affinare la capacità di leggere i segnali, e di mostrarsi abili nella comunicazione, nello scambio e nella diffusione della relazione dialogica. Tutti elementi che devono essere finalizzati e utilizzati per inventare soluzioni ai problemi culturali inediti che si presentano, ma anche per riformulare pezzi di culture e favorire nuovi appaesamenti.
Ecco, vorrei chiudere proprio leggendovi la definizione che Ernesto De Martino, in La fine del mondo, fornisce della parola “appaesamento”: «È la costruzione di uno sfondo di ovvietà non attualmente problematizzata, uno sfondo che costituisce la patria dell’agire […], una patria che racchiude un’infinita storia di atti di domesticazione umana, di progetti comunitari impliciti, sedimentati attraverso le generazioni e la tradizione, [è un] grande atto di confidenza per cui non siamo mai soli, in quanto ci lasciamo umilmente sostenere da un operare di tutti i viventi lontani e prossimi, presenti e passati, potenzialmente rammemorabili o divenuti per noi anonimi o stati anonimi da sempre perché l’unica traccia di loro è in ciò che conta, nell’opera di domesticazione del mondo».
